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Il sisma, De Nigris e Castagliuolo: ecco l’isola dal cuore d’oro

Lunga intervista ad uno dei soci della ditta Keramos che nel raccontare la tragedia del 21 agosto 2017, per la prima volta fa una rivelazione: «Ero disperato e avevo voglia di mollare, Franco ci diede le chiavi del suo locale e mi disse che per un anno dovevo pensare solo a lavorare. Non pretese un solo euro di fitto, un gesto che non potrò mai dimenticare»

Ci sono storie che raccontano realtà alle quali magari abbiamo smesso di credere. Fatte di generosità, di amore verso il prossimo, di altruismo. Storie che riconciliano con la vita e anche con questo mestiere, per noi che le raccontiamo. Gesti di solidarietà ed umanità ormai introvabili nella nostra società e meno che mai in un’isola come la nostra dove spesso, troppo spesso, si pensa esclusivamente alla cura del proprio orticello. E, magari, a come ampliarlo. Ecco perché quella che doveva essere una normale intervista, il racconto di un uomo, dei suoi sogni distrutti, del suo lento ritorno alla normalità apre uno scenario del tutto diverso nel momento in cui nel corso della nostra chiacchierata emerge un retroscena significativa. Dal valore immenso, specialmente – lo ripetiamo – di questi tempi. Ecco perché quella che stiamo per raccontare, perdonate la presunzione del cronista, è davvero una storia tutta da leggere.

Keramos era uno dei simboli della Casamicciola alta che produceva, quella zona della cittadina termale che viene raccontato come una sorta di “microcosmo” che viveva quasi in maniera a sé stante. Poi bastano cinque secondi e gli scenari si capovolgono, sono letteralmente stravolti. A distanza di tempo, come si racconta una vicissitudine del genere, ammesso che la si possa raccontare?

«Raccontarla è un po’ difficile. Sono momenti decisamente particolari, che naturalmente spero di non rivivere. Anche se quando arrivò il terremoto, decidemmo di abbracciarci la croce e andare comunque avanti. Poi però ci si è messo anche il covid, e la situazione è diventata ancora peggiore. Ma il sisma fu una mazzata terribile. Come ho già avuto modo di raccontare, noi per quattro giorni non avevamo voglia più di fare nulla. Psicologicamente ero distrutto, vedevo i sacrifici di una vita andati in fumo in pochi secondi. Ma c’è stato un qualcosa di particolarmente significativo in quei momenti».

Cosa?

«Gli amici. E’ nelle difficoltà come quelle patite che vengono fuori quelli veri, coloro che realmente ti sono ancor più accanto nel momento della sofferenza e che ti danno una mano sia materialmente che psicologicamente».

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Che sensazioni provi oggi, a distanza di tempo, quando passi da quelle parti?

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«Quando vado lì – e premetto che lo faccio raramente, perché mi viene un magone enorme – riesco a rimanerci appena una mezz’ora, poi devo scappare. Perché quando ti guardi intorno, e ti assalgono una serie di ricordi anche felici che hai vissuto in un luogo che adesso vedi ridotto in quelle condizioni, ti cadono davvero le braccia. Meglio allontanarsi, davvero. Però la speranza di ritornarci prima o poi c’è, non voglio perdere questi sentimenti e credere ancora a quanto sostengono politici e tecnici. Sono passati quattro anni, e sembrano tanti, ma sono certo che ci tornerò».

«Dopo il terremoto, per quattro giorni ero in stato catatonico, triste e arrabbiato. Franco mi invitò a recarmi da lui telefonandomi quattro giorni di fila, ma io non risposi all’invito. Poi mi recai a Forio con mia moglie e lui mi invitò a portare tutto in un immobile di sua proprietà. Quando gli chiesi di discutere del fitto, la sua risposta mi lasciò senza parole…»

Non è mai bello fare i conti in casa d’altri, ma se posso permettermi laddove dovessi quantificare il danno patito, cinque secondi cosa hanno prodotto?

«Tieni presente che l’immobile era di mia proprietà. Per quanto riguarda invece i danni che ha subito la ditta, siamo nell’ordine dei 150.000 euro circa. Non conosco una serie di norme varate anche dal commissario, ho protocollato l’istanza dei danni patiti ma non ne ho saputo più nulla. Preso dal lavoro non ho prestato attenzione a certe cose, ma la Keramos ha ricevuto zero euro di risarcimento fin qui e questa è una realtà amarissima: io credo che un piccolo “aiutino” potessero darcelo, ma è andata così e non sto a rimuginarci sopra».

Parlavi di amici e di persone particolarmente vicine. Nella sofferenza che hai vissuto qual è la pagina più piacevole e quella che davvero ti ha toccato il cuore?

«Tieni presente che in azienda siamo in due, io e Nello Di Leva, oltre a una collaboratrice. Ricordo che la sera del terremoto io per la rabbia tirai un calcio a un pezzo di terracotta fratturandomi un dito del piede. Cose che capitano, e che come puoi bene immaginare in quel contesto passarono praticamente inosservate. L’ho già detto, per quattro giorni ero assente, in stato quasi catatonico, intrattabile, litigavo con tutti. Anche con i carabinieri: ricordo che quando mi recavo in zona rossa volevo tirar fuori almeno le macchine, dove avevo messo un po’ di roba dentro, ma questo mi veniva negato. La testa insomma era volata via, poi però successe una cosa strana».

«Se quella che ho vissuto è una storia da Libro Cuore, allora io ho potuto leggere la mia pagina. Cosa rappresenta da quel momento Franco? Prima era un amico vero, adesso è troppo facile definirlo un fratello. Una parola grossa, è vero, ma è davvero il sentimento che provo per lui»

Cosa?

«Per quattro sere consecutive il mio amico Franco Castagliuolo (titolare di Regine Termoidraulica, ndr) mi telefonava dicendo che aveva una proposta da farmi esternandomi la sua volontà di incontrarmi. Io gli rispondevo sempre “va bene, non c’è problema, non ti preoccupare, stasera vengo”, ma puntualmente non mantenevo la promessa proprio in virtù di una condizione psico fisica non delle migliori. Dopo una serie di telefonate, immagino che una sera Franco capì l’antifona e l’ultima sera mi disse in maniera abbastanza esplicita che se non mi fossi recato io da lui sarebbe venuto lui da me. Io continuavo a nicchiare ma alla fine di fronte alla sua reiterata insistenza ho ceduto».

E che cosa è successo?

«Venni a Forio in compagnia di mia moglie e chiesi a Franco cosa avesse di tanto urgente da dirmi. Lui mi disse di avere una proposta da farmi e di disporre di un locale (quello dove era un tempo ubicato il Bar Gelateria Elio, ndr). Fu categorico: “Recupera tutto quello che riesci a prendere e vini a Forio. Qui ci sono le chiavi”, ed effettivamente me le consegnò. Io telefonai al mio socio Nello e gli dissi della proposta ricevuta chiedendogli quali fossero anche le sue intenzioni. Tornammo a Forio, premetto che già conoscevamo il locale, e Franco mi disse: “Non preoccuparti vai dentro, continua a fare quello che stavi facendo e non lasciarlo”. Questo ha fatto scattare in me una scintilla, un entusiasmo che pareva sopito. Ci siamo rimboccati le maniche e siamo ripartiti. Ma di questa storia l’aspetto che sento il dovere di sottolineare è un altro».

Quale?

«Io sono entrato dentro, dopo aver portato qui tutta la merce compreso forni, macchinari e quant’altro. Dopo un paio di mesi, naturalmente, mi sono recato da Franco con l’intento di definire gli accordi per il fitto della struttura. Lui mi guarda negli occhi e mi dice che per un anno gli dovrò corrispondere zero euro e dovrò pensare solo a lavorare e che poi di questi dettagli ne avremmo discusso dopo dodici mesi. E’ stato un gesto che mi sarei aspettato più dallo Stato che non da una persona, devo essere sincero».

Insomma, è stata una sorpresa, mi pare di capire.

«Franco bisogna conoscerlo. Sul lavoro è un “martello”, un rinoceronte, inflessibile. Ma quando è fuori dall’attività lavorativa posso assicurarti che è un uomo dal cuore d’oro che ha aiutato tanta gente. E continuerà a farlo, statene certi».

Un gesto da Libro Cuore che ti lascia dentro e insegna cosa?

«Beh, che c’è ancora speranza, che si può ancora credere nell’uomo e prima ancora nell’umanità. Hai detto Libro Cuore, e forse non hai sbagliato: io ho potuto leggere la mia pagina».

Franco per te già in precedenza era un amico. Da quel giorno cosa è diventato?

«Beh troppo facile parlare di fratello. Anche se dalle nostre parti questo termine è pericoloso, ma io lo sento come un congiunto…».

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