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Parcheggio a Barano, sul processo cala la scure della prescrizione

ISCHIA. Va in archivio con la scontata prescrizione il processo per il costruendo parcheggio comunale di Barano a via Regina Elena. Un processo lungo, che ha visto tra gli imputati anche numerosi esponenti dell’amministrazione baranese. Oltre a Nicola Aniello Buono, titolare dell’impresa esecutrice dei lavori e a Giuseppe Pisani, tecnico progettista, furono indagati il sindaco Paolino Buono, insieme a Giuseppe Barbieri, all’epoca dei fatti presidente della Commissione edilizia per Paesaggio, con i componenti della stessa commissione, Saverio Toma, Antonio Sessa, Benito Trani, e gli assessori Francesco Pasquale Buono, Sergio Buono e Giovanni Migliaccio. Le accuse sulle quali si incardinò il processo, celebrato presso la Prima sezione penale del Tribunale di Napoli, dinanzi il collegio b presieduto dal dottor Pellecchia, furono varie, legate essenzialmente all’aver dato l’assenso alla costruzione di un’opera edilizia in una zona sottoposta a vincoli e in assenza di un valido permesso a costruire. Parliamo della struttura impostata circa dieci anni fa nel Comune collinare, consistente in circa 380 metri quadri di cemento armato gettato su pali di fondazione e travi di bordo, oltre che ad altre fondazioni dirette al completamento della struttura stessa con rampa per le auto e rampa pedonale. Le contestazioni comprendono la distruzione e deturpamento di bellezze naturali, l’abuso d’ufficio, falsità materiale e falsità ideologiche di vario genere: tra l’altro, nella relazione paesaggistica del 2008 veniva affermato che l’area “oggetto dell’intervento non è soggetta a vincolo idrogeologico”, e che l’opera in questione risultava “compatibile e coerente con gli obiettivi di valorizzazione paesaggistica e sociale del sito”, attestazioni ritenute false dagli inquirenti, in quanto l’intera isola risulta sottoposta a vincolo idrogeologico e l’intervento prevedeva la realizzazione di tettoie con lamellari verticali e orizzontali, e copertura con pannelli fotovoltaici: soluzioni contrastanti con il Piano paesistico che prevede che murature e piastrature debbano essere rivestite con pietre locali. L’accusa inoltre contestava come nella richiesta di integrazione inoltrata alla Soprintendenza nell’ottobre 2008 venisse falsamente attestato che la realizzazione del parcheggio rientrava negli standard urbanistici del Piano regolatore generale, dal momento che l’intervento era “limitato a una superficie di circa 580 metri quadri”, laddove la superficie complessiva del realizzando parcheggio era pari quasi al doppio (in quanto destinato a occupare al piano seminterrato una superficie di circa 600 metri quadri per una volumetria di circa 1800 metri cubi, e al piano rialzato una superficie di circa 350 metri quadri, per una volumetria complessiva di circa 2500 metri cubi). Occorrerebbero svariate pagine per illustrare nei dettagli i capi d’accusa, ma tutto il dispendio di energie giudiziarie necessario per celebrare un processo ultraquinquennale in relazione a contestazioni risalenti a dieci anni fa finisce nel nulla,  in quanto come ha riconosciuto lo stesso Pubblico ministero, sono maturati i termini della prescrizione per tutti gli imputati. Tutta la carta prodotta in questi anni è destinata dunque ad ammuffire negli archivi del Tribunale, come molto spesso accade nelle vicende giudiziarie di questo Paese. Viene in mente il finale del film di Gianni Amelio “Porte aperte” (a sua volta tratto dall’omonimo libro di Sciascia), dove il protagonista descrive i sotterranei del Tribunale di Palermo: «Fascicoli, fascicoli, fascicoli.. montagne di fascicoli! E in ogni fascicolo un morto.. giudicato da un altro morto: un cimitero!».

 

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