CULTURA & SOCIETA'

Il Corteo degli Apostoli ritorna nella Chiesa di San Tommaso D’Aquino

Dopo cinquant’anni il corteo degli apostoli del giovedì santo è ritornato nella chiesa che ospita il Cristo Morto di Lantriceni

Settimana pasquale nel pieno rispetto dei riti, in modo particolare quelli legati alla tradizione cristiana dell’isola, arricchiti dal buon cibo, da qualche polemica sulle modalità di svolgimento delle processioni (anche queste immancabili come da consolidato copione) e dalle belle giornate che hanno accompagnato, sin qui, procidani e i tanti turisti che hanno affollato l’isola di Graziella e che non hanno fatto mancare il proprio contributo social con miglia di foto, selfie e video dei vari eventi. In questo contesto ci fa piacere sottolineare il ritorno (foto di Aniello Intartaglia – Vision Studio) del corteo degli Apostoli del Giovedì Santo, organizzato dalla Congrega dei Bianchi, nella Chiesa di San Tommaso D’Aquinoin Via M. Scotti che ospita la Congrega dei Turchini ed il Cristo Morto di Lantriceni, evento, a suo modo, che aveva avuto il suo più recente atto nell’orami lontano 1969.

Per descrivere meglio la Congregazione dei Bianchi, la sua nascita e le modalità del corteo, ci viene in soccorso il dott. Giacomo Retaggio che scrive: “Fu il cardinale Innico D’Avalos che nella seconda metà del ‘500 decise di fondare a Procida una confraternita, detta dei Bianchi dal colore dell’abito, dedita al culto del S.S. Sacramento. In linea con la sua estrazione nobiliare ed in ossequio al suo essere un principe, sia pure ecclesiastico, del Rinascimento decise di limitarne l’accesso ai soli elementi nobiliari o quanto meno di un certo livello sociale. Non ti deve stupire questa scelta discriminatoria perché in quei tempi la società era rigidamente divisa in “caste” con impossibilità quasi totale per qualcuno di passaggio da un ceto più basso ad un altro superiore. Era una struttura piramidale con all’apice la nobiltà, poi il clero, indi il popolo minuto. E nessuno aveva nulla da recriminare: era un fatto fisiologico. Anzi veniva consigliato a ciascuno di contentarsi del proprio stato perché così…era stato stabilito da Dio. Il carattere elitario di questa confraternita, nonché il fatto di essere la prima in senso temporale rispetto alla altre (i Turchini, difatti, furono istituiti una cinquantina di anni dopo) permise fin dall’inizio di avere dei privilegi, quali, ad esempio, quello di poter accedere nel cortile di San Damaso a Roma con il proprio gonfalone. I “Bianchi”, inoltre, avevano il diritto di assistere alle funzioni religiose nell’abbazia di S. Michele di Procida sostando con il gonfalone all’interno del presbiterio e nei pressi dell’altare. Tra i suoi membri si contavano molti preti e ciò permise ai confratelli dei Bianchi di avere dei confessori propri, senza la necessità di farne richiesta al clero secolare come sarebbe capitato alle confraternite successive. Questa sorta di supremazia fece assumere alla confraternita il titolo di “Arciconfraternita dei Bianchi del S.S. Sacramento” che conserva ancora oggi. I membri di questa confraternita appartenevano alle classi più agiate ed evolute della popolazione procidana; comprendevano, infatti, oltre a numerosi preti, anche notai, avvocati, medici, possidenti e molti esponenti della borghesia armatoriale isolana. E questa configurazione sociale ed economica costituì uno spartiacque netto nei riguardi delle altre confraternite che si organizzarono successivamente, specie nei riguardi dei “Turchini”, che si possono considerare quasi coevi ai “Bianchi, composti da “gente di terra”, vale a dire per la maggior parte da contadini. A te, uomo di oggi, queste considerazioni ti procurano qualche perplessità, ma nel ‘500 a Procida e non solo le cose stavano veramente così! La primitiva sede di questa arciconfraternita fu presso l’abbazia di S. Michele, in un locale apposito, il cosiddetto “oratorio dei Bianchi”, addossato alla parete esterna della chiesa, lato mare, ed a cui si accedeva per una scala interna, in una posizione panoramicissima. I confratelli tra i tanti diritti avevano anche quello di essere sepolti nella chiesa come dimostra l’esistenza ancora oggi di una botola nel pavimento della stessa con le figure scolpite di due incappucciati in preghiera. Rimasero in questo locale per due secoli, fino al 1759, quando delle pericolose crepe del fabbricato (oggi del tutto slittato in mare) consigliarono ai confratelli di spostarsi in una chiesa costruita apposta dal Comune, la chiesa di S. Giacomo, situata al centro del paese, sul cui frontespizio fa ancora oggi bella mostra di sé la dicitura “Arciconfraternita dei Bianchi”.

Rimasero in questa sede fino ad una trentina di anni fa, allorché, dopo la sospensione di qualsiasi attività per un decennio, la confraternita si trasferì nella secentesca chiesetta di S. Vincenzo Ferreri ove attualmente opera. Ai “Bianchi” è affidato il compito di organizzare il corteo degli Apostoli del Giovedì Santo. Fino ad una cinquantina di anni fa esso partiva nel primo pomeriggio dall’abbazia di S. Michele e percorreva quasi tutta Procida entrando in tutte le chiese per l’adorazione del Santissimo presso i cosiddetti “Sepolcri”. Prima di incamminarsi gli “Apostoli” assistevano alla “Missa in coena Domini” durante la quale il Curato lavava loro i piedi a ricordo di ciò che fece Cristo ai suoi discepoli nel Cenacolo. Dopo consumavano un pasto frugale a base di cefali arrostiti sulla brace, insalata verde (la famosa romanella), finocchi e vino. Con la riforma liturgica della fine degli anni cinquanta del secolo scorso le cerimonie sono state spostate alla sera e di conseguenza anche la cena ed il corteo. Ma anche il pasto degli “Apostoli” non è più quello di un tempo: la frugalità è stata sostituita da una varietà ed abbondanza di cibo degne dei migliori ristoranti. La cena viene tenuta nella chiesa di S. Giacomo, ormai sconsacrata, alla presenza di un folto pubblico a cui alla fine i “confratelli- apostoli” distribuiscono il pane. La gente si affolla e preme per riuscire a ghermirne un pezzo: ravvisi in questo modo di comportarsi degli astanti un profondo e recondito simbolismo. Dopo la cena (ormai è buio) il corteo si snoda per le vie di Procida. Il primo “Apostolo” è accompagnato da uno strano personaggio vestito con una rendigote rossa, pantaloni bianchi aderenti a calzamaglia, scarpe con fibbia di argento ed una feluca su un braccio: abbigliamento barocco di chiara derivazione spagnola. Nel lessico popolare viene detto il “centurione”, ma i soldati romani non c’entrano per nulla. Si tratta bensì di una rappresentanza dei “lacchè” che accompagnavano i signori durante il corteo”.

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