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LE OPINIONI

IL COMMENTO Il green pass visto dal mondo del commercio

Di MARCO BOTTIGLIERI

Dal 15 ottobre è scattato l’obbligo di possedere ed esibire su richiesta del datore di lavoro (o suo incaricato) il Green Pass per tutti i lavoratori del settore privato, a prescindere dalla natura subordinata o autonoma del rapporto di lavoro. Iniziamo col dire che per i negozi non cambia nulla dal punto di vista dei clienti. Sia che si trovino in città sia all’interno di centri commerciali, per entrare in un negozio, qualunque esso sia, non è obbligatorio il certificato verde. Restano invece in vigore le regole cui già eravamo abituati, e cioè contingentamento all’ingresso, obbligo di mascherina, di distanziamento. In alcuni negozi continua anche ad essere misurata la temperatura prima di entrare. E’ scattato invece l’obbligo del green pass anche nei negozi da venerdì 15 ottobre per tutti coloro che a vario titolo ci lavorano. Dal 15 ottobre è scattata l’obbligatorietà del Green Pass anche sui luoghi di lavoro sia pubblici che privati. Questo genera sicuramente una fase da gestire molto complessa  da parte dei datori di lavoro e ci sono interi settori che rischiano di rimanere senza le adeguate coperture lavorative, perché sono ancora tante  le persone non vaccinate.

Forte è il grido di allarme delle associazioni di categoria e in particolare la Confesercenti, con il Presidente Vincenzo Schiavo, che da tempo ha aperto tavoli di confronto con il Governo per trovare quelle soluzioni che possano non penalizzare ulteriormente le attività che con molta difficoltà tentano di ripartire. Schiavo ha ribadito la necessità di ripartire in sicurezza, esortando a chi non lo avesse ancora fatto, di vaccinarsi, e anche sull’utilizzo del Green Pass, ma d’altra parte c’è la difficoltà della categoria delle imprese e degli imprenditori che svolgono la loro attività grazie ad anni di formazione che hanno sostenuto e pagato ai propri dipendenti e che oggi diventano assi portanti, pilastri fondamentali per le proprie imprese. Oggi un dipendente con un ruolo importante nell’azienda, che non vuole o può vaccinarsi, metterebbe in grave crisi la continuità lavorativa o il successo dell’azienda stessa, e si rischierebbe la chiusura di tante imprese. Una delle proposte della Confesercenti, al vaglio del Governo, è quella di riuscire a far utilizzare il tampone, anche a spese del datore di lavoro, ma a condizione che i costi vengano rivisti. Non si capisce perché in Italia un tampone veloce debba costare fino a venti euro, mentre in altri paesi, come la Germania, la Spagna ecc., si possono fare addirittura nei supermercati al costo di € 1.80, dove possono rilasciare anche un documento che attesta che non sei positivo al Covid. Spesa che potrebbe essere tranquillamente sostenuta e accettata da un imprenditore che ne avesse l’esigenza. Ma se l’imprenditore deve farsi carico di € 15 o € 20 per ogni dipendente che non vuole farsi la vaccinazione, per ragioni o torto che ogni singola persona ha, senza entrare nella sfera personale, ritenendo che tutti dobbiamo vaccinarci, diventa una spesa insostenibile per chiunque.

Ecco che il buon senso dovrebbe prevalere su alcune posizioni in questo momento un po’ rigide da parte del Governo. Rivedere il costo dei tamponi porterebbe ad uscire da questa fase di forte conflittualità nel mondo del lavoro e darebbe più tranquillità alle imprese e al mondo del Commercio.

* ASSOTURISMO CONFESERCENTI CAMPANIA

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