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CULTURA & SOCIETA'

“Meglio farsi i…cavoli propri”: il cavolfiore tra storia, storielle e proverbi del…cavolo

Il cavolo nella prima fase di questo nostro inverno 2021, il secondo anno de Covid che ci ha nesso in emergenza sanitaria con rigide regole, arriva n onostante tutto, carico di gloria e di onori: presso gli antichi Greci, da Crispo e Pitagora e Ippocrate, l’odoroso (?) ortaggio era considerato una panacea per curare tutti i mali. I latini come Catone e Plinio lo veneravano: si dice che per sei secoli i Romani curassero con il cavolo ogni tipo di malattia, lo stesso Plinio guarì dalla gotta grazie ad un’alimentazione a base di questo ortaggio. Perfino sul Castrello d’Ischia nel ‘400 la governatrice Costanza D’Avalos si alimentava di cavoli per altro coltivati nel suo orto, per guarire da certi mali. Ma esiste oggi chi usa il cavolo per esprimersi anche in certo modo. Ad esempio: “testa di cavolo”, “non me ne importa un cavolo”, “col cavolo!”, “pensa ai cavoli tuoi”, “non capisci un cavolo”, oppure, semplicemente, “cavolo!”, “c’entra come i cavoli a merenda”, “Sono cavoli amari”. Poi la famosa, per chi la conosce, storiella del lupo, della pecora, del cavolfiore e il barcaiolo. Ma andiamo a conoscere meglio i personaggi di questo storiella che ha innevosito più di uno che voleva spiegarsela. Innanzitutto, il barcarolo. Un signore agreste, uomo di campagna, rematore. Di mestiere trasporta oggetti, bestiame o umani oltre il fiume (non esistono ponti, in ‘sto paese: son tempi grami, e pochi sanno nuotare). Gli aspiranti passeggeri, oggi, sono tre: un lupo, una pecora, un cavolfiore (probabilmente non si sono presentati alla partenza da soli: è difficile che una pecora, o un lupo, o un cavolfiore, soprattutto, si rechino, in autonomia, alla biglietteria dei traghetti o alla fermata dell’autobus, insomma qualcuno, si presume, avrà incaricato il vettore cioè il barcarolo di provvedere al loro trasporto, ma non divaghiamo) – dicevamo, i tre passeggeri sono pronti, ma sorge un problema di logistica e di logica: il battello è di ridotte dimensioni. Talmente ridotte da non permettere lo spostamento in un’unica soluzione dei viaggiatori. Il barcarolo può quindi trasferire solo uno dei tre alla volta. E sin qui non ci sarebbe nulla di male, a parte la seccatura di dover far avanti e indietro. Però: occorre anche prestare attenzione a cosa combinano i due passeggeri rimasti soli mentre il barcarolo è in acqua con il terzo. Mi spiego meglio. Infatti se il barcarolo si muovesse, al primo giro, in compagnia  del lupo, nel frattempo, a terra, vedrebbe la perdita quasi certa di uno dei suoi tre clienti, ossia il cavolfiore, di sicuro mangiato dalla pecora nell’attesa del turno. Se invece il barcarolo scegliesse di far salire a bordo, per primo, il cavolfiore, ebbene, nel contempo, sull’arenile, il lupo mangerebbe la pecora. L’obiettivo è quindi di ideare un modo per avere i tre sani e salvi sull’altra sponda del fiume, evitando accoppiamenti pericolosi per la pecora e il cavolfiore, entrambi commestibili. Ma come? La cosa migliore sembra essere: prendere a bordo la pecora, per prima. D’accordo. Ma se al secondo turno  la si lasciasse raggiungere, alla stazione d’arrivo, dal cavolfiore o dal lupo, saremmo daccapo (qualcuno si ciberebbe del compagno di viaggio più indifeso o più gustoso profittando dell’assenza vigile del barcarolo, tornato indietro a pigliare l’ultimo avventore. Quindi come finisce ?

michelelubrano@yahoo.it

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