LE OPINIONI

IL COMMENTO Tra le leggende di un viaggio a Samarcanda

DI LELLO MONTUORI

Pensi sempre a Samarcanda quando ti balena l’idea di un viaggio in Uzbekistan. Anzi forse pensi a Samarcanda e poi scopri che si trova in Uzbekistan.

E poco importa se Bukara -che pure fu capitale del Kanato omonimo quando la visitarono tra il 1261 e il 1264 Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco Polo, prima di partire verso la corte di Kublai Khan- è proprio lì vicino con il suo carico di storia e le moschee dalle cupole blu e i giardini e le fontane che zampillano, ancora oggi, proprio in mezzo alla città moderna. O se a Khiva, la città fondata secondo la tradizione da Sem il maggiore dei figli di Noè scoprendo l’acqua fra le steppe del deserto, puoi vedere il più bel minareto di tutto il paese ancora incompiuto e la madrasa di Amin Khan oltre ad una cinta muraria perfettamente conservata che circonda la città antica quasi nel suo stato originario. O se a Khiva, la città fondata secondo la tradizione da Sem il maggiore dei figli di Noè scoprendo l’acqua fra le steppe del deserto, puoi vedere il più bel minareto di tutto il paese ancora incompiuto e la madrasa di Amin Khan oltre ad una cinta muraria perfettamente conservata che circonda la città antica quasi nel suo stato originario.

No. Non importa quanto ci sia di meraviglioso nel verde dei giardini di Shakhrisabz, la città che diede i natali al grande Timur- per tutti il temuto Tamerlano- e che forse lui fece per questa sua città natale ciò che i Medici fecero per Firenze in pieno Rinascimento. No. Se vai o sei andato in Uzbekistan percorrendo la via della seta, il tuo primo pensiero e forse l’ultimo, in genere, sarà per Samarcanda la città cantata persino dal nostro Roberto Vecchioni che scrisse di <<fiumi, poi campi, poi l’erba era viola, bianche le torri che infine toccó>>. Pare che persino Alessandro Magno abbia scritto che tutto quello che aveva udito a proposito di questa città fosse vero, tranne il fatto che era assai più bella di quanto lui avesse potuto immaginare. Scriveva così nel quarto secolo avanti cristo e la Marakanda conosciuta dai Greci e conquistata da Alessandro, doveva essere assai diversa dalla meravigliosa Capitale del grande Tamerlano, Tīmūr Barlas il condottiero turco-mongolo, che tra il 1370 e il 1405 conquistò larga parte dell’Asia centrale e occidentale, fondando l’Impero timuride. Da lui poi discesero l’astronomo Uluğ Bek e Babur, fondatore della dinastia Mogul in India.

Così la Samarcanda che si apre oggi agli occhi dei viaggiatori che si spingono fin là, non ha più molto di quella visitata da Marco Polo e già distrutta da Gengis Khan, poi risorta come l’araba fenice più volte nel corso della sua storia millenaria. Ogni volta così splendida da lasciare senza fiato. Ed è proprio senza fiato che rischi di restare quando inizi la visita dal famoso Registan con le tre madrase in luogo delle quattro che ci si aspetterebbe nel perimetro della grande piazza squadrata a sottolineare -come scrisse Ulug Beg- che tre è il numero perfetto. L’ampiezza della piazza dove si affacciano portali e cupole e minareti meravigliosamente decorati, ti danno un senso di vertigine per la perfezione dell’architettura e la ricchezza dei decori che sfavillano al sole abbagliante dell’estate. Poi visiti la Tomba del Re vivente, forse il santo cugino di Maometto venuto a Samarcanda per combattere gli infedeli, decapitato e risvegliatosi con la testa tra le mani in un pozzo in attesa di riprendere la sua lotta agli infedeli, e il mausoleo di Gur-iAmir dove riposano Tamerlano, due dei suoi figli e il grande nipote Ulug Bek. Ripensi alla leggenda per la quale nessuno deve disturbare il riposo del grande Timur sotto pena di terribili sventure per chiunque osi profanarne il mausoleo.

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Pare che ne sperimentarono le ire, Nadir lo Shah di Persia che nel 1740 dopo varie disgrazie, avendo spezzato il blocco di giada che copriva la tomba del guerriero, si affrettò a far riportare indietro feretro e sepolcro del grande condottiero e persino Joseph Stalin che dopo averne ordinato l’esumazione ad un antropologo e il trasferimento a Mosca, quando poco dopo che mezza Russia fu invasa dai tedeschi, pensó bene di far riportare Tamerlano a Samarcanda insieme agli altri feretri esumati. Non c’e madrasa in questo straordinario paese fra le steppe sell’Asia, non c’è edificio, cupola, minareto, palazzo, o monumento che non racconti una storia o la sussurri <<perché non si afferra il segreto di domani se si è incapaci di capire il mistero che fu ieri>>. Sono blu le cupole delle madrase e degli edifici voluti dal grande Timur e dal nipote Ulug Beg, blu come <<il dolce color d’Oriental zaffiro>> di cui scrisse Dante nel primo canto del Purgatorio. Ed è senz’altro il colore che più di ogni altro parla delle meraviglie dell’Oriente: ‘turchese’ da Turchia e ‘azzurro’ dal persiano ‘lazvard’ che vuol dire ‘come i lapislazzuli’ la preziosa pietra da cui si si ricavano meravigliose tonalità intense di blu. A Tamerlano e alla preferita tra le sue nove mogli si deve per alcuni persino la leggenda della introduzione dell’uso del chador. Tamerlano era in guerra ma per la sua Bibi Khanum la preferita delle nove mogli, principessa di origine mongola di straordinaria bellezza, aveva ordinato a un architetto prigioniero, un grande complesso da costruire.

L’architetto invaghitosi di Bibi dopo averla vista in volto, pretese un bacio sulla guancia minacciando di non completare i lavori per l’edificio e la sventurata acconsentì. Il bacio bruciante di passione lasció sul volto di Bibi un’ustione sulla guancia che la principessa tentó di coprire con purdah, un velo simile al burqa afgano per non essere scoperta. Ma Tamerlano saputolo la fece giustiziare, buttandola giù dal minareto appena costruito. A questa leggenda romantica e tristissima alcuni fanno risalire l’origine del velo portato da molte donne nei paesi di religione islamica. Non in Uzbekistan e non oggi. Non più. L’ex Repubblica Socialista Sovietica mi ha dato l’impressione di un paese profondamente laico. Quasi nessuna donna porta il velo, tanto meno il chador, le ragazze vestono in jeans e si truccano in modo assai elegante. Gli uomini bevono volentieri qualche birra. I riti della preghiera giornaliera non sembrano coinvolgere le folle di altri paesi islamici e i minareti restano spesso muti per tutto il santo giorno. No, non è l’estremismo islamico il problema dell’Uzbekistan di oggi. Forse lo é un’economia ancora assai pianificata, la povertà dei mezzi, e uno Stato di polizia che assicura ordine e disciplina, rassicura i turisti ma soffoca sul nascere qualsiasi tentativo di dissenso politico. Un’idea di Repubblica dove praticamente non esiste opposizione.

Del resto in quanto a gestione del potere gli uzbeki ne hanno sempre avuto una visione che non ammette repliche. Ancora nel 1826 l’emiro di Bukara, Nasrullah Badaur detto il macellaio, fece giustiziare 32 parenti facendoli decapitare a sangue freddo per assicurarsi il trono. Due inglesi arrivati ai tempi della Regina Vittoria senza doni per l’Emiro furono gettati in un pozzo e poi uccisi in piazza crudelmente e anche l’italiano Giovanni Orlandi orologiaio di grande competenza prima riuscì a salvarsi dalla ire dell’Emiro costruendo un orologio ancora oggi appeso alla torre della fortezza dell’Ark, ma poi fu ucciso lo stesso dall’Emiro quando il telescopio che gli aveva costruito cadde a terra e l’Orlandi fu trovato ubriaco anziché subito pronto a ripararlo. Insomma, con gli Uzbeki è bene non scherzare troppo. Da queste steppe millenni fa partirono i popoli che diedero origini alle più grandi civiltà del mondo antico. Pare che l’orgoglio di appartenere ad un popolo che esisteva già agli albori della civiltà umana sia rimasto. E ancora oggi è bene non sfidarli. Basta incontrarli guardandoli negli occhi con la curiosità e il rispetto che talvolta manca negli occhi di chi viaggia.

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