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La vendemmia di Andrea, un’annata da incorniciare

Gianluca Castagna | Ischia – La vendemmia è un rito che ferma il tempo e lo segna. Una festa che unisce il vignaiolo alla comunità, la fine dell’estate all’esplosione colorata della stagione fredda. Un momento di cambiamento e tradizione che trasforma l’uva, giunta a maturazione, in quel liquido prezioso che è il vino. Oggi, forse, calcoli scrupolosissimi vincono sul romanticismo; ma nell’immaginario collettivo, il vino simbolizza ancora l’amore dell’uomo per la natura e per ciò che di magnifico sa donarci.
La vendemmia ischitana è terminata da qualche giorno quasi dappertutto. Ora bisogna armarsi di pazienza per far invecchiare il vino, lasciargli percorrere il suo ciclo vitale, in attesa di berlo cercando magari di pensare anche alla storia che quel vino ha vissuto, alla fatica che la pianta ha fatto per dare quei frutti, all’amore e al lavoro di chi l’ha coltivata.

Foto principaleL’enologo Andrea d’Ambra è il proprietario di una delle case vinicole più importanti dell’isola d’Ischia: Casa d’Ambra. Una tradizione di famiglia iniziata nel 1888 dal nonno Francesco e che dura ancora oggi, dopo più di 100 anni, attraverso una realtà imprenditoriale che punta sui vitigni locali, sul recupero e la gestione dei territori abbandonati, sul riscatto culturale dell’occupazione agricola. Ad Andrea d’Ambra abbiamo chiesto di parlarci di questa vendemmia, delle aspettative nei confronti di un mercato sempre più sensibile verso l’unicità dei nostri vini e della comunicazione verso l’esterno di un patrimonio culturale che affonda le sue radici nella nostra identità più profonda e antica.

Vendemmia terminata da poche settimane Che effetto ha avuto il caldo eccessivo della scorsa estate sulle uve e dunque sui vini? Quale bilancio possiamo fare?
« Questa è la mia 30sima vendemmia, la migliore. Come zuccheri, integrità e sanità dell’uva. Un’annata da incorniciare. Non c’è stata sofferenza, del resto abbiamo suoli molti sciolti, le radici affondano e prendono quello che vogliono».

L’enologo può intervenire in caso di variazioni climatiche sfavorevoli?
«Quando le uve sono molto mature, basse di acidità fissa, si può intervenire con acidi della stessa uva. Tutto previsto e regolamentato dalla legge italiana, tra le più ferree in Europa. Prendiamo l’annata scorsa, la peggiore degli ultimi 50 anni in Italia così come a Ischia. C’è stato un prodotto molto acido, per cui si è ricorsi alla deacidificanzione. L’enologo deve essere molto cauto, in questi casi: se la grande uva viene da un grande vigneto, il suo intervento rischia di rovinarla. Diventa determinante solo nelle annate non qualitativamente alte. Un lavoro da svolgere insieme all’agronomo, sia chiaro. L’enologo deve sempre interpretare quello che la natura dà ogni anno. Spesso mi chiedono :“Come è questa annata?”. Di solito rispondo che è diversa da quella dell’anno precedente. Fosse sempre la stessa, dovrei cambiare mestiere…».

Come si misura la qualità di un’annata?
«Si misura soprattutto nel tempo. Qualcosa però possiamo già dirla: le uve impiegate nella vendemmia di quest’anno sono risultate ottime, le relazione zuccherina è di un punto, un punto e mezzo in più, soprattutto le rosse. Per i vini rossi, si prospetta un’annata grandissima, specialmente in Campania, ma sento di ottimi risultati anche in altre regioni d’Italia, come la Toscana».

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Rccolta dell'va nei vitigni di Casa d'Ambra (foto terza)Da un punto di vista quantitativo, invece, che annata è stata? Paragonata, ad esempio, alle passate stagioni
«Per quanto riguarda la Campania, siamo su un +15% rispetto all’anno scorso. A Ischia l’incremento quantitativo è del 10%. Purtroppo continua la flavescenza dorata, una malattia subdola che ha colpito anche il nostro territorio. Siamo in quarantena, e infatti anche quest’anno regalerò ai componenti della cooperativa che mi forniscono l’uva (più di 100 viticoltori) barbatelle innestate per incentivare il discorso di sostituzione delle fallanze laddove è arrivata l’infezione. La flavescenza è davvero una spada di Damocle che in altre regioni sono riusciti a fermare, non potendola debellare. Altrove, infatti, vige l’obbligo per i vignaioli e per i limitrofi di trattare l’insetto che trasmette il virus. A Ischia la viticoltura è assai frammentata, non sempre il vicino collabora in questa direzione, temo dovremo penare diversi anni prima di debellarla. Il trattamento è chimico con insetticidi a basso impatto ambientale, tanto che in Toscana è stata data la possibilità di usarli anche in quei vigneti da cui si producono vini biologici. Una deroga che testimonia la pericolosità di questa malattia e la necessità di tenerla sotto controllo».

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Quali sono le altre criticità importanti che gravano sulla produzione vitivinicola dell’isola d’Ischia?
«Anzitutto i costi di produzione. Dieci volte in più rispetto, ad esempio, al beneventano, o alla Puglia. Abbiamo vigneti estremamente frazionati, con pendenze che non consentono la meccanizzazione. Quando nelle fiere specificano “vendemmia manuale”, mi viene da sorridere: per noi è un obbligo. L’altra difficoltà riguarda l’enologo che viene da fuori: è molto difficile capire tutto alla prima vendemmia. Sulle stesse varietà, esistono maturazioni diverse da mare a montagna, variazioni di zuccheri, acidità, ph e polifenoli. Di contro, però, va detto che abbiamo un prodotto finale, soprattutto le DOC, Biancolella, Forastera, Per ‘e Palumm, richiesto tantissimo dal mercato. Sono riconoscibili. Apprezzati come filiera e tratti degustativi: finezza nell’aroma, delicatezza nel gusto, gradazione alcolica non elevata. E’ un momento storico per i vini ischitani, l’offerta è inferiore alla domanda».

D'ambra 1Per la Coldiretti, un terzo della spesa degli italiani in vacanza è destinato alla tavola e all’acquisto di prodotti enogastronomici. Un’etichetta di qualità può dunque diventare polo di attrazione anche turistica. Secondo Lei, i viticoltori ischitani sono pronti a questa rivoluzione? Hanno capito le potenzialità dei nostri prodotti?
«Secondo me non l’hanno capito. Anche se c’è un piccolo tentativo di ritorno alla terra e all’enogastronomia locale. E’ un fenomeno di cui non si sono ancora comprese tutte le potenzialità, eppure può essere un supporto validissimo per lo sviluppo di un turismo attento e sostenibile. Abbiamo una storia vitivinicola invidiata in tutto il mondo, trascurata e messa sotto i piedi per colpa di amministrazioni che non l’hanno sfruttata per attirare un turismo di qualità. L’economia turistica balneare e termale ha certamente ha portato ricchezza, ma dal 1970 ha sconvolto la fisionomia dell’isola e degli isolani. Siamo passati da 2700 ettari coltivati a vita della fine degli ’60, quindi più della metà del territorio isolano, a soli 250 ettari, di cui 120 a denominazione di origine controllata».

Numeri non più ripetibili?
«I margini di recupero esistono, perché ci sono ancora molti terreni abbandonati. In quest’ottica sto cercando di recuperare le vigne, certamente non comprando il terreno, perché sarebbe antieconomico, visti i prezzi a metro quadro, ma prendendoli a gestione o in fitto agrario».

La Vigna dei Mille Anni, oggi gestita da Casa D'Ambra (foto 4)In un’intervista al Corriere del Mezzogiorno ha dichiarato: “Oggi la terra è anche trendy”. Una sorta di appello alle nuove generazioni perché diventino imprenditori della viticoltura?
«Certamente lo si può fare. Lo testimonia il nuovo indirizzo agrario dell’Istituto Alberghiero “V. Telese”, dove ci sono già diversi iscritti. Oggi i ragazzi stanno cominciando a capire che avere la terra non significa zappa e basta. Se l’orto o il vigneto sono coltivati in maniera moderna, rispettando canoni antichi, anche i costi di produzione saranno minori. A differenza della Toscana, dove il viticoltore è fiero di avere un vigneto con la piccola cantina, a Ischia questa passione, questo orgoglio, sono ancora lontani. Ci sono i primi passi. Penso che nei prossimi anni assisteremo a una vera e propria corsa per rinnovare la vigna e l’orto. In primo luogo per prodotti che poi finiscono sulla nostra tavola. Poi se c’è qualcuno che si organizza meglio e fa sistema, potremo riportare in alto il nome di Ischia esattamente come nel passato. Ripeto: il momento è davvero storico, l’offerta del Biancolella è oggi inferiore alla domanda».

Quando vedremo sulle nostre tavole il vino d’Ambra della vendemmia 2015?
«Comincerò a imbottigliare le Doc verso metà marzo, tranne il Vigna dei Mille anni, un rosso particolare che verrà messa in commercio verso la fine del 2017 o gli inizi del 2018. Sarà un grandissimo vino, come tutti i rossi. Un vino da conservare per un’annata da incorniciare»

(foto: Enzo Rando)

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