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LE OPINIONI

Politica e social, atto secondo: «Certo giornalismo è in malafede»

Dopo le considerazioni affidate al nostro giornale dal direttore de Il Dispari, Gaetano Di Meglio, arriva la replica di Luca Antonio Pepe che dallo stesso era stato (sia pure non esplicitamente) tirato in ballo

Gentile Direttore,

Chiamato in causa – in modo diretto o indiretto – da un noto giornalista isolano, desidero esprimere qualche parola utilizzando una testata che apprezzo e con cui ho spesso collaborato in passato, anche ai tempi del grande giornalista Domenico Di Meglio. Dando seguito all’ultimo articolo che ha visto protagonista Gaetano Di Meglio, vorrei dire la mia sul ruolo che la comunicazione che assume al giorno d’oggi. Un ruolo importante in ogni tipo di attività a rilevanza pubblica. Le imprese si servono di addetti stampa così come il Vaticano, tanto per fare un esempio. Secondo voi su twitter scrive veramente il Papa? In politica, poi, il fenomeno s’è acutizzato esponenzialmente, complice l’avvento dei social network. Tutti i partiti, ormai, si servono di grandi uffici di comunicazione, che contribuiscono a rafforzare l’immagine dei politici. Ad ogni livello: dal Comune al Parlamento Europeo, non esiste gruppo che non venga seguito da un comunicatore, che ormai è la versione 2.0 del giornalista. Parliamo di una figura strategica, preposta a diverse mansioni: ufficio stampa, gestione social, campagna comunicativa. Tuttavia resta un mero esecutore dei politici con cui collabora e che forniscono l’indirizzo politico.

Ovviamente il policy maker non detiene tutte le competenze di questo mondo. Ragion per cui, sempre piu’ spesso, si affida a dei comunicatori. E’ una cosa normale in Italia, in Europa, nel mondo. E chi non lo capisce o è in mala fede o ignora la professione. Solitamente il comunicato stampa, così come un post facebook, nasce da un accurato briefing – de visu o telefonico – tra il politico e l’addetto alla comunicazione. Un colloquio in cui il committente illustra dalla A alla Z tutto ciò che intende comunicare, entrando nei minimi dettagli. Dopodiché si procede con la stesura del comunicato, che viene sottoposto all’ok della parte politica che – quasi sempre – chiede integrazioni o modifiche ripetute. Un lavoro lungo e certosino che, solitamente, deve mettere d’accordo molte persone. Solo successivamente si può procedere con l’inoltro agli organi di stampa o con la pubblicazione sui canali social. Dunque, sostenere che il “comunicatore” scavalca il committente, procedendo di propria sponte è sbagliato. Se a sostenerlo è un giornalista, poi, si aggiunge anche un pizzico di mala fede.

Quanto è importante avere un buon comunicatore? Tanto ma non tantissimo. Certamente ad alti livelli (si pensi a Rocco Casalino con Giuseppe Conte o a Luca Morisi con Matteo Salvini) è fondamentale. Nei piccoli centri, invece, la figura assume un ruolo di contorno, importante soprattutto per intercettare quella fascia di popolazione che utilizza i social network. Punto. I “voti” li fa il politico, non il comunicatore. Prendiamo la campagna elettorale di Giacomo Pascale (per cui, invece, sono stato chiamato in causa da questo giornale). La comunicazione ha assunto un ruolo importante forse perché per la prima volta, sull’isola, sono stati utilizzati i social in maniera massiva. Ma la competizione è stata vinta grazie “ai voti” che la squadra ha saputo intercettare, grazie all’ars oratoria di Pascale, grazie alla profonda unità e sintonia tra i candidati e grazie al programma elettorale. Nell’ombra della caverna giaceva la comunicazione, che ha assunto un ruolo importante ma secondario.

Negli ultimi giorni un giornalista isolano dalla penna graffiante ha ufficialmente deposto i panni del comunicatore, indossando i panni del politico e utilizzando la propria testata come megafono elettorale. E non è certo la prima volta: è un fenomeno che si ripete in occasione di ogni campagna elettorale. Sin qui nulla quaestio: in Italia sono diverse le testate che fungono da velina di partito e che, nascondendosi dietro la ‘libertà d’opinione’, rispondono agli interessi del ‘padrone’. Ignorando che la libertà di stampa finisce dove si intacca il rispetto, la dignità e l’onorabilità di tante persone che vengono, spesso, gettate in pasto all’opinione pubblica per fini chiari e precisi. Dunque, non entro nel merito della finalità con cui si porta avanti un giornale. Entro, piuttosto, nel merito di chi attacca ripetutamente un collega che svolge solo il proprio lavoro, stuprando letteralmente le regole basilari della deontologia professionale. Ovviamente per partigianeria, non avendo la lucidità – e la volontà – di scindere “il politico”dal comunicatore. Buttando volutamente tutto in caciara.

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Ho lavorato e collaborato presso tutte le istituzioni europee: da Bruxelles al Senato al Consiglio Regionale. Eppure, è la prima volta che mi trovo innanzi ad un caso del genere. E’ la prima volta che mi ritrovo a difendere la mia professionalità, dopo gli attacchi vergognosi ricevuti (in maniera piu’ e meno esplicita), che non rendono certo onore alla professione. Il giornalista deve fare il giornalista e non il ‘politico-tifoso’ e ‘azzanna colleghi’. A questo punto che ci si candidi. Ma forse è anche la prima volta che leggo un giornalista scrivere “non collaboro con Tizio (certo, ci crediamo), ma faccio il tifo per lui e farò campagna spietata contro il suo competitor”. Mi chiedo: ma questo comportamento è eticamente accettabile? E’ giusto utilizzare il proprio giornale per orientare l’opinione pubblica verso il proprio ‘pupillo’ di turno? E’ professionale tutto ciò? Ma soprattutto: ci si rende conto che questo atteggiamento così sfacciato, arrogante e presuntuoso danneggia proprio il proprio ‘pupillo di turno’ (com’è sempre avvenuto) e avvelena la comunità isolana? A mio avviso, il giornalista deve anzitutto prestare servizio alla comunità, informando e non orientando. Abbiamo una grande responsabilità e non ci si rende conto dei danni che può fare una penna, soprattutto se usata per interessi personali. Auspico sinceramente in un alleggerimento dei toni, nel rispetto della professione e soprattutto dei cittadini che meritano un’informazione vera, oggettiva e non dannatamente partigiana.

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LUCA ANTONIO PEPE

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