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LE OPINIONI

IL COMMENTO Se la bellezza fosse un algoritmo

DI ARIANNA ORLANDO

Se la bellezza fosse un algoritmo, quanti di noi non sarebbero davvero “belli” e quanto in questo esiste poco la sostanza dei fatti e sopravvive invece la retorica, quanto in questo trovano terreno fertile le mitologie sterili che si stanno fondando sulle immagini perfette divulgate sui social. La perdita della sostanza per consentire alla forma di assurgere alle più alte cime del promontorio di questa gerarchia social immaginaria, voluta da chissà chi, ci fa dimenticare che il Caravaggio scelse il volto di una prostituta per rappresentare la Madonna, che la Venere di Botticelli ebbe lo strabismo, che alla dolce Venere delle statue greche toccarono in sorte i fianchi larghi e il ventre tondo. Chi ha dunque inventato la mania della perfezione sulle riviste patinate? Chi dunque ci spinge a essere versioni perfettamente immaginate di noi stessi e per nulla reali? Si direbbe, in un microcosmo sessista, che io stia parlando solo alle donne perché solo alle donne, si sa, premono queste questioni estetiche e gli uomini sono fatti di altra sostanza e di altre preoccupazioni. Ma io direi in questo contesto di abolire anche questa idea, perché ricordo con puntualità precisa che il Fantozzi degli anni 80 si toccava la pancia, si guardava nello specchio e si avviliva.

Chi crede all’idea del superuomo per super-difendere il femminismo talvolta dimentica che così facendo alimenta idee irreali che si percuotono sulle donne stesse e sul mito. I super-uomini non esistono, tranne che nei nostri miti, tranne che nelle foto di instagram dove i difetti sono cacciati come terribili demoni nell’Ade della dimenticanza. Mi pare di comprendere allora che, almeno in questo, uomini e donne siano uguali e sentiamo la stessa pressione di essere perfetti e che allora la rivoluzione ideologica è davvero necessaria. Quanto costa liberare una donna dagli infiniti danni che la società le ha inflitto dal primo momento in cui si decretò che Lilith era una strega e che Eva aveva inventato il peccato e “non la splendida virtù della disobbedienza” ha il prezzo di liberare anche un uomo- un qualsiasi uomo di questo mondo- dalla necessità di apparire invincibile senza essere castrato della sua virilità. Esistono uomini che implodono su sé stessi a causa del peso “non canonicamente bello” come esistono donne “coraggiose” che ,alla maniera di Rupi Kaur, pensano che essere donna e avere un corpo comporta la praticità di decidere fattivamente per esso anche nella purissimamente semplice questione: depilarsi o no? Siamo infatti stati finora abituati all’idea che il corpo non ci appartiene ma appartiene agli altri: ce lo strappano di dosso gli occhi che ci guardano, tentiamo di difenderlo cospargendolo di vestiti “idonei” più a essere scudi che “coperte”, vogliamo che sia magnifico per quel principio antico della kalokagathia “bello dentro e allora bello anche fuori”. E siamo dimentichi allora che la sostanza umana non si coniuga in flessioni perfette, non accetta le declinazioni stereotipate ma si muove libera in maniera discendente: dagli antenati ai posteri. Mi piacerebbe che la bellezza fosse una somma di numeri: questo più questo fa quest’altro ma in un mondo di numeri che spazio ci sarebbe per la creazione? E non parlo di certo della creazione dell’uomo, del mondo, del cosmo ma di quella più piccola, intima e personale della persona che crea il suo trucco con i pennelli e le tinte, il suo vestiario scegliendo il maglioncino ceruleo e il pantalone nero e le sue idee apprendendo dall’esterno e dal confronto con gli altri. Ma questi social fra le nostre mani sono finestre nelle vetrine degli altri, dove questi “altri” sono meravigliosi e hanno tutte le virtù tanto da sembrare che vivano in una favola a cielo aperto e dove sono finite le fabbriche, i fiumi, le discariche? E dove sono finite le imperfezioni, i sentimenti che i poeti cantavano nelle poesie e che i cantanti scrivevano nelle canzoni? Sono finiti nell’Under-Uranio, il cosmo sotto i nostri piedi di cui desideriamo dimenticarci. Nulla di più bello al mondo esiste che la bellezza ma tu, di preciso, dimmi cosa intendi. Ciò che intendo io è che essere belli significa non tentare di diventare perfetti in quel modo che solo i mondi patinati come i social ci consentono di essere come solo le captions delle foto talvolta ci permettono di sembrare intellettuali. In quel mantra che “se la bellezza non c’è in qualche modo bisogna inventarsela”, io non ti prego di restare te stesso nel modo in cui sei ma di migliorarti in tutti i modi del tuo essere perché di questo tutti hanno costantemente bisogno. Ma ti prego: fallo con amore e con gentilezza.

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