LE OPINIONI

IL COMMENTO Come si scrive (e descrive) la tragedia di Casamicciola

DI ARIANNA ORLANDO

Come si scrive: “E’ piovuto un’intera nottata e, mentre pioveva, la notte s’è buttata dal fianco della montagna su di noi come una colata di fango e ha accartocciato come foglie le nostre case e le nostre vite, ha latrato come un cane – nel silenzio più assurdo – nelle sirene delle ambulanze, ci ha spinti giù dal letto -semi nudi – a scappare piano, quasi gattonando”, come si scrive? La verità è che esistono al mondo parole per ogni cosa e per dire “montagna” e per dire “fango” si usano quelle di sempre, ma bisognerebbe inventarne di nuove – più ossimoriche per sibilare urlando, più feroci e più ferine, di carta vetrata – per parlare della morte di persone bambine sotto la notte di fango, per esprimere il dolore della perdita, il terrore della fuga e il gelo contro le ginocchia.

L’indicibile è di fatto questo silenzio magro in cui tacciono le parole più importanti -ché da sempre certi dolori sono agrammaticali e non verbalizzabili se non attraverso suoni e sillabe ermetiche – e in cui sopravvive il ruggito della ruspa, il guizzo dello stivale di gomma nel fango, il latrato delle sirene. Diciamo infatti “il ruggito della ruspa”, “il guizzo dello stivale di gomma nel fango”, “il latrato delle sirene” e sono altri significati-ché la notte del 26 novembre è stata la notte di fango: inattesa, involuta, insolubile, indicibile. La persistenza di questa incomunicabilità è anche un fatto fisico: la gola del Celario s’è spezzata: dorme la sua lingua bianca in un palato assorto, muore a poco a poco il suo sonno esagitato di fronte ai rumori della stampa nemica, si scrolla dalle spalle i cumuli di fango e si dirama distesa, matrigna e incurante, verso il cielo e verso il mare. E cosa accadrà quando la montagna si accorgerà di ciò che ha fatto? Avverrà, presumibilmente, il risveglio della coscienza oppure continuerà a essere montagna alla sua maniera indifferente, chè la montagna è una cosa grande e gli affari degli uomini sono cose troppo piccole per lei: i bambini che dormono quieti nei loro letti, le madri che intiepidiscono le case, le ragazze accanto ai ragazzi e i ragazzi svegli con gli occhi contro il soffitto da cui pendono lampade e tende.

Ci occorrerebbe renderci consapevoli che non è il tempo della polemica (che non ci aiuterà a risolvere l’irrisolvibile) ma del lavoro: lavoro sincronico di braccia che scavano nel fango, di teste che ragionano sul da farsi, di natura che deve starsene quieta. Ci occorrerebbe spiegare che non esiste il responsabile supremo di questa tristissima faccenda, ma soltanto il suo minimo comune multiplo: la disgrazia di una terra argillosa che ha ceduto, il cambiamento climatico che contrasta l’armoniosa struttura dell’universo, l’ora funesta delle 5 del mattino che ha colto nel sonno i Cristi innocenti. Le parole sono importanti, dice Nanni Moretti, e la lezione di Levi a sua volta ci ricordava quanto, volenti o nolenti, la memoria può essere veicolata solo attraverso questi oggetti che chiamiamo “parole” e il ricordo è il raccordo di quanto è avvenuto e ancora di più la strada per tenersi lontano da lui o avvicinarvisi, a seconda di quanto si voglia fare. Ma come possiamo restare noi Ischitani tutti indifferenti al dolore personale di queste persone e di queste famiglie mutilate? Come si può polemizzare o agire da sciacalli in una circostanza che ci costringe a digrignare i denti e a scavare nel fango? Come si può sopportare il fatto che il cielo di Ischia si sia frantumato e ci sia caduto addosso in tutto il suo peso?

Il dolore della collettività, dicevamo, non trova parole ma solo rispettosi e giusti silenzi ché tutte le cose dicibili dell’universo sono sepolte sotto le coltri di fango nel Rarone e, se le ruspe riusciranno a scavarle e a ridarcele, noi per altro tempo ancora forse non saremo più capaci di dirle. Il fango è, d’altra parte, un oggetto inesorabile del mondo, necessario persino alla sua esistenza. Al principio era tutto fango e dall’argilla, materia mucillaginosa, qualsiasi dio ha tratto il suo primo uomo. Ma come possiamo credere noi adesso che questo fango che ci ha tolto tutto, un giorno vorrà restituirci i fiori e un giorno ci fece uomini di carne e ossa? Questo odioso fango ischitano che si insedia nelle crepe delle strade e sporca i muri, che ci ha tinti di tragedia e colora di grigio i giorni da sabato 26 novembre, è antitesi della vita. Del fango a noi resterà questa visione angusta di lui che dilaga, di noi che ne siamo sommersi e mai potremo associarlo di nuovo alla ricostruzione e alla rinascita. Casamicciola è ora disperatamente opaca, tristemente grigia, incrostata dal fango che fa perire le cose. Nel mare di fango freddo che copre la terra, però, navigano ora zattere di speranza: sono le galosce dei più giovani, che hanno imbracciato pale e arnesi per scrostare il mondo e sulle cui braccia ora si aggrappa il futuro di quest’isola.

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