LE OPINIONI

IL COMMENTO Andare a votare, per poter dire “io ci sono”

Per l’Italia saranno come un grande test referendario, per l’attuale governo Meloni. Una sorta di giudizio universale sull’operato dell’esecutivo, in un momento di grande fibrillazione internazionale ma anche di polemiche, obiettivi e programmi, che riguardano il nostro Paese. Le elezioni Europee sono alle porte e gli schieramenti affilano le armi per convincere gli ultimi indecisi. Ed è questo il dilemma di sempre, l’incognita che portano con sé tutte le tornate elettorali, il rischio astensionismo. Quel disinteresse, soprattutto per i più giovani, verso una politica che non convince, non trascina, non appassiona e che quindi non interessa. A questo si aggiunga un altro dato. Le elezioni Europee, da sempre, non sono in grado di scaldare il cuore degli italiani, così come accade ad esempio, per le amministrative, per l’elezione di un sindaco o finanche per la scelta da fare sui parlamentini di quartiere. In passato abbiamo assistito a sfide epiche, tra candidati forti dal punto di vista mediatico, politico, dalle spiccate personalità. Uno spessore che negli anni è andato tristemente svilendo. Oggi la platea elettorale non si rispecchia in quelli che si candidano a essere i propri rappresentanti. La conseguenza è quella di un allontanamento dalle urne, inesorabile. Pagato a caro prezzo soprattutto nelle regioni del meridione. Certo anche la scelta di far votare nelle giornate di sabato e domenica, in un periodo che è già di piena stagione estiva, non favorirà la corsa al voto. Meglio Sarebbe stato, forse, riservare la mattinata del lunedì, per tutti quelli che sceglieranno l’8 e il 9 giugno di trascorrere un fine settimana in vacanza. L’invito quindi non può che essere quello di una partecipazione popolare di massa. La voglia di essere, sia pure in minima parte, protagonisti di una scelta che potrebbe anche determinare cambiamenti epocali in Europa e nel mondo. L’idea che un singolo voto non sia determinante ai fini dei risultati elettorali, è profondamente sbagliata. E in ogni caso votare, oltre che dal punto di vista numerico, rappresenta un valore morale ancor più importante. La rinuncia al voto è la rinuncia a dimostrare la propria presenza, la propria appartenenza al popolo italiano.

Non votare, significa non esistere, non contare, non avere voce in capitolo. A ben pensarci, quelli che non votano, non avrebbero diritto neanche alla critica, al lamento e al giudizio. Non votare significa semplicemente demandare agli altri le scelte da fare. Restando con le proprie convinzioni, che magari sono differenti da quelle che altri vanno a manifestare nel chiuso di una cabina elettorale. La teoria, sbagliata, in base alla quale, non votando si dia un segnale, non ha alcun tipo di riscontro nella realtà dei fatti. Perché l’intenzione di voto di chi rinuncia è esattamente la stessa che viene fuori dalle urne. Quelli che non votano non sono tutti di una singola ideologia politica. Non vota il cittadino di destra e non vota quello di sinistra. Cambia poco. Come detto è un fatto più di dignità morale che non di numeri. Certo c’è da superare lo scoglio mentale di avere come rappresentanti persone che, fatta qualche dovuta eccezione, poco o nulla hanno a che fare con le antiche generazioni di politici. Qualcuno a cui affidare il proprio voto c’è, basta individuarlo. Non è facile ma si può fare. Dimenticando scenette e sceneggiate di questi giorni, tra rappresentanti istituzionali, di entrambi gli schieramenti, che si combattono non sui temi politici ma sulle battute più o meno volgari, non prive di falsa ironia, epiteti, riferimenti sarcastici e fuori luogo. Un modo di confrontarsi che fa rimpiangere Almirante e Berlinguer e forse anche Fini, Berlusconi, Prodi e D’Alema. Perché la politica è cambiata e lo ha fatto in peggio. Anche per questo andare a votare oggi è forse meno entusiasmante ma ancora più importante rispetto al passato è poter dire a tutti “io ci sono”.

DIRETTORE “SCRIVONAPOLI”

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