LE OPINIONI

IL COMMENTO Natale tra estetica ed etica

Qualcuno dei lettori del Golfo avrà letto il mio editoriale di domenica scorsa “Un Natale con valori diversi?”. Bene, considerate questo che state leggendo come parte del sequel sul Natale. Domenica ho suggerito una riflessione sul fatto che una parte della gerarchia cattolica consideri l’attuale Natale una festa sempre più consumistica e sempre meno religiosa. Adesso vi invito a riflettere insieme e mettere a confronto il Natale “estetico” con quello “ etico”. Qualche giorno fa, il prof. Francesco D’Andrea, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Plastica ed Estetica del Policlinico Federico II di Napoli, ha dichiarato che nei primi sei mesi dell’anno, la richiesta di ritocchi al viso ha registrato un aumento del 50% rispetto al 2020 e del 70% rispetto al 2019. Pertanto, nonostante la preoccupazione e l’incognita della pandemia, viene ritenuta essenziale, da un numero crescente di persone e ai fini della qualità della vita, la bellezza e il ritocco estetico. D’Andrea ci dà anche ulteriori dettagli: la richiesta di interventi estetici riguarda persone di tutte le età e indifferentemente uomini, donne e trans. Si va dai ritocchi non invasivi a labbra, mento, naso, zigomi fino a trattamenti più invasivi di tipo chirurgico. Nonostante sia un chirurgo plastico, D’Andrea si dice scandalizzato da quelle persone che arrivano al punto di ritoccare, per esempio, le labbra, anche venti e più volte. Naturalmente sta impazzando, come regalo di Natale (soprattutto genitori per un proprio figlio o figlia) da mettere sotto l’albero, un buono per l’intervento estetico. Ecco il nostro modello odierno, belli fuori e non importa dentro come siamo o come stiamo diventando. E così, anche l’estetica contribuisce a scavare ancora di più quel fossato tra persona e persona che, una volta, era solo di natura economica. Non più soltanto differenza tra chi è ricco e chi è povero ma anche differenza tra chi è brutto e tale decide di restare (per principio o per mancanza di soldi) e chi è bello e ritoccato. Oh, certo, a queste considerazioni insorgeranno i fautori della libertà assoluta degli individui, nel cui concetto sicuramente fanno rientrare anche la libertà di “modificarsi” e cambiare certi tratti somatici che non ci piacciono. Non scandalizza più nessuno questa tendenza e poi fa incrementare l’occupazione di tante persone che lavorano per un’esaltazione del fisico (tra palestre, visagiste, truccatori, chirurghi estetici, personal coach).

A questo punto, lasciatemi dire qualcosa anche sullo sport: si dice che faccia benissimo e, per alcuni, preserverebbe anche dal Covid e soprattutto ispirerebbe ottimismo, gioia di vivere, energia positiva. Domanda: “Ma questo vale anche per ragazzini di dieci anni, che vanno a fare, vestiti di tutto punto con divise sponsorizzate, zaini firmati, scarpette all’ultimo grido e partono la domenica mattina con i traghetti per trasferte che sanno tanto di agonismo e professionismo ante litteram? Non sarebbe meglio, più dilettantesco e più divertente, lasciarli nei confini dell’isola ad affrontare coetanei su campetti non troppo sofisticati e con indumenti arrangiati e adattati? O anche lo sport è “estetica”, prima che “mens sana in corpore sano”? Ma davvero il benessere fisico è autosufficiente , per lo sviluppo della persona, fino al punto di innescare anche la leva del benessere della mente? Non è forse necessario curare l’anima quanto il corpo? Detto questo, passo a trattare l’evoluzione (?) che ha avuto nel tempo la tradizione dei doni natalizi. Ho già riferito, nel precedente articolo, la differenza tra San Nicola e Babbo Natale e, per rendere più comprensibile la differenza tra un personaggio reale (San Nicola) e un personaggio artificialmente prodotto dall’industria dei consumi (Babbo Natale) ho riportato un’omelia del Vescovo di Noto e un intervento di Papa Francesco in un incontro con i giornalisti. Entrambi ci richiamano a un comportamento etico e non solo estetico, interiore prima che esteriore.

Oggi vi voglio riferire due altri interventi interessanti che vanno nella direzione di non barattare “l’essere” con “l’apparire”. Il saggista e critico teatrale e cinematografico Goffredo Fofi, in un articolo su Il Corriere della Sera, ci ha ricordato che una volta era tradizione (soprattutto in Sicilia ma anche da noi) che i regali li portassero i defunti. Fofi si avvale del parere di un grande antropologo napoletano che morì nel 1965, Ernesto De Martino, che aveva studiato la consuetudine per la quale i morti portavano, nella notte tra il primo e il due di novembre, doni ai bambini. Funzionava così: la sera i genitori mettevano sul davanzale di una finestra cibo e bevande per i morti che, di notte, venivano, consumavano la cena e, in cambio, lasciavano doni ai bambini. E’ evidente il significato dell’azione di scambio cena-doni, tra vivi e morti, bambini ed avi defunti: l’importanza del legame tra generazioni, tra passato e presente, il passaggio di testimone per perpetuare valori ed usi. Sempre su Il Corriere della Sera, ma nell’inserto La Lettura, Elisabetta Moro, professore di Antropologia Culturale del Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha scritto un bellissimo saggio sul Presepio e la Natività. L’antropologa spiega tantissime cose di grande interesse ma, in particolare, mi ha colpito la storia vera del bue e l’asinello. Ci è stato tramandato, dalla narrazione popolare, un falso: quello che i due animali avessero la funzione di riscaldare il bambinello. Non è vero! Non è scritto in nessun Vangelo ed è frutto di un malinteso. A svelarlo fu lo storico Alfonso Di Nola che spiegò che ci fu un errore di trascrizione da un antico testo in lingua greca. La parola “eoni” significa “ epoca” e quindi il testo intendeva dire che il Salvatore sarebbe nato tra “due epoche”, senonché il copista scrisse erroneamente “zoni” con la “z” al posto di “e”. Cosicché nacque l’idea che ai lati di Bambin Gesù ci fossero due animali.

Elisabetta Moro ci spiega che tale “deformazione” non deve essere intesa come “malafede”. In realtà è, da un punto di vista antropologico un “adattamento”, un “ritocco” (proprio come i ritocchi estetici) per dare maggiore attrattività e vitalità alla narrazione. Ma Gesù non ha bisogni di questo “ritocco” per rappresentare l’emblema della più grande rivoluzione etico-culturale della storia, quella rivoluzione che fece dire a Benedetto Croce, liberale non credente: “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

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