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PER IL GOVERNO COME PER I COMUNI LA POLITICA TRA VOTI E VETI

In un sistema elettorale proporzionale in cui nessun partito o rassemblement ha i numeri per governare da solo, è veramente dilettantesco il tentativo di porre dei veti su rappresentanti di schieramenti diversi dal proprio. Che il M5S si rifiuti di trattare con Berlusconi e Renzi è sicuramente una scelta tattica per accontentare la “pancia” del proprio elettorato, oltre che per il tentativo di spaccare l’alleanza Forza Italia-Lega e il PD in due, ma non è solo questo. Dietro queste schermaglie da politicuzza, c’è un malessere sociale molto più profondo, ignoto ad un occhio superficiale, ma ben noto agli studiosi dei fenomeni di massa. C’è l’affermarsi e il radicarsi di un forte sentimento di sfiducia in tutti gli altri. Già 15 anni fa un’importante personalità accademica dell’Università di Cambridge, Onora O’Neill, scrisse un libro del titolo “Una questione di fiducia” e tenne sul tema una serie di conferenze per la BBC. La tesi principale è che mentre una volta ci si limitava a non fidarsi delle persone di malaffare, degli antisociali, oggi non ci si fida più di nessuno. Dei governi, dei ministri, dei politici, ma neanche della polizia, della Magistratura, dei medici, degli scienziati, della scuola, delle banche e del Papa. Come se potessimo fare a meno di tutte queste istituzioni. E’ come se assistessimo ogni giorno, ogni istante della nostra vita, a trasmissioni televisive come “Report” che smantellano ogni certezza e ingenerano dubbi e sospetti su chiunque o qualunque istituzione. Certo, Report, soprattutto quando a dirigerla era Milena Gabanelli,, verifica i propri dati di “destabilizzazione” delle certezze. Oggi niente viene verificato; si distrugge,senza remore e prudenza, qualunque simulacro di “certezza”. Giovedì pomeriggio ho ascoltato, sul canale radiofonico del Sole 24 ore, uno dei sondaggi quotidiani che usano fare, dividendo l’opinione pubblica su due o tre opzioni possibili, a proposito di un determinato tema di attualità. Questa volta il sondaggio era su un giocattolo, nato da poco: Cicciobello morbillino. La casa che fabbrica il famoso bambolotto “Cicciobello” ha ritenuto di arricchire la gamma con il bambolotto che prende il morbillo ma che facilmente guarisce e fa sparire le macchioline. E’ difficile credere alla buona fede della casa di giocattoli, in quanto esisteva già ”Cicciobello bua”. Qual era la necessità di dettaglio del morbillo, se non un ammiccamento ai “no vax”? Conseguenze sui bambini non ne vedo, in quanto credo che si concentrino solo sul gioco. Il messaggio subliminale è invece diretto ai genitori e lusinga i sostenitori del “no vax”. Non a caso l’indagine statistica era per schierarsi tra i cicciobelloscientisti, i cicciobelloliberosceltisti e i possibilisti. L’evidente risultato è che non crediamo più agli scienziati e pretendiamo di contrabbandare il nostro scetticismo per libertà di scelta.

Il filosofo-psicoanalista Umberto Galimberti, in un vecchio saggio, ha scritto sull’argomento: “Quanto più la società si fa complessa, quanto più diventiamo gli uni estranei agli altri, tanto più siamo costretti a muoverci e a vivere tra attività, organizzazioni e istituzioni le cui procedure e i cui effetti non riusciamo a controllare e a capire. E perciò siamo inclini a crederci esposti a pericoli invisibili e indecifrabili, con conseguente perenne stato d’ansia, facilmente leggibile nei tratti tirati e circospetti del volto di ciascuno di noi”. Nell’esempio specifico dei “veti” posti da alcuni politici ad altri politici, c’è la convinzione che non ci si possa “fidare” di chi ha commesso, agli occhi degli accusatori, gravi errori. Nel caso di Berlusconi si pensa addirittura alla fedina penale, nel caso di Renzi si reclama la responsabilità di una politica ritenuta esiziale per il popolo. Premesso che provo imbarazzo e disagio nel difendere le ragioni dei due, che non ho mai politicamente stimato, mi sento – però – di dire che la pretesa di “escluderli” da ogni trattativa politica, è assurda ed è materia su cui si possono pronunciare esclusivamente gli organi di partito dei due politici.

Ma anche nell’ambito isolano, le guerre, i ricorsi e i controricorsi per sostituire o insediare questo o quel consigliere o questo o quell’assessore, per ragioni di potere, di corrente, di fedeltà al capo, tutto questo risponde ad una profonda sfiducia negli altri, anche se – come capita nel Comune d’Ischia – eletti in liste raggruppate sotto la stessa insegna e apparentemente omogenee. Quali possono essere i rimedi a questo sentimento profondo di “sfiducia”? Spesso ci si è illusi che il rimedio possa essere la cosiddetta “trasparenza amministrativa”. Su cui molti cittadini, avvezzi alla violazione della privacy trionfante sui social media, si sono tuffati morbosamente, nel mare del web, non per fare delle istituzioni una “casa di vetro”, intesa come gestione rigorosa del denaro pubblico, ma piuttosto come strumento di spionaggio del comportamento individuale ed eventuale trappola mediatica per crocifiggere il politico, l’insegnante, l’impiegato pubblico, il medico di turno. Dice bene Umberto Galimberti: “ Per diminuire il tasso di sfiducia si è ricorsi agli strumenti dell’ accessibilità e della trasparenza che però sono stati portati a livelli tali che è sempre più difficile distinguere il messaggio dal rumore, il dato dall’invenzione, le fonti attendibili da quelle inquinate dalla disinformazione, la persona bene informata dal mistificatore”. Non sottovalutiamo la circostanza, niente effetto trascurabile, che la sovrabbondanza dei dati che ormai vengono pubblicati su ogni sito pubblico, favorisce non la “trasparenza” ma la “menzogna”, il mascheramento dei dati, le mezze verità. E allora non abbiamo, fin qui,costruito nessuna autostrada verso la “ verità”. La soluzione è un’altra, anche se gira e rigira – finiamo sempre alle stesse conclusioni: bisogna guardare la moneta della rettitudine e dell’onestà da entrambe le facce, l’una è sicuramente rappresentata dai diritti di conoscenza dei dati e delle circostanze pubbliche, ma l’altra faccia è rappresentata dai “doveri” di ciascuno.  Inutile, in altre parole, denunciare l’evasione fiscale, se poi non ci sentiamo, ciascuno di noi, nel dovere di pagare quanto è previsto. “Quanto è previsto”, attenzione, non quanto è giusto. Perché, che la tassazione sia attualmente eccessiva è evidente, ma questo non giustifica l’evasione. Giustifica la richiesta ai governi di diminuire la pressione, ma intanto si paga. Tutto ciò si ottiene solo con una profonda educazione da “ cittadino attivo”. E’ questa la cultura degli aspiranti governanti? Non mi pare. Attenzione, però, che la questione dei veti, della diffidenza in campo altrui, può facilmente trovare il corrispettivo. Come Trump, in America, ha spavaldamente rialzato le barriere dei dazi, trovandosi – a sua volta – di fronte alla controbarriera cinese, allo stesso modo, alzare paletti inflessibili potrebbe arrecare la conseguenza di andare a sbattere contro paletti, altrettanto duri, innalzati dalle controparti.

Con mia somma meraviglia, tra gli spavaldi annunci del giovane Di Maio,c’è stato anche, durante la trasmissione televisiva  di Giovanni Floris “Di Martedì” del 3 aprile, una dichiarazione di stima verso “Sandro Pertini, Presidente di tutti gli Italiani, a prescindere dall’appartenenza al Partito Socialista Italiano”. Forse Di Maio, con i socialisti vuol applicare il canone inverso rispetto ai veti attuali? Pertini sì, PSI no? Non so quanto Di Maio conosca Pertini, certamente non sa nulla della storia del Partito Socialista, come non sa nulla della storia, non troppo lontana, dei socialisti locali della sua città di Pomigliano D’Arco, quando la fabbrica automobilistica si chiamava Alfa Sud (Alfa Romeo) e non “Giambattista Vico” come dal 2008 si chiama, proprietà attualmente di FCA (Fiat) che produce solo Fiat Panda. Probabilmente, adesso, i numerosi elettori di Di Maio, attendono passivamente un reddito di cittadinanza, ingenerando confusione , come i socialisti non hanno mai fatto, tra giustizia sociale e pauperismo, tra riduzione delle disuguaglianze e appiattimento in basso del tenore generale di stipendi e di vita.

Franco Borgogna

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