LE OPINIONI

IL COMMENTO Ischia, qui anche l’Apocalisse non sarà un problema

DI ANTIMO PUCA

Quasi tutti siamo topi o bambini in un corteo che segue un capobanda sconosciuto, ripetendo le stesse parole e slogan. Nel 1284, racconta una fiaba, arrivò a Hamelin, una cittadina della Germania, un uomo che promise di liberare la città, dietro compenso, dai topi e dai ratti che la infestavano. Infatti, non appena si mise a suonare il suo piffero, topi e ratti uscirono dalle case e dalle fogne e si misero a seguirlo, affascinati dalla sua musica, e lo seguirono anche quando egli entrò nel fiume Weser, dove affogarono tutti. Ma poiché i cittadini di Hamelin non gli avevano dato la somma pattuita, dopo qualche tempo egli ritornò e ricominciò a suonare percorrendo tutte le vie della città, seguito stavolta non da topi ma da bambini e bambine — circa centotrenta, dice la fiaba — che camminarono dietro a lui, ballando al suono della sua musica, sino a una grande montagna dove scomparvero per sempre, forse in una grotta buia e profonda.

Quanti giovani morti a causa di incidenti stradali, della droga, in una discoteca,o a causa di eventi fortunosi. Lunga lista di tragedie. Basta un’enorme sbronza collettiva per i festeggiamenti del nuovo anno e uno sciopero dei netturbini a scatenare una disastrosa catastrofe ecologica. Intanto nel mondo stravolto si scatena la terza guerra mondiale. Mancano le fonti di energia e l’economia è crollata. Troppo spesso  locali, situazioni, luoghi e occasioni di divertimento, diventano teatro di morte, inconsapevole guerriglia contro la sovrappopolazione del mondo. Ah, mondo infame! Sarà arrivata l’Apocalisse? È curioso che, in molte simili sciagure, la ricerca del piacere — come dovrebbe essere abitare un luogo “che non si può”, andare a fare festa, a ballare, a stare gioiosamente insieme, a cercare compagnia — si riveli una pulsione di morte. Anche quando tutto diventa un tritacarne o una camera a gas, si continua a volervi entrare, pigiati come l’uva sotto i piedi nei tini delle vendemmie di un tempo, a spese dell’istinto di conservazione e con soddisfazione dei tetri moralisti lieti di vedere il piacere punito. Siamo tutti in un corteo che segue un capobanda sconosciuto, come nella fiaba; quasi tutti siamo topi o bambini che seguono frotte di pifferai d’ogni genere, ripetendo le stesse parole e gli stessi slogan, leggendo gli stessi libri, presentando i nostri libri perché tutti promuovono i loro, spettatori che in un cinema si alzano perché si sono alzati gli altri nelle file davanti, mentre si potrebbe godere il film stando tutti seduti.

Bisognerebbe dire di no! Ma è difficile dire di no, anche perché pure chi è in coda al corteo è, volente o nolente, a sua volta un pifferaio che ne trascina altri. E tutti seguiamo il pifferaio beati e contenti, camminando e ballando come i ragazzini dietro il loro pifferaio, mentre dietro di noi camminano e ballano altri, ignari e giulivi. A quello di Hamelin, nella fiaba, sfuggono soltanto due ragazzini. Uno è cieco e perde il sentiero su cui si incammina il corteo e l’altro è muto e non riesce a spiegargli quale sia il sentiero da seguire e mentre si affanna invano a cercare un modo di dirglielo lo perde anche lui. Entrambi se ne tornano a casa, unici sopravvissuti. Certo, sarebbe meglio se, in simili circostanze, fossimo tutti almeno un po’ sordi.

Ischia dovrebbe essere una comunità silvestre di gente laboriosa e gaudente che vive di caccia, pesca e giardinaggio, in autarchia e prosperità, indifferente alla catastrofe universale. Invece noi isolani siamo strampalati personaggi tanto geniali quanto testardi che navigano in mezzo ai marosi di un’isola che va in malora con l’incoscienza di un’utopia senza tempo, con lo sguardo ironico di un passato e un futuro nemmeno così lontani, contemplando la vanità delle ideologie e del consumismo e le farneticazioni della nostra civiltà, inutilmente complicata.

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E se l’Apocalisse deve venire, che venga pure. Ischia non è certo il tipo da farsene un problema.

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