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Salviamo i Pilastri, lo storico acquedotto cade a pezzi

di Sara Mattera

ISCHIA. I Pilastri di Ischia cadono a pezzi. Lo storico acquedotto, situato tra il Comune di Barano e quello di Ischia, appare, ormai, sempre più pericolante. Calcinacci e mattoni, infatti, da diverso tempo a questa parte, sono venuti giù da una delle arcate e da alcune pareti laterali dell’imponente complesso, allarmando quanti, quasi quotidianamente, circolano nella zona, sia a piedi che con i propri veicoli.  E, l’antico acquedotto, oggi, rischia di mettere in pericolo anche l’incolumità dei cittadini. La preoccupazione pregnante è, infatti, che lo stato di abbandono del complesso possa, malauguratamente, prima o poi, provocare danni irreparabili. Una preoccupazione questa, sottolineata, in queste ore, da diversi cittadini isolani che hanno lamentato una mancata verifica da parte degli organi di competenza della sicurezza dell’antico acquedotto. Tra questi, anche Giovanni Tufano, attivista del Movimento 5 stelle di Ischia che, qualche giorno fa, ha lanciato un accorato appello:“L’arco dei pilastri- ha detto Tufano- sovrastante il tratto di strada di via Spalatriello che funge anche da confine tra il Comune di Ischia e di Barano è seriamente danneggiato. Nella parte alta, vi è pericolo per la staticità dell’arco e per l’incolumità delle persone che vi transitano sotto. Anche la base dell’arco adiacente si presenta danneggiata strutturalmente”. Con queste parole, Tufano ha, quindi, invitato gli amministratori di competenza della zona, a procedere per una messa in sicurezza dei Pilastri.“L’opera- ha proseguito il nostro concittadino-realizzata alla fine del 1500, a causa dell’incuria degli amministratori, rischia di essere danneggiata irreparabilmente.  Agli amministratori del Comune di Barano e di Ischia chiedo di verificare e mettere in sicurezza l’arco in questione”. L’appello lanciato dall’attivista del Movimento 5 Stelle, però, non è stato unico nel suo genere. Nelle scorse settimane, infatti, lo stato di pericolosità dell’acquedotto isolano, era stato attenzionato anche da Michele D’Antonio, il quale, aveva notato la caduta di alcuni calcinacci e mattoni dall’arcata del complesso. Il dinamico cittadino isolano, preoccupato della situazione, lo scorso 14 Gennaio, ha, quindi, presentato un’instanza protocollata al Comune di Ischia, nella quale, ponendo l’attenzione sulla possibilità di un’ulteriore caduta di calcinacci che avrebbero potuto mettere a rischio l’incolumità di quanti sono soliti circolare nella zona, aveva chiesto all’amministrazione ischitana di procedere ad un’azione manutentiva della   pericolosa arcata. A quanto pare, però, l’istanza presentata da D’Antonio è servita a ben poco, dal momento che, dopo ben due mesi dalla segnalazione del nostro concittadino, da parte degli organi di competenza vi è stato un nulla di fatto. Il timore, ora, dei cittadini è proprio questo: che ancora una volta, ci debba scappare, malauguratamente il morto, prima che si intervenga ad un controllo adeguato della zona. Oltre, però, al possibile stato di pericolosità in cui versa l’ex acquedotto isolano, al vaglio dell’attenzione dei cittadini è, ancora una volta, il disinteresse da parte delle amministrazioni nel preservare un complesso monumentale, come quello dei Pilastri, di indubbia importanza storica. L’antico acquedotto, infatti, fu realizzato nel XVI secolo per ovviare alla penuria di acqua del borgo di Ischia Ponte, conosciuto allora come Borgo di Celso. Un’opera ispirata agli antichi acquedotti romani, costruiti su ponti e arcate in pendenza e che venne realizzata con moltissime difficoltà. La costruzione dell’acquedotto, infatti, fu cominciata nel 1580 con Orazio Tuttavilla, spagnolo esperto di acquedotti e, a quei tempi, governatore di Ischia, e poi- interotta- venne completata solo sotto il vescovato di Monsignore Girolamo Rocca, con enormi sacrifici  anche da parte  della popolazione del tempo. Popolazione che per beneficiare dell’acquedotto, dovette sostenere una forte tassa sui cereali. E non a caso, si narra che Rocca abbia pronunciato anche una fatidica frase che venne poi incisa su una lastra di marmo posta su una delle due fontane che si trovavano nel Borgo di Celso: “Queste acque si sono ottenute col sacrifico sul cibo: la sete, da buona maestra, ha insegnato a sopportare la fame”. Insomma, sarà vero che l’acquedotto in questione, non è più funzionante, ma resta pur sempre un simbolo dei tanti sacrifici dei nostri antenati. Sacrifici che, ora, però, rischiano di cadere nel dimenticatoio a causa dell’incuria degli amministratori, ma anche dei tanti abusi edilizi perpetrati, in questi anni, a ridosso dello storico complesso e che oggi, a causa di ciò, è sempre più devastato.  La speranza e l’appello, è, quidni, che gli organi di competenza  corrano ai ripari prima che sia troppo tardi.

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