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Cantine di Crateca, la tenacia dei vignaioli di Casamicciola

di Malinda Sassu

Cos’è la tenacia unita al desiderio di ripartire e non fermarsi? È determinazione e perseveranza, è l’idea di non arrendersi, nonostante gli ostacoli che si possono incontrare. Non lo è forse la stessa viticoltura dell’Isola d’Ischia nella caparbietà di viti aggrappate alla terra e nell’eroicità degli uomini che ne lavorano i frutti? Un racconto di tenacia nella vita come in vigna, una di quelle storie da cui trarre insegnamento, è la realtà delle Cantine di Crateca, dove i protagonisti sono la forza e la passione dei fratelli Castagna, albergatori da sempre e vignaioli dal 2008.  La storia di una tenuta meravigliosa a Casamicciola, così alta e maestosa che in un abbraccio circonda Ischia e il suo mare in un solo sguardo. Una delle più belle dell’Isola, lo sanno le migliaia di persone che hanno visitato questo emozionante paesaggio del vino, nascosto dai boschi della Falanga. Circondata da chilometri di parracine e dominata dalla settecentesca casa colonica, ricca di frutteti e di vigneti graffiati dalla salsedine, un balcone naturale che la famiglia Castagna ha strappato all’edilizia selvaggia con enorme sacrificio e tanta dedizione. Tutto bello se non fosse che la terra, quella madre da amare e rispettare, inizia a tremare in una calda notte di fine estate. È il terremoto di Casamicciola del 21 agosto scorso, una sorta di Moloch a cui non è possibile sfuggire ma quel magico vigneto, frutto di un amore sconfinato, rimane intatto, senza danni strutturali, neppure in cantina. Con l’unico torto però di trovarsi nella cosiddetta” zona rossa”. Lo Stato, in questi casi, esorta alla ricostruzione ma qui c’è ben poco da ricostruire, praticamente nulla; c’è invece da lavorare, come si è sempre fatto, ma le cavillosità lo impediscono. C’è poco da aggiungere a quanto detto da mesi sull’Isola: se c’è una situazione difficile in tutta questa storia è quella di trovare nuove riforme per poter superare lo scoglio della burocrazia e permettere a Casamicciola alta, alla sua gente e alle sue case, di rinascere più forti di prima. Infatti, in questo quadro tendente al grigio scuro piuttosto che al nero, vi sono aziende e persone che hanno il sapore della sfida. Del cosiddetto guanto gettato in faccia alla paura, il primo gradino da salire se si vuole ricominciare. Alla fine di questo difficile 2017, quindi, è bello proporre le storie di persone che non si sono arrese, come Piergiovanni, Giampaolo e Arnaldo. Fa piacere sapere che la produzione in cantina non si sia mai fermata e che la famiglia Castagna non abbia lasciato che la situazione difficile li schiacciasse. Che si siano rimboccati le maniche e ripartiti. Ripartiti dalla terra, per restituirle il suo posto. “Un evento che ci ha rimesso alla prova, anche se non abbiamo subìto danni strutturali” spiega Piergiovanni Castagna, “stiamo uscendo da questa situazione con tanta energia e tanta grinta”. A partire da una vendemmia lottando contro le forze della natura e ovviamente con i dovuti permessi. La tenacia è nel DNA dei fratelli Castagna, la testa dura di chi vuole raggiungere il proprio obiettivo a tutti i costi, sin da quando decisero primi fra tutti che l’ospitalità in vigna fosse un surplus da offrire ai clienti dell’hotel, recuperando nel tempo un vigneto abbandonato da oltre mezzo secolo. Un impegno notevole su questi 5 ettari, di cui 2 dedicati alla coltivazione della vite, dal nome dedicato al vecchio cratere della zona. E poi l’incontro con l’enologo Marco Esti, professore ordinario all’Università della Tuscia di Viterbo e Alessandro Leoni, agronomo ed enologo della squadra del famoso Renzo Cotarella. Un incontro di quelli importanti e che lasciano il segno, come racconta il prof Esti: “Mentre camminavamo nelle vigne, ci comunicavano tutta questa passione per la terra, soprattutto il richiamo allo storico: quello più recente legato alle tradizioni di famiglia ma anche al legame che affonda nel passato. La passione e la voglia di fare bene sono gli elementi che ci hanno convinti a iniziare con loro la nostra collaborazione”. Il significato dato alla storia e al suo valore sociale, la passione e l’entusiasmo sono alla base della produzione della tenuta di Crateca, una cantina gioiello molto piccola in termini di volumetria, ma attrezzatissima nei macchinari più moderni e attuali, in grado di mantenere una produzione rispettosa dell’ambiente e del territorio. “Con la nostra presenza abbiamo aggiunto la pazienza” continua Marco Esti “pazienza nel lavorare in vigna e nel raccogliere in momenti successivi. E soprattutto la pazienza di aspettare che il vino, quello elevato in legno, raggiunga il suo giusto grado di maturazione. Perché il vino richiede tempo per potersi esprimere, per fare vini di grande pregio la fretta è una cattiva consigliera”. La base ampelografica delle Cantine di Crateca si è man mano fondata prevalentemente su Biancolella e Aglianico, due vitigni che si sposano perfettamente con i terreni di origine vulcanica della zona, tufacei e sabbiosi. L’esposizione a nord-ovest, inoltre, protegge da fenomeni di malattie e garantisce uve sane e di qualità, unita a pratiche colturali biologiche e vendemmie manuali. L’aglianico, in particolare, è declinato prevalentemente in tre soluzioni: una vendemmia precoce destinata al rosé, un raccolto principale riservato al rosso Crateca e la selezione di due micro aree per far sì che le uve restino più a lungo in pianta, destinate al ricercato rosso delle Cantine di Crateca, il cru Cràstula. Tre momenti diversi di vendemmia e conseguentemente di maturazione per dare prodotti tra loro differenti, con caratteri distinti l’uno dall’altro. La passione e la tenacia in vigna come nella vita, la pazienza di saper aspettare il momento giusto, senza farsi prendere dallo sconforto; far sì che i vini parlino di territorio e antiche tradizioni, di lavoro in vigna e di un mondo, quello ischitano, con tutta la sua schiettezza e genuinità. E soprattutto dove il terremoto non ha mai fermato la voglia di vivere e di continuare a lavorare.

Cràstula, il passato dell’Isola in un cru (Box 1 – Foto 1)

di Malinda Sassu

Aglianico quasi in purezza, raccolto nella sua maturità più ricca e avanzata, con piccole aggiunte di Piedirosso e maturato in botti di rovere francese mediamente per 18 mesi. Nasce così il cru Cràstula, al suo esordio nella vendemmia 2015 e prodotto in 1500 bottiglie. Un rosso che le Cantine di Crateca dedicano alla storia dell’Isola, al suo passato illustre di terra del vino fondata dai Greci. A partire dal suo nome, che in napoletano indica un piccolo frammento in cui è stato ridotto un oggetto intero. In questo caso, un frammento di terracotta. La storia vuole infatti che durante gli scavi condotti dal famoso archeologo Giorgio Bucher, il suo giovane operaio, rinvenendo il primo pezzo della celeberrima Coppa di Nestore, esclamasse: “Prufessò! Aggio trovato ‘na cràstula co ‘na scritta!“. Da qui il nome di questo rosso importante, proveniente dalle piccole appezzature di Tufo del Pizzone, dal suadente colore rubino e sfumature violacee; elegante al naso, concentrato su note di frutti rossi di bosco, prugna, ciliegia e more, accompagnato da aromi dolci di vaniglia e carrube, cacao e lievi sentori mentolati. Morbido e intenso in bocca, con ritorni fruttati e minerali, dai tannini ben percepibili ma bilanciati. Un equilibrio che si abbraccia ai dolci accenti di caffè tostato e spezie dolci: l’uso del legno, come racconta l’enologo Marco Esti, è stato volutamente più cauto, nell’uso di barrique nuove e di primo passaggio, permettendo al vitigno di esprimersi appieno nella sua natura identitaria. Un cru elegante, di lunga longevità, che lo rende eccellente anche con piatti importanti, come arrosti e formaggi stagionati.

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