«La ricostruzione di Ischia? E’ la più complessa»
Il presidente degli ingegneri isolani Claudio D’Ambra promuove il confronto con il commissario Feola e invita tecnici, Ordini e istituzioni a lavorare insieme per accelerare le pratiche. «Non sono i compensi il vero problema»: a pesare sono i rischi, i vincoli e le peculiarità del territorio. E sulle poche domande presentate avverte: «Siamo ancora molto indietro»

Ingegnere D’Ambra, come giudica l’incontro con il Commissario Feola?
«Lo giudichiamo positivamente. Come associazione siamo soddisfatti perché siamo riusciti a trovare un punto di incontro con il Commissario non soltanto sul tema delle parcelle professionali, che pure ha avuto grande spazio nel dibattito degli ultimi giorni, ma anche sulle problematiche più ampie che riguardano l’intero processo di ricostruzione. Il confronto è servito soprattutto a riportare l’attenzione sulle questioni concrete che i tecnici incontrano quotidianamente e sulla necessità di individuare insieme soluzioni che possano rendere più semplice e più rapido il percorso delle pratiche. Credo che questo sia l’aspetto più importante emerso dall’incontro».
Qual era il principale obiettivo del confronto?
«Capire come contribuire concretamente ad accelerare la ricostruzione. È questo il punto dal quale bisogna partire e sul quale dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi. Oggi è emersa la volontà comune di lavorare insieme, Commissario, Ordini professionali e tecnici del territorio, cercando di superare quelle difficoltà che fino a questo momento hanno inevitabilmente rallentato il processo. Questo è un segnale molto importante perché una ricostruzione così complessa non può essere affrontata attraverso percorsi separati. È necessario mettere insieme le diverse competenze e costruire un metodo di lavoro condiviso».
Ritiene che ci sia una disponibilità al dialogo da parte della struttura commissariale?
«Sì, assolutamente. Il Commissario ha confermato che ci saranno ulteriori momenti di confronto sia con gli Ordini sia con i tecnici e questa disponibilità rappresenta certamente un elemento positivo. L’obiettivo è creare un gruppo di lavoro stabile e affrontare insieme le criticità che rallentano le procedure, senza aspettare che i problemi emergano volta per volta. Un confronto costante può consentire di individuare prima le difficoltà, comprenderne le cause e trovare le soluzioni più appropriate. Credo che il dialogo tra struttura commissariale e professionisti debba diventare un elemento strutturale di questa fase della ricostruzione».
Si è parlato molto di compensi professionali. È questo il vero problema della ricostruzione?
«No. È un tema importante, naturalmente, ma non rappresenta il cuore della questione. Le parcelle si collocano all’interno di un quadro normativo e di piena legalità e devono essere affrontate all’interno delle regole previste. Sarebbe però sbagliato ridurre tutte le difficoltà della ricostruzione al tema dei compensi dei professionisti. Il problema vero riguarda la complessità del territorio e le difficoltà operative che i tecnici sono chiamati ad affrontare quotidianamente. Dietro ogni pratica ci sono verifiche, approfondimenti, responsabilità e situazioni spesso molto differenti tra loro. È su questo insieme di problematiche che occorre concentrare maggiormente l’attenzione».
Lei ha definito Ischia una realtà unica nel panorama delle ricostruzioni italiane. Perché?
«Perché qui convivono una serie di fattori che non ho riscontrato in altre esperienze, nemmeno nelle ricostruzioni dell’Aquila o del Centro Italia. A Ischia abbiamo contemporaneamente rischio sismico, rischio idrogeologico, rischio vulcanico, vincoli ambientali e paesaggistici e una struttura urbanistica molto particolare. Sono elementi che si sovrappongono e che inevitabilmente incidono sulla progettazione e sull’istruttoria delle pratiche. Non possiamo pensare di applicare automaticamente a Ischia modelli elaborati per territori completamente diversi. Ogni intervento deve confrontarsi con una realtà estremamente delicata e articolata, nella quale diversi livelli di tutela e di rischio finiscono spesso per intrecciarsi. Tutto questo rende il lavoro dei tecnici molto più complesso e richiede un livello di approfondimento particolarmente elevato».
Che tipo di impegno viene richiesto ai professionisti?
«Prestazioni professionali estremamente qualificate e molto più articolate rispetto ad altri contesti. Ogni pratica necessita di approfondimenti e verifiche che spesso comportano tempi e responsabilità maggiori. Il tecnico non deve limitarsi alla progettazione dell’intervento, ma è chiamato a confrontarsi con una molteplicità di aspetti che incidono sulla possibilità stessa di portare avanti la pratica. Questo significa studiare attentamente ogni singola situazione, ricostruire il quadro amministrativo e tecnico dell’immobile e individuare il percorso più corretto. È un’attività che richiede competenza, esperienza e soprattutto una conoscenza approfondita delle caratteristiche del territorio».
Il Commissario ha evidenziato che è stato presentato solo il 25% delle domande previste. È un dato che preoccupa?
«Assolutamente sì. Questo è probabilmente il dato più significativo emerso oggi e credo che debba rappresentare il punto dal quale partire per capire quanto lavoro ci sia ancora da fare. Si parla di circa 250 pratiche presentate rispetto a un potenziale che supera le mille domande. Significa che siamo ancora molto indietro e che una parte consistente della ricostruzione privata deve ancora entrare concretamente nel circuito delle procedure. È un dato che non può essere sottovalutato e che impone a tutti una riflessione. Bisogna comprendere perché tante pratiche non siano state ancora presentate e intervenire, laddove possibile, sugli ostacoli che ne stanno rallentando la definizione».
Da cosa dipende questo ritardo?
«Le cause sono diverse e riguardano sia la complessità delle procedure sia le peculiarità del territorio. Non credo sia possibile individuare una sola responsabilità o una sola ragione. Ci troviamo davanti a situazioni molto differenti, ciascuna con problematiche specifiche che devono essere affrontate e risolte. Tuttavia, proprio per questo è necessario fare uno sforzo collettivo per accelerare. Ordini professionali, tecnici e istituzioni devono lavorare nella stessa direzione, cercando di eliminare tutti quei passaggi che possono essere semplificati e di chiarire rapidamente gli aspetti che ancora generano dubbi interpretativi. L’obiettivo deve essere quello di consentire alle pratiche di procedere senza rinunciare, naturalmente, alla correttezza e alla sicurezza degli interventi».
Qual è la priorità assoluta in questa fase?
«L’obiettivo primario resta quello di dare una risposta ai cittadini. È questa la ragione per la quale esiste la ricostruzione e non dobbiamo mai perderla di vista. Dobbiamo riportare le persone nelle loro abitazioni oppure accompagnarle verso soluzioni definitive e sicure quando il rientro non è possibile. Dietro ogni pratica ci sono famiglie che aspettano da anni di conoscere quale sarà il proprio futuro e persone che hanno bisogno di uscire da una condizione di provvisorietà. Per questo dobbiamo riuscire ad accelerare il più possibile, mettendo insieme competenze e responsabilità. Tutto il resto, dal confronto sulle procedure al rapporto tra tecnici e istituzioni, deve essere funzionale a questo risultato».






