LE OPINIONI

IL COMMENTO Si nasce di meno, si vive di più, e siamo sempre più pochi

DI GIORGIO DI DIO 

L’assessore al comune di Procida Rosella Lauro, addetta,tra l’altro, anche alle comunicazioni istituzionali, ci ha avvisato che è partito anche a Procida il censimento dell’ISTAT 2023 che ha l’obiettivo di conoscere le “principali caratteristiche strutturali e socioeconomiche della popolazione che risiede in Italia, a livello nazionale, regionale e locale e di confrontarle con quelle del passato e degli altri Paesi”.

Questo avviso mi ha fatto sorgere alcune curiosità sulle morti e sulle nascite a Procida e girando in rete sono andato a finire sul sito Admistat Italia, che si occupa di analisi e statistiche sulla popolazione residente.  Vedendo, che c’è un’analisi dettagliata per ogni comune sono andato a cercare il comune di Procida.

Nella sezione “Bilancio demografico, trend della popolazione e delle famiglie, classi di età ed età media, stato civile e stranieri” Procida presentaquesti dati (l’ultimo anno analizzato è il 2021). I nati sono 46, i morti 131. Il saldo tra i nati e i morti è meno 85, quindi ci sono 85 morti in più dei nati. La popolazione è di 10.183,00 abitanti al primo gennaio e di 10.160 al 31 dicembre e, quindi risulta diminuita di 23 persone. Questo dato noncorrisponde, ovviamente, alla differenza tra nati e morti perché comprende anche ilsaldomigratorio che riporta195 iscritti all’anagrafe e 133 cancellati, con un saldo di più 62 e che da un saldo totale di -23 ( -85+62). Sulle nascite che sono inferiori alle morti non possiamo dire che è un problema procidano, ma è di tutta Italia, di tutta l’Europa, di gran parte del mondo. Insomma, facciamo sempre meno figli, non solo nel mondo occidentale, ma anche in Asia orientale, in Corea del sud, in Cina, in Thailandia, in Giappone.

Eppure, il desiderio di avere figli è molto forte. Sono veramente poche le copie che non vorrebbero figli. Allora cosa li frena? Cosa ci vuole per convincere una coppia a fare più figli? Una famiglia salda, la sicurezza lavorativa, una certa disponibilità finanziaria? Magari una maggiore disponibilità di asili nido e una maggiore auto economico da parte dello stato? Non che lo stato non ci abbia pensato. Una delle idee dello stato par incoraggiare a fare figli è stato l’assegno unico. L’Assegno unico e universale è un aiuto alle famiglie concesso dallo stato. Spetta ai figli a carico fino21   anni e, per i figli disabili, senza limiti dietà.  Naturalmente cambia in base alla condizione economica determinata con l’ISEE. L’INPS per i pagamentidell’assegno unico ha già superato i 16 miliardi di euro in un anno (marzo 22, febbraio 2023). E bisogna dire che non tutti sono stati raggiunti dall’assegno unico e molti hannoscelto di avere la misura minima pur di non presentare l’ISEE (per quella paura ancestrale di non far sapere allo stato i fatti propri, come se non li sapesse già).

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Ma perché così importante che aumentino le nascite e cosa può fare ancora lo stato per raggiungere tale scopo? Delle poche nascite si devono preoccupare soprattutto gli anziani. Perché una natalità così bassamette a rischio il futuro delle pensioni.

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Purtroppo, la decrescita demografica è un fenomeno di cui si parla molto, ma non sembra siano state trovate soluzioni accettabili. Resta ancora vivo un rischio che non dobbiamo sottovalutare, quello di avere poca gente che versa i contributi e una spesa previdenziale che aumenta sempre perché ci sono sempre più anziani e sempre meno giovani. Chi sceglie di fare figli deve avere maggiori certezze. Certezza che l’assegno unico resti anche in futuro e le cifre che lo finanziamo nonvengano spostate altrove per esigenze di bilancio. Una coppia che trova difficoltà nel percorso lavorativo, poche opportunità di valorizzarsi professionalmente, incertezza del futuro, facilmente sarà portata a rinviare la scelta di avere figli al momento in cui lecose andranno meglio. Ci vogliono politiche familiari forti che aiutino le coppie a realizzare i loro progetti e ad avere certezza nel futuro.

Il problema della denatalità è un problema collettivo che deve essere affrontato dallo stato. Non è un problema della singola coppia. Soprattutto bisogna fare in modo che nonsiano discriminate le donne che vogliono fare figli. Le donne non devono trovarsi di fronte alla scelta tra avere figli e lavorare, devono poter fare entrambe le cose.  E questo è compito delle istituzioni. Con le nascite in continua diminuzionenon sarà facilegarantire un adeguatosistemapensionisticoallepersone anziane.E glienormiprogressi che ha fatto la medicina, da un lato consentono dicombattere meglio molte malattie, dall’altro aumentano l’aspettativa di vita creando un gap sempre piùalto tra lavoratori che portano risorse con i loro contributie pensionati, che queste risorse le consumano. Qualcuno si chiede: Ma come facevano prima quando le famiglie erano più povere e facevano molti piùfigli? Le famiglie numerose contavano sette, otto e anche dieci figli. Può sembrare una contraddizione ma non lo è. È proprio il benessere economico che ci porta ad avere per i nostri figli attenzioni diverse da quelle di una volta. Visita continue dal pediatra, vestiti di marca, cellulare, bicicletta, motorino, cene con gli amici, vacanze all’estero, università. 

È evidente che ci abituiamo al progresso e il tenore di vita di oggi nonci consente di poter crescere più di uno, due o al massimo tre figli.  La stessa commissione UE è giunta recentemente alla seguente conclusione: “L’andamento della demografia ha un impatto non solo sulle finanze pubbliche, ma anche sulla produttività dell’economia, sulla presenza o meno di lavoratori specializzati, sulla presenza o meno di attività produttive in alcune località, sui livelli di dipendenza economica sul piano internazionale”.

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