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Capuano ancora in carcere, così cambia la strategia difensiva

Dopo il Riesame, si punta ad acquisire nuovi elementi di prova per confutare le accuse mosse al giudice della sezione penale di Ischia nell’ambito delle indagini anticorruzione svolte dalla Procura di Roma

Dopo la pausa agostana, il collegio difensivo del dottor Alberto Capuano si rimette all’opera per ottenere la scarcerazione del magistrato in forza alla sezione penale del Tribunale di Ischia. Come si ricorderà, dopo essere stato chiamato in causa dalla Procura di Roma dopo le indagini su presunta corruzione e legami con la malavita svolte nell’ambito dell’operazione “San Gennaro”, il giudice Capuano era rimasto confinato nella casa circondariale di Poggioreale anche dopo il ricorso al Tribunale del Riesame: i giudici della Terza sezione penale di Roma aveva rigettato il ricorso confermando quasi interamente l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip. Su una delle varie contestazioni mosse all’indagato, quella relativa alla vicenda Sorrentino, l’ordinanza era stata annullata, lasciando in piedi le altre. Le motivazioni, depositate recentemente, non hanno prevedibilmente soddisfatto i difensori dell’indagato, visto che nemmeno l’annullamento dell’ordinanza in relazione al caso-Sorrentino agli occhi dei giudici avrebbe potuto giustificare un alleviamento della misura.

Adesso, la strategia dei legali di fiducia del dottor Capuano sembra orientata a puntare prevalentemente sulle indagini difensive, piuttosto che tentare il ricorso in Cassazione per contestare il verdetto del Riesame. In sostanza, viene ritenuto più produttivo discutere sulla presunta sussistenza delle esigenze cautelari. Nel merito, con le indagini difensive si punta ad acquisire nuovi elementi di prova in grado di “ridisegnare” e confutare gli indizi di colpevolezza delineati dall’accusa: appare forse controproducente andare a discutere e sindacare gli elementi di prova e le interpretazioni sostenute dal p.m., che secondo la difesa sarebbero piuttosto “condizionate”: ad esempio, perché basati su brani di intercettazioni ritenute non risolutive e forse selezionate in maniera parziale.

Comincia dunque la “battaglia d’autunno” contro un provvedimento che, secondo la difesa, è esageratamente punitivo in relazione a quelli che sono gli indizi raccolti dalla Procura e che forse è frutto delle tensioni che la magistratura vive da tempo, con le contrapposizioni tra le “correnti” che la compongono. In ogni caso, la difesa di Alberto Capuano cercherà di smantellare l’impianto accusatorio montato nei confronti del proprio assistito, a cominciare dal punto focale, costituito dalla presunta corruzione, ma anche ponendo l’accento con particolare e reiterata attenzione verso le eventuali pressioni che l’indagato avrebbe dovuto esercitare nei confronti di un magistrato della Corte di Appello. Gli avvocati del dottor Capuano hanno già sottolineato con forza come nel momento in cui al giudice in servizio a Ischia fu chiesta questa intercessione, il suo papabile interlocutore aveva già ottenuto il pensionamento, dunque senza alcun ruolo nel processo in questione. Insomma, Capuano lo sapeva, e a chi gli chiedeva un “favore” aveva soltanto finto di manifestare un possibile interessamento per porre un freno alle pressioni a suo carico. Per quanto riguarda il caso Liccardi, anche il periodo delle intercettazioni telefoniche risale cronologicamente a un momento in cui il giudice di Corte d’Appello non era più in servizio: insomma, un “avvicinamento” a questo presidente sarebbe stato materialmente impossibile. Di fatto, non avrebbe nemmeno partecipato all’udienza in programma a fine mese. Fondamentale dal punto di vista difensivo è la mancanza di riscontri ai presunti vantaggi sotto forma di dazione di denaro o altre utilità, per i quali non ci sono prove o indizi concludenti.

Il giudice Capuano fu arrestato il 3 luglio scorso nell’ambito di un’indagine anticorruzione della Procura capitolina, da cui sarebbero emersi anche dei collegamenti con la camorra (reato che, per inciso, non viene contestato a Capuano). Insieme a lui furono arrestati il consigliere circoscrizionale della Decima municipalità di Bagnoli, Antonio di Dio, l’imprenditore Valentino Cassini e il pregiudicato Giuseppe Liccardo, ritenuto da investigatori ed inquirenti vicino al clan Mallardo di Giugliano. Gli arresti domiciliari furono invece disposti nei confronti di Elio Bonaiuto, avvocato del foro di Napoli.

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