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LE OPINIONI

IL COMMENTO Difficile pensare a un mondo senza Elisabetta

DI ARIANNA ORLANDO

“Oggi compie diciott’anni Sua Altezza Reale la Principessa Elisabetta di York. Alla Bbc hanno detto che non è stata ancora dichiarata maggiorenne come altrimenti si fa con i principi e le principesse. Ci siamo già chiesti a quale principe sarà data in sposa questa bellezza, ma non siamo riusciti a trovare un partito adatto […]”. Queste furono le parole di Anna Frank, scritte nel suo alloggio segreto, rivolte alla sua principessa di York, la futura Regina Elisabetta II. La verità è che Her Majesty ha accompagnato, pure se seduta distantissima su uno dei troni più antichi d’Europa, tutte le nostre vite e non solo quelle degli inglesi. Non è esistito per noi un giorno che lei non abbia vissuto e il suo Novecento è il nostro Novecento invisibile se non nei filmati, nelle foto, nelle testimonianze storiche, nei lasciti morali e immorali.

Con la morte, Elisabetta si divide dal suo stato regale, si ricongiunge al caos anonimo che la strappò, nove mesi prima della sua nascita, dal nulla e la instillò come una goccia mediata da Giorgio VI, nel ventre di Elizabeth Bowes-Lyon. Nacque così dolcemente bella che abbiamo realmente creduto che la nobiltà di sangue insista sui concetti di kalokagathia. E così, anche per questi motivi, è difficile immaginare un mondo senza Elisabetta, senza il suo passo deciso, senza il suo corpo tramutato in icona, senza i suoi occhi sull’Europa, sui figli e sui nipoti. I nipoti oggi accolgono la sua ereditá più importante: il compito di crescere al suo modo orgoglioso di essere una Windsor e di riconoscersi tale dappertutto, di essere imperturbabile davanti persino al perturbante, di camminare non più dietro di lei ma davanti a lei imitando il suo passo lentissimo e cadenzato ma deciso e intenso. E – allo stesso tempo – loro sarà il compito di trovare il modo di stamparsi un’orma irregolare tutta nuova e unica. Eppure noi crediamo che Elisabetta II un’erede del suo fascino, del carisma che ha ammaliato l’Inghilterra per anni, costituendone l’ “estabilishment”, l’abbia lasciata. È a Charlotte di Cambridge, la secondogenita di William e Kate, che si è pensato di fronte alla morte di Her Majesty: lei che è già l’estabilishment del suo nucleo familiare e la stella cui guarda il fratello George per orientarsi, possiede la stessa consistenza decisa dello sguardo, la scalcinante passione per l’orgoglio e l’autodeterminazione, l’impellente necessità di diventare presto grande per eternizzarsi in qualcosa che non sia solo il titolo ma la storia intera. Non è solo in una storia storica che è entrata Elisabetta. La regina longeva, la donna che “never complain, never explain”, la nonna innamorata, la moglie incastonata tra i ruoli di madre e figlia, la regina che non ha concesso ad altri il suo titolo e lo ha tenuto per sé fino alla morte. Davanti alla regina ci si inchinava per questioni di etichetta, ma ci si sbracciava in saluti e baci in-etichettati per questioni di affetto. La regina è entrata, a dire il vero, nelle storie personali della gente perché è stata guardata e ammirata, adorata, studiata e la sua vita ha scandito il tempo: “è successo quando Elisabetta si sposò….”, “è successo quando Elisabetta….”.

Il Castello di Balmoral

Alcuni hanno detto che Elisabetta rappresenta la cultura coloniale, che la monarchia in disuso è una inutile perdita di tempo, è dov’è Diana? Dov’è Diana? Diana che era perfetta, oggi il posto di regina sarebbe stato suo. Sulla regina Diana ha avuto la sua rivincita: la sua regalità immensa non l’ha mai oscurata. Noi Diana non l’abbiamo mai potuta dimenticare. L’abbiamo rivendicata ai matrimoni di William e Harry, al giubileo, alla nascita dei nipoti, ai trooping the colour, ai garden tea e oggi nella sua morte. Nella morte di Elisabetta di Inghilterra qualcuno le chiede di Diana. E Diana?,dice. Circa ciò che è stato detto e ripetuto, circa le accuse rivolte alla monarchia riusciamo a spiegarci solo se citiamo Vivienne Westwood che in inglese ha scritto così: “la famiglia reale è un cemento sociale. La regina tiene salda la nazione. È importante che la nostra Famiglia reale sia ereditaria, i membri della famiglia reale imparano osmoticamente il senso della diplomazia e trasmettono quello del dovere a tutta la nazione e al mondo”. Benché noi qui riteniamo , per dirla come lo disse Beethoven a  Lichnowsky, “principe, ciò che voi siete lo siete per nascita e ciò che io sono lo sono per me”, non possiamo ignorare in alcun modo che – sebbene in scarpe da 2000 sterline – Elisabetta ha attraversato la storia. Non ignoriamo nemmeno le polemiche coloniali, risvegliate da Meghan Markle, attorno alla monarchia di Inghilterra ma a questo punto questo discorso non è circoscrivibile e allora forse dovrebbe dirsi che il post-colonialismo in molti luoghi morali (compreso il nostro feed di Instagram) non è ancora del tutto arrivato, che se come istituzione dal ricordo coloniale la Monarchia dovesse essere abbattuta allora l’istanza dovrebbe essere estesa a talmente tante cose evidenti che del mondo, forse, resterebbe poco o nulla.  La storia è stata sfortunatamente coloniale e lo sforzo ora di orientarsi al vero post-coloniale vuole meno mere parole e polemiche sterili, desidera l’agire per buonsenso (smettila, magari, di dire “negro”).

Diana Spencer

Regina fino in fondo, se avesse potuto scegliere sarebbe morta a Balmoral e le è stato concesso. È riuscita anche in questo. Non si può descrivere Elisabetta che si è mossa tra scandali e accuse conservando la sua dignitosa bellezza e non si può descrivere la donna che si è fatta regina nella casa sull’albero in Africa e ha fatto re il figlio Carlo nel castello di Balmoral. Non è incespicata, non è caduta. Perché Elisabetta ci sembra così lontana dalle donne che siamo? Perché Elisabetta, principessa e regina inglese, ci sorprende se umanamente muore e di fatto noi siamo increduli di fronte a lei che spegne gli occhi e inquieti perché non ci siamo rassegnati in attesa del colpo di scena? Perché il suo essere British noi non lo possiamo imitare, perché era una donna ma una donna con cui non sentiamo di avere nulla in comune al di là della corona? Abbiamo dovuto rispondere che forse questa è una pratica che si dovrebbe far diventare pratica: mettere l’umanità nella gente, dire “è ricca, è bella, è umana. E cosa hai di umano tu? Le ossa, i capelli, il fiato? Il corpo, il naso? In cosa mi somigli? Le tue scarpe sono da 2000 sterline, le mie no ma i piedi, i piedi nelle scarpe hanno lo stesso valore”. Londra Bridge is down. Anne, la tua principessa di York è umanamente morta e noi non ci crediamo fino in fondo. Tutta l’Europa oggi guarda verso Carlo III e ci pare assurdo che per compiere il destino per cui è nato, abbia dovuto staccarsi da sua madre. È la morte che, in Inghilterra, incorona gli uomini. E ora si tende a William e da lui il filo è nelle redini di George. Ma se tu dici Elisabetta, ecco, noi pensiamo – per induzione, spontaneitá, per libera associazione – a Charlotte.

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