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CULTURA & SOCIETA'

San Giovan Giuseppe Della Croce con gli umili e i potenti Edoardo malagoli: «è un fenomeno di espressione umana che mi colpisce»

DEL PROF. EDOARDO MALAGOLI

La diffidenza verso ogni esperienza mistica, dovrebbe consigliarmi di non occuparmi di vicende che sono spesso oscure e di difficile riduzione nazionale. Tuttavia la conferenza del prof. De Maio su Giovan Giuseppe della Croce, svolta con tanta passione e perspicuità, all’Jolly Hotel, sabato otto aprile, mi induce a riferirne non solo perché capace di stimolare negli ischitani un approccio meno convenzionale con una delle figure più alte delle tradizione e della spiritualità proprio in questo angolo di mondo, ma anche perché propone spunti stilografici di alto interesse culturale e metodologico.

Romeo De Maio, ordinario di storia risorgimentale all’Università di Napoli, è ben presente agli studiosi per opere fondamentali tra le quali vanno ricordate “Michelangelo e Controriforma”, Società e vita religiosa a Napoli nell’età moderna”, e “Donna e Rinascimento” che è stato presentato anche a Ischia; ma il pubblico ischitano ha potuto apprezzare la sensibilità e l’acume interpretativo dell’autore quando, ancora su invito del “Circolo Sadoul”, De Maio ha fatto vibrare l’animo dei presenti nella sala del Jolly evocando la figura di Carlo Gaetano Calosirto, più noto come San Giovan Giuseppe della Croce, Patrono di Ischia. La sua umana vicenda può essere compendiata in questi scarni dati: nato a Ischia Ponte, l’antico Borgo di Celso, nel 1654, da nobile famiglia, vive la sua fanciullezza all’ombra el Castello Aragonese ed entra giovanissimo nella Comunità francescana di Santa Lucia Monte di Napoli; il suo ardore penitenziale e le sue doti intellettuali lo segnalano ai superiori che lo impegnano in lunghe e faticose missioni all’interno dell’ordine, prima a Piedimonte d’Alife (ove cura la costruzione della chiesa mdella Solitudine) poi a Napoli ove dirige la scuola dei novizi.

Nominato Superiore, detta alcuni capitoli del disciplina regolare del’ordine di cui diviene in seguito Consigliere provinciale. Una “Carriera” non eccezionale mentre eccezionale risulta l’impegno riposto in questi servizi e soprattutto l’abnegazione con cui si dedicò alle opere di carità e di conforto a quanti, si rivolsero a lui richiamati dalla fama di santità formatasi intorno alla sua figura. Nonostante le sue continue privazioni, morì ottantenne nel convento della comunità cui aveva dedicato tante energie. La fame dei suoi miracoli promosse in breve tempo una serie di processi per la sua beatificazione; già nel 1734, anno della sua morte, apparve la sua prima biografia ad opera di un suo confratello, pima di una serie di ritratti agiografici assai convenzionali ed enfatici, attenti solo alle suggestioni che promanano dall’aneddotica miracolistica.

Marito non ultimo della relazione di De Maio è stato quello di denunciare la povertà di tali agiografie (pericolose per gli stessi credenti e devoti) che si sottraggono al compito primario dell’indagine storiografica intenta a cogliere l’itinerante rimo anche anche di coloro che sono stati proclamati santi e che solo se accostati nella loro umanità possono effettivamente comunicare un messaggio di elevazione. In tal modo, cioè solo lasciando agli occhi della fede la capacità di leggere i miracoli come segni dell’intenzione divina, De Maio nella personalità di Gaetano Calosirto, fondando la sua interpretazione sui documenti più significativi del suo animo, costituiti in prevalenza dalle lettere scritte dal santo ischitano a quanti, umili o potenti che fossero, si rivolgevano a lui per ricevere luce e conforto. (Parte di queste lettere si possono trovare in una raccolta pubblicata in occasione del bicentenario della morte nel bollettino del convento di Piedimonte d’Alife col titolo “Gigli Mariani”).

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L’immagine che ne è scaturita richiama per analogia il S. Francesco del canto XI° del Paradiso dantesco, del Francesco “Serafico in ardore”, capace cioè di unire all’assidua preghiera, alla severa astinenza, alla cruda mortificazione il generoso impegno nel soccorrere le miserie, nel dirimere i contasti mondani, nell’opporre l’umiltà alla superbia, la povertà alla presunta ricchezza. Concepita la società come segno della provvidenza e la storia come un’isola operativa, frà Giovan Giuseppe esce dalla cerchia della solitudine, propria di ogni ascesi mistica, per mettere alla prova la propria Fede, per vincere la riluttanza ad operare in un mondo avvertito dolorosamente corrotto. La carità vince il pessimismo mentre il dubbio sul proprio agire non si intride di tristezza ma trae energie sempre nuove dal raccordo dal raccordo delle proprie radici isolane. Da quella cultura famigliare così essenziale da non venire deformata dal confronto coi fermenti complessi della vita intellettuale della Capitale, soprattutto in quel periodo così fervido di istanze antifideistiche.

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De Maio ha guidato l’uditorio nel vivo della personalità del santo ischitano, connotato dalla compresenza degli aspetti antinomici propri di chi è impegnato a vivere in sè le tensioni e le angoscie insite in un’aspirazione cristocentrica. La severa denuncia all’insufficienza di tutte quelle agiografie oleografiche, incapaci di intendere e di storicizzare l’effettivo itinerario di un’anima e che sotto l’apparenza di esaltarla ne riducono la grandezza, se può avere contrariato i pigri ossequiatori di un culto superficiale, è valsa efficacemente a proporre nel patrono, ischitano un’immagine di più alta statura morale e di irripetibile originalità.

Edoardo Malagoli

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