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Caserma Forestale, Giosi si difende: «La mia amministrazione fu estranea»

Doveva essere il giorno dei testimoni della difesa. E invece l’udienza di ieri nell’ambito del processo per la costruenda Caserma della Guardia Forestale nel Bosco della Maddalena ha visto la deposizione di tre degli imputati: gli architetti Nicoletta Buono, all’epoca responsabile del procedimento presso il Provveditorato delle opere pubbliche, e Silvano Arcamone, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Casamicciola dal 2002 al 2007, oltre a Giosi Ferrandino, che nello stesso quinquennio era sindaco del paese termale. Le difese erano presenti con gli avvocati Tortora, Siniscalchi e Cedrangolo.  la prima a deporre è stata l’architetto Buono, illustrando il ruolo del Provveditorato in questa intricata storia che per l’ente di Palazzo Bellavista cominciò nei primi anni ’80, quando il Ministero delle politiche agricole chiese al Comune l’individuazione dell’area su cui far sorgere la caserma. L’iter, ha spiegato la funzionaria, ebbe un’accelerazione con i finanziamenti agevolati previsti con la legge 166/2002 in materia di opere infrastrutturali, e nel 2004 il comune rilasciò il certificato di destinazione urbanistica. L’avvocato Cedrangolo ha domandato alla Buono se avesse incontrato il geometra Conte durante il sopralluogo sul posto, ma la responsabile del procedimento ha spiegato di aver interloquito con Conte soltanto una volta in ufficio: l’argomento era l’errato orientamento della caserma, da adeguare secondo le direttive impartite dall’Autorità di Bacino. «Parlai con il geometra della necessità di rotazione della pianta della struttura, ma non della questione relativa alla particella», ha dichiarato l’architetto Buono, che ha anche spiegato di aver poi proceduto a un accertamento documentale proprio riguardo la “famigerata” particella 1, che era stata nel frattempo “tagliata in due” da un’opera realizzata dalla Cassa del Mezzogiorno, circostanza che diede vita a tre distinte particelle: la 1 (quella comunque più ampia), la 8 (dove la Cassa aveva operato) e la 9, quella dove sarebbe sorta la Caserma. Dalla deposizione è emerso più volte che l’autorizzazione paesistica rilasciata nell’ottobre 2005, non fu mai successivamente annullata dalla Soprintendenza. Ricordiamo che, ottenuta l’autorizzazione paesaggistica da parte del Comune di Casamicciola, la Soprintendenza implicitamente autorizzò l’opera facendo decorrere i termini previsti per esprimere il proprio parere, che all’epoca era solo di legittimità, non di merito, salvo poi cambiare idea dopo che il caso aveva assunto dimensioni nazionali per le proteste dell’Assopini e dei Verdi.

Anche l’architetto Silvano Arcamone ha voluto rispondere alle domande della difesa e del giudice Occhiofino, ripercorrendo sinteticamente gli eventi nel quinquennio in cui ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’ufficio tecnico di Casamicciola. Fu dato incarico al geometra Conte per compiere il frazionamento e il picchettaggio dell’area destinata alla struttura, in seguito alla richiesta del provveditorato di compiere un sopralluogo. E qui, ha spiegato Arcamone, la vicenda si complicò a causa di un errore materiale: le planimetrie in dotazione al Ministero erano ormai obsolete in quanto non tenevano conto delle modifiche illustrate dall’architetto Buono circa la frazionamento dell’originaria particella 1. Il mancato aggiornamento delle planimetrie sarebbe stato decisivo nell’evoluzione di questa storia che presenta contorni paradossali. L’architetto Arcamone, in risposta alle domande dell’avvocato Gennaro Tortora, ha chiarito che la localizzazione fisica della caserma non era in discussione, essendo posizionata a pochi metri dalla ex strada statale 270, ma soprattutto, da un’istruttoria compiuta dall’ufficio tecnico casamicciolese, emerse chiaramente che la caserma sarebbe dovuta sorgere sulla particella 9, non sulla 1. «Già nel settembre 2004 – ha dichiarato Arcamone – comunicammo al Provveditorato l’equivoco, col rilascio del certificato di destinazione urbanistica». Una questione ricorrente durante il dipanarsi dell’udienza è stata quella del dialogo con il geometra Francesco Conte, la cui deposizione resa nel febbraio scorso è stata oggetto di una costante critica da parte delle difese, soprattutto nel punto riguardante la presunta comunicazione effettuata da Conte al sindaco Ferrandino, visto che da un verbale di sommarie informazioni testimoniali risalente  al 2010, Conte affermava di aver individuato l’area dove sarebbe sorto l’edificio “così come deliberato dal Comune”, e che il contatto con l’amministrazione comunale era avvenuto esclusivamente  tramite l’ufficio tecnico. Inoltre l’architetto Arcamone  ha più volte specificato che l’opera di perimetrazione di Conte era stata sospesa, vista la richiesta del Ministero di ampliare l’area destinata alla Caserma, portandola dagli originari settecento metri quadri a duemila. «Lasciai l’incarico di responsabile dell’ufficio tecnico nel 2007 – ha concluso Silvano Arcamone – quando il procedimento era ancora in fase istruttoria, e nessuna opera era ancora iniziata. Difficile capire perché io mi trovi coinvolto in questo processo».

È stato infine il turno di Giosi Ferrandino. Il sindaco di Ischia, ed ex primo cittadino di Casamicciola, ha ribadito sulla stessa falsariga di Arcamone la propria estraneità alle accuse, smentendo il geometra Conte: «Non ho mai dialogato con lui circa la discrasia catastale delle particelle, non era un’attività che riguardasse il mio ruolo», ha dichiarato Ferrandino, confermando che sotto il suo mandato l’area non fu consegnata al Ministero per i lavori, che cominciarono soltanto nel 2009, quindi oltre due anni dopo la fine della sua permanenza a Palazzo Bellavista. Lavori intorno ai quali si addensarono numerose tensioni politiche e mediatiche.

In chiusura d’udienza, l’avvocato Siniscalchi, difensore di fiducia di Donato Carlea, ex direttore generale alle opere pubbliche di Campania e Molise accusato di falso per induzione, ha messo in rilievo che in sostanza il suo assistito non aveva fatto altro che dare seguito al consenso (seppur tacito) della Soprintendenza, che poi, in pratica, ci avrebbe ripensato, visto il clamore mediatico suscitato dal taglio degli alberi necessario alla costruzione della caserma. Da parte sua l’avvocato Gennaro Tortora ha sciolto la riserva  circa l’utilizzabilità degli atti e quindi delle testimonianze già rese dinanzi al giudice Russo, che fino a un anno fa diresse il processo, prima di essere trasferito ad altro incarico, prestando il suo assenso. Nonostante il fatto che i reati siano praticamente ormai prescritti, il giudice Occhiofino ha rinviato le parti all’8 novembre, quando saranno ascoltati gli ultimi tre testimoni delle difese, tra cui il geometra Antonio Piro, la cui deposizione era inizialmente prevista per ieri, quando si è registrata anche l’assenza delle parti civili. Ormai da parte del Tribunale non c’è fretta, per gli imputati ci sarà la prescrizione oppure l’assoluzione: tertium non datur.

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