LE OPINIONI

IL COMMENTO Dal Grand Tour all’attuale

DI GIUSEPPE LUONGO

Le esperienze degli anni recenti mostrano quanto la comunità che vive nell’area napoletana sia diversa da quella del Settecento e secoli successivi nell’affrontare i fenomeni naturali che caratterizzano tale territorio. Il Vesuvio, in persistente attività, era un attrattore turistico e formativo per i giovani del Grand Tour in visita in Italia come viaggio di istruzione. Le eruzioni, indicate con il termine “Incendi Vesuviani” erano l’oggetto preferito dei guazzi che fungevano da “ricordi”, divenendo nel tempo opere ineguagliabili e strumenti per i più curiosi per ritrarre i meccanismi delle eruzioni. Sir William Hamilton utilizzò tali rappresentazioni nel Settecento nella sua opera famosa “Campi Flegrei” per far conoscere al mondo che allora era all’avanguardia una terra straordinaria. Talvolta i geni si presentano contemporaneamente nella stessa parte del nostro pianeta e producono un salto nella storia. Senza Carlo di Borbone con la sua voglia di conoscere le città romane sommerse dal Vesuvio nel 79 AD, non solo non sarebbe nata l’archeologia moderna, ma neanche la Vulcanologia con Hamilton. Ai curiosi delle cose antiche si aggiunsero i curiosi del vulcano e così il Vesuvio attrasse gli studiosi da tutta Europa. Dalla curiosità si passò alle richieste al Sovrano della realizzazione di un “ricovero” per un’osservazione permanente da presso del Vesuvio per comprendere la sua dinamica e il meccanismo eruttivo che aveva sommerso le città romane alla sua base. Ecco che dalle esigenze degli studiosi, dalla fama del vulcano e dalla “magnanimità” di un sovrano nasce sulle falde del Vesuvio nel 1841 il primo Osservatorio Vulcanologico al mondo.

Il Vesuvio non è solo questo, infatti mette in moto anche le paure nelle popolazioni che vivono alla sua base e le risposte della Curia di Napoli che, con l’aiuto dei miracoli di San Gennaro, conterranno il pericolo con le processioni e le preghiere. San Gennaro diviene, così, non il santo di un miracolo per un singolo credente, ma un miracolo per un’intera comunità. Nasce il miracolo della liquefazione del sangue in corrispondenza della grande eruzione del Vesuvio del 16 dicembre 1631. Quell’episodio resta nella tradizione che incuriosisce i visitatori della città di Napoli e della sua cattedrale. Il Vesuvio primeggia in questa storia di popolo, di regnanti e della natura vulcanica del territorio napoletano, ma Campi Flegrei e Ischia non restano sullo sfondo, sono anch’essi protagonisti di una storia naturale straordinaria. Ancora una volta sarà Carlo di Borbone ad aprire il “vaso” della storia; in questo caso ai Campi Flegrei, scavando nella “Vigna delle Tre Colonne”, facendo emergere il Macellum romano. Fatto straordinario fu la scoperta che l’area flegrea dai tempi dei romani era lentamente sprofondata e poi riemersa prima dell’eruzione del Monte Nuovo nel 1538. La nascita nel Cinquecento di un nuovo vulcano dal mare fu un fenomeno che mise in moto un dibattito su una tematica avvolta dalla straordinarietà. Siamo in piena inquisizione e la cautela a pronunciarsi sulla genesi dell’evento che potesse scatenare l’inquisitore ebbe il sopravvento, così le scienze della natura, nonostante l’importanza dell’evento, non mostreranno alcuna riflessione sulla sua genesi che non fosse canonica. Il fenomeno registrato alle colonne del Macellum a Pozzuoli sarà nell’Ottocento la prova della nuova Teoria dei fenomeni geologici che modellano la crosta terrestre. L’elemento straordinario della nuova teoria porterà la nascita della Terra indietro nel tempo e nascerà la tesi del “Tempo profondo” in contrapposizione al “Tempo mosaico”. I fenomeni geologici e l’evoluzione degli esseri viventi si sono sviluppati in tempi lunghi e non in poche migliaia di anni, come affermavano i “sacri testi”.

Oggi sappiamo che l’età della Terra è di circa 4.5 miliardi di anni. Questa rivoluzione del tempo ha tra i protagonisti il Macellum di Pozzuoli. La terza area vulcanica del napoletano, l’isola d’Ischia, darà il suo contributo alla nascita della nuova teoria geologica dell’Ottocento per la risorgenza dal mare del Monte Epomeo, dimostrata dalla presenza a quote elevate di depositi marini, testimoniata dai fossili presenti negli strati vulcanici. L’Isola sarà un attrattore eccezionale per le risorse idrotermali. È la sua natura vulcanica che genera questa risorsa, quasi a risarcire i danni che tale natura ha prodotto con le eruzioni in passato.

Questa illustrazione degli attrattori degli ambienti naturali dell’area napoletana, sebbene sintetica, può risultare utile a comprendere la nostra scarsa capacità oggi, più che in passato, a convivere con il rischio. La soluzione che si è andata concretizzando nel tempo è stata quella dell’aver cancellato l’esistenza del rischio. Cancellare non è annullare o contenere o mitigare il fenomeno, bensì accettare l’impreparazione e affidarsi alla fortuna. Purtroppo, questo comportamento è diffuso tra i componenti della comunità esposta, lasciando campo libero alle scelte più “comode” di chi governa il territorio, preparandosi al disastro. Per vivere tranquilli in un’area a rischio bisogna che i Comuni abbiano come obiettivo primario la conoscenza del territorio e la sua manutenzione, elementi indispensabili per la sicurezza di chi vi abita e opera. Prepararsi significa rendere resiliente il territorio, significa che si rende minimo l’effetto negativo di un evento naturale estremo e dopo l’evento la comunità ritorna rapidamente alla normalità. Invece le esperienze più recenti delle crisi nell’area flegrea e nell’isola d’Ischia mostrano che il percorso intrapreso da chi amministra e governa la cosa pubblica va nella direzione opposta a quella della crescita della resilienza, ovvero interesse nullo per la conoscenza dell’ambiente fisico e per le misure di sicurezza. Si vive alla giornata affidandosi alla fortuna.

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