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CULTURA & SOCIETA'

Dzerzinskij Feliks e il ricordo di quella statua abbattuta

Un referendum promosso a Mosca rievoca l’episodio dell’agosto 1991 passato alla storia: a raccontarlo a Il Golfo Almerico Di Meglio, all’epoca inviato speciale per gli affari esteri de “Il Mattino”

Ieri il Corriere della Sera ha dedicato una pagina al referendum che si svolge a Mosca su chi dei due personaggi storici installare sul piedistallo al centro della piazza Lubijankache si apre dinanzi alla sede centrale dei servizi segreti della Russia: la CEKA, fondata da Feliks Dzerzinskij durante la rivoluzione comunista sovietica, che in seguito mutò più volte nome, il più noto dei quali fu KGB. I due personaggi sono lo stesso Dzerzinskij e Aleksandr Nevskij (1220-1263) principe di Novgorod e Vladimir, santificato, eroe nazionale cui venne dedicato l’Ordine imperiale, appunto di Sant’Aleksandr Nevskij, abolito dai sovietici ma reintrodotto nel 1942 per la “guerra patriottica”. Fino all’agosto 1991 sul piedistallo nella piazza c’era la statua di Dzerzinskij. Fu abbattuta dalla folla scesa in piazza contro il tentato golpe dei vetero-comunisti contro il riformatore Gorbaciov. Testimone fu l’inviato speciale per gli affari esteri del “Mattino” Almerico Di Meglio.

Come ricordi quella sera nella quale tutti gli occhi del mondo erano puntati su Mosca dove si giocava il futuro dell’Unione Sovietica?

«Quando vidi la statua di DzerzinsKij ,Feliks “di ferro”, tirata con funi da centinaia di giovani, piegarsi verso il basso, trattenni il respiro negli attimi in cui si schiantava al suolo. Solo un pensiero mi venne in mente: il comunismo sovietico è finito. Morto per fallimento dopo aver ingoiato centinaia e centinaia di milioni di vittime e illuso qualche miliardo di persone, persone divenute ideologizzate e fanatiche, sorde e cieche di fronte alle tirannie che il comunismo aveva seminato nel mondo. Guardai le centinaia di bandiere col tricolore della Russia e il giallo e l’azzurro, cioè il grano e il cielo, dell’Ucraina – oggi impensabile a dispetto della Rus’ di Kiev – che decine di migliaia di uomini e donne, giovani soprattutto, inalberavano assieme a un enorme cartello su cui era stampata una frase che sintentizzava la rivoluzione bolscevica sovietica: “Settanta anni di marcia verso il nulla”».

Era la sera del 23 agosto 1991….

«Fu il fatto più significativo del tentativo di golpe di metà mese. Infatti, l’abbattimento della statua del boia del “terrorismo rosso” – che campeggiava nella piazza dove sorgeva il palazzo dei servizi segreti, piazza che i moscoviti per paura evitavano persino d’attraversare – precedette di poche settimane sia le proclamazioni d’indipendenza delle repubbliche dell’Unione Sovietica, sia il referendum che ridette a Leningrado l’originario nome di San Pietroburgo (raggiunsi la città in treno e l’unico giornalista italiano che incontrai nell’albergo fu Fabrizio Del Noce), sia lo scioglimento del PCUS e a dicembre quello della stessa URSS. La fine dell’URSS fu imposta a Mikhail Gorbaciov da Boris Eltsin, primo presidente democratico della Russia che aveva guidato la resistenza contro i golpisti. Gorbaciov aveva tentato invano di socialdemocratizzare il sistema comunista e salvare l’unità dell’Unione Sovietica. Eltsin aveva invece capito che ciò era impossibile – l’economia russa era crollata da tempo e – segnatamente dopo l’improvvido golpe – bisognava salvare il salvabile, cioè la Russia”».

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Quando eri arrivato a Mosca ?

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«Tre giorni prima. Alloggiavo all’hotel Metropol, nemmeno duecento metri dalla piazza, e mentre rientravo in tutta fretta per scrivere la mia corrispondenza da inviato per il “Mattino”, mi tornò dinanzi agli occhi la breve intervista a Gorbaciov, fatta incredibilmente per strada. Circa tre mesi prima si votava per la prima volta nell’impero russo e per la presidenza della Russia. Avevo appreso in quale seggio elettoraleavrebbe votato Gorbaciov. Mi appostai lungo la strada. Dissi alla mia interprete di chiedergli di rispondere ad alcune domande. Lei lo fece ma balbettando per l’emozione e il timore mentre le guardie del corpo le venivano incontro. Gorbaciov tirò dritto. Allora giocai il tutto per tutto: gridai in italiano: “Presidente, sono amico di Andreotti!”. Sapevo che Gorbaciov stimava molto Andreotti e, infatti, sentendomi pronunciare il suonome si fermò, mi venne vicino e rispose ad alcune mie domande. Ritengo di essere stato l’unico a intervistare per strada un segretario del PCUS e presidente dell’URSS. Gorbaciov aveva vinto tre mesi prima il referendum sul mantenimento dell’Unione e queste prime elezioni democratiche sembravano coronare un secondo strategico passo verso la democratizzazione dell’URSS. E invece ricordo come fosse ieri queste sue parole: “No, il peggio non è passato. Adesso comincia il difficile”. Personalmente non credevo alla democratizzazione dell’URSS ma non avrei mai immaginato una svolta così imminente. Non a caso, proprio alla vigilia del tentato golpe me ne ero andato in vacanza ad Ischia. Mi svegliò mio padre, di mattino presto, per avvertirmi del golpe a Mosca. Arrivai a Roma per i visti in un’ambasciata deserta con un console impacciato ma contento. Fu poi licenziato. Sull’aereo incontrai Demetrio Volcic che poco prima in tv aggiornava sulla situazione con alla spalle le mura del Cremlino: un ottimo fotomontaggio».

La statua di chi ritieni verrà scelto dai moscoviti per salire sul piedistallo?

«Difficile fare previsioni con i russi. Presumo, o almeno mi piacerebbe,che la spunti Aleksandr Jaroslavic detto Nevskij, e mi diverte un po’ pensare che tutto sommato a Putin, già dirigente del KGB potrebbe, sentimentalmente, anche andar bene che sia reinstallato Dzerzinskij, l’ex aristocratico di origine polacca e bolscevico implacabile e sanguinario, il “Feliks di ferro” fondatore dei servizi segreti CEKA e del cosiddetto “terrore rosso”, il boia delle rivoluzione comunista, che nel 1920 s’era già allontanato da Lenin preferendo l’ancor più duro Stalin, dopo una guerra civile costata circa 10 milioni di morti tra uccisioni e carestie. Ma ritengo che Putin, di là dal suo attaccamento al potere, sia soprattutto un grande patriota e Nevskij rappresenta il patriottismo russo, uno dei pilastri sui quali si è edificato l’impero di Mosca, assieme all’altro, la Chiesa ortodossa, che non a caso lo ha canonizzato. Delle tre storiche direttive strategiche russe versoi mari -Baltico, Mediterraneo e oceano Indiano – quella del Baltico, e quindi dell’Atlantico e dell’Artico, epenso all’Alaska e alnord California dove dall’Europa per primi giunsero i russi -fu praticamente segnata da Nevskij che battagliò vittoriosamente contro svedesi- li sconfisse sul fiume Neva da cui il soprannome – finlandesi, lettoni e cavalieri teutonici».

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