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LE OPINIONI

IL COMMENTO La sicurezza stradale è figlia illegittima del bullismo

DI LUIGI DELLA MONICA

Prima di qualsiasi riflessione, mi permetto umilmente di esternare le mie condoglianze ai congiunti dello sfortunato Manuel Calise. Non ci sono parole ed inchiostro per poter esprimere vicinanza ad un dolore che solo chi realmente vive può capire ed io mi inchino allo strazio che i suoi genitori, parenti ed amici stanno provando. La morte per incidente stradale è però più difficile da sopportare. Un attimo prima si era scambiato un saluto con la persona amata; pochi minuti dopo una telefonata, che non conosce orario, viene indirizzata da uno sconosciuto soccorritore, il quale ha l’amaro compito di annunciare la disgrazia. La devastazione spirituale che si avverte credo non sia descrivibile. La comunità, dal canto suo, piange disperata la separazione irreversibile da un sorriso, da una battuta, dalla gioia di vivere della vittima, che non tornerà mai più indietro: un semaforo rosso che non si spegnerà più per oltrepassare la strada, ove un tempo si poteva incontrare il sole terrestre irradiato da quel ragazzo.

Non mi sono soffermato sul capire la dinamica della tragedia. Conosco la strada dell’incidente ed è notorio che, nonostante vi sia il limite di velocità tipico dei centri abitati, molti avventori sfrecciano anche a 70-80km orari ed oltre, in alcuni tratti. Non sto assolutamente sparando una sentenza a sproposito, sia perché non mi compete, sia perchè nel caso specifico saranno le Autorità a stabilire le cause dell’accaduto. Tuttavia, mi interrogo sul fenomeno nel suo insieme della sicurezza stradale, che viene invocato a gran voce dai compagni di scuola del ragazzo ed ha incontrato le simpatie delle istituzioni locali. Gli Organi di Polizia hanno logicamente ricordato che non è possibile mettere un guardiano per ogni cavalcavia, per ogni curva, per ogni rettilineo, per ciascuna via potenzialmente pericolosa. Sono convinto, però, che la sicurezza stradale si garantirà quel giorno in cui sarà sconfitto il bullismo, che è la vera origine di ogni sinistro stradale. Sono pochissimi i casi, in cui un automobilista e\o un motociclista commettono un incidente per una fatalità imprevedibile. Tanto è dimostrato dallo stesso codice civile, nella parte in cui all’art. 2054 c.c. prescrive a tutti i conducenti la massima prudenza nella circolazione a motore ed impone l’onere della prova sulla mancanza di colpa nell’averlo determinato. Di norma, chi abusa del veicolo a motore, che giustamente viene definita un’arma impropria, sta commettendo un gesto di sopraffazione dell’altrui libertà di circolare in sicurezza: quindi, commette un gesto di bullismo.

Molto spesso, fra adolescenti, si innesta una dinamica di machismo, oppure di superiorità intellettuale, contrasto più frequente a volte nelle ragazze, che subdolamente cagiona il ricorso al fumo, alle sostanze alcoliche, oppure a manifestare agli altri la propria bravura nella guida spericolata. Ripeto, non sto facendo riferimenti al caso del compianto Manuel Calise, ma sto fornendo spunti riflessivi a quelle vive e svelte coscienze dei ragazzi manifestanti per la sicurezza stradale. Questa si garantisce con la lotta a quel sistema di disvalori composto dalla ideologia del bullo, del bello\a e temerario\a che viene apprezzato dalla comunità, perché è uno giusto, si direbbe ai miei tempi è un ganzo o una sfitinzia, che guida con spavalderia veloce e temerario. Una app sul mio cellulare di una nota compagnia assicurativa, come credo quasi tutte ormai, analizza con la scatola nera lo stile di guida del conducente di un dato veicolo e fornisce giudizi valutativi, a seconda che si definisca normale, temerario o altamente rischioso. Ho sentito persone adulte vantarsi non della valutazione dello stile di guida normale, ma di quello rischioso.

Non ci nascondiamo dietro l’ipocrisia, anche fra giovanissimi, si alimenta strisciante una emarginazione sociale per quello fra loro che induce alla prudenza ed al rispetto delle regole…il cosiddetto “secchione”, verso cui si tendono ad indirizzare atti di bullismo. Per evitare tragedie stradali, per invocare sicurezza, per cui ripeto ancora una volta non mi sto riferendo al caso tragico del compianto Manuel Calise, è necessario promuovere eventi culturali sulla legalità e sulla convenienza della guida moderata e ligia alle regole. Il problema non è repressivo, non è sanzionatorio e nemmeno preventivo attraverso i cosiddetti autovelox, ma è di cultura generale. L’isola, stante la dimensione ridotta della sua rete stradale, deve farsi promotrice di eventi culturali tendenti a spiegare ai giovani che la prudenza conviene, perché allunga la vita.

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Personalmente, mi è capitato decine di volte, di ricevere fasci di luci indispettite, oppure sorpassi azzardati e convulsi, strombazzate di clacson di auto provenienti dalle mie spalle, sulla “superstrada” della Fasolara, oppure sulla Prov.le Panza, allorquando mi limitavo a procedere entro i 40\50km orari. Questo fenomeno si impedisce incuneandosi culturalmente nelle menti dei guidatori, non implementando forti strumenti repressivi. Come Saviano ci ha indottrinati sul fatto che la malavita ammaestra i “muschilli” prima che possano comprendere che la cultura, il lavoro e l’onestà rende uomini liberi, la comunità isolana deve formare i giovani, prima che si avvicinino ad un qualsiasi mezzo di locomozione, alla cultura della prudenza. La prudenza conviene perché allunga la vita, la temerarietà la compromette oppure la strappa irrimediabilmente. L’utilizzo improprio di un veicolo a motore è una forma subdola di bullismo, che deve essere abiurata dai ragazzi che hanno occupato le scuole e manifestato pacificamente per strada. Allo stesso modo di come si deve abiurare l’alzare il gomito, di fumare smodatamente oppure di emarginare i più indifesi.

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Come segnalava il Prof. Borgogna, il nichilismo, che è stato citato anche in alcuni articoli, la noia sono mali endemici di una società come quella ischitana che è opulenta e benestante. Non mi riferisco strettamente alla ricchezza materiale, ma è indubbio che un bambino ed un adolescente vivano sull’isola in una società ovattata, in assenza di malavita organizzata, beneficiando di un contatto con Madre natura, come pochi ragazzi al Mondo. In tale dimensione, forse meglio che in altri luoghi dove il problema principale è vivere alla giornata per un piatto di minestra, il male di vivere si può propagare come un virus invisibile e letale. Questi sono i pericoli contro cui protestare. La morte tragica di un ragazzo nel fiore degli anni deve indurre, oltre che alle commemorazioni di indiscutibile valore spirituale, alla messa al bando di ogni gesto di disprezzo del pericolo e privilegiare la cultura dell’amore per la vita, in ogni sua forma fisica e metafisica.

* AVVOCATO

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