LE OPINIONI

IL COMMENTO Italia e Ischia, serve più una “Bretton Wood” che gli stati generali

Ho letto con interesse l’ultima lunga intervista che il prof. ing. Francesco Luigi Rispoli ha rilasciato a “Il Golfo” per la penna di Francesco Ferrandino. E’ la seconda che rilascia il prof. Rispoli, che oltre ad essere mio coetaneo (classe 1949) è stato mio compagno di scuola media (1960/61) con la nostra indimenticabile prof. Angiola Maggi e compagno di partito nel PSI per oltre un decennio (1970-1983) e cioè fino a quando lasciai il PSI dimettendomi dal consiglio comunale di Casamicciola e dal PSI senza tuttavia mai rinnegare la mia identità politica di “socialista liberale” che proveniva per formazione culturale dal liberalismo e dal laicismo e non dal marxismo. Dico – preliminarmente – all’amico e compagno – che come diceva l’Ammiraglio Natale Proto “ormai abbiamo più scia di poppa che acqua di prua” e pur indicando vie nuove non possiamo non tener conto di quanto abbiamo detto, scritto e fatto negli ultimi 50 anni perché, in ruoli diversi, abbiamo le nostre responsabilità per quanto si è potuto fare, abbiamo fatto, e per quanto non si è fatto e invece si poteva e doveva fare .

L’ amico Rispoli è stato per oltre 10 anni consigliere comunale di Ischia, segretario di zona del PSI negli anni ‘80 del ‘900 che furono quelli della più selvaggia lottizzazione politica nella storia d’ Italia fra i 5 partiti del “pentapartito” DC-PSI-PSDI-PRI-PLI. Fino alla completa omologazione fra i cinque. L’uno valeva l’altro. Di quella “trasformazione genetica” del PSI rispetto alla entusiasmante stagione della passione civile degli anni ‘70 fino al “Progetto Socialista” del congresso di Torino del 1978 credo che Rispoli possa esprimere un giudizio ed assumersi la sua parte di responsabilità. Per una strana coincidenza l’intervista di Rispoli appare sul giornale fondato da Domenico Di Meglio (1949-2009), nostro coetaneo ma su posizioni politiche opposte alle nostre al tempo della “passione civile”, nel giorno del trentennale della morte di Enzo Mazzella (1937-1990) che per l’azione pubblica di Enzo avrebbe meritato una contenutistica commemorazione perché Enzo da un punto di vista professionale non fu soltanto un “commercialista” ma anche un “economista”.E’ un aspetto poco noto ed ingiustamente trascurato della vita e dell’opera di Enzo. L’ho conosciuto nel 1972 al tempo de “Il Giornale d’ Ischia” dove con Franco Conte (1938-1988) ho sempre detto di aver maturato – dal 1972 al 1975 – la mia più profonda esperienza professionale ed umana. Ero giovane studente di “Economia” e “Commercio” al terzo anno e con Enzo avevamo un comune Maestro che fu il nostro Professore di Economia Politica, Giuseppe Palomba (1908-1986), che è stato Maestro per almeno quattro generazioni di studenti alla Facoltà di Economia e Commercio di Napoli segnando le loro vite. Enzo aveva fatto il suo primo esame di Economia Politica con Palomba su un testo oggi introvabile di Palomba dal titolo significativo: “I cicli storici ed economici”. Palomba – un economista oggi ingiustamente dimenticato – ci teneva molto alla “prefazione” di quel testo che ripropose nella seconda edizione “interamente rifatta” dell’“Espansione capitalistica” del 1968 sul quale tenni l’ esame il 3 luglio 1969 conseguendo un 27 su 30 ma perché avevo seguito interamente il suo corso nell’ affollata aula n.1 della Facoltà di Economia e Commercio. Nella lunga prefazione – 18 intensissime pagine – ai “Cicli storici ed economici” che è del 1952 Palomba fissa sette punti per indicare il suo pensiero “economico” e “politico” come “ fondamentali presupposti” che lo facevano aderire a quello che soltanto 16 anni dopo sarebbe stato chiamato “socialismo dal volto umano”. Credo che quei sette punti di Palomba abbiano ispirato la vita politica di Enzo perché tesi alla ricerca della “terza via” tra il collettivismo ed il liberismo.

LA TERZA VIA

La “terza via” è stata meta ambita non solo dei socialisti riformisti non marxisti ma anche dei “liberali”, dei “repubblicani”, dei “cattolici sociali”. La svolta di centro-sinistra cioè la partecipazione dei “socialisti” al Governo con la DC nel 1962 fu lungamente discussa sia nel PSI – che subì la scissione a sinistra del PSIUP – sia nella DC il partito dei cattolici e maggioranza relativa nel Paese e nel Parlamento. Nella biografia di Pietro Nenni Guido Gerosa cita il discorso di Aldo Moro al congresso di Napoli del 1962. “Aldo Moro in quell’occasione parlò per sette ore. Fu il capolavoro di Moro. Moro dette la misura della sua superiorità intellettuale e tattica sugli altri leader del partito. Moro verso la fine era disfatto, terreo, immerso in un bagno di sudore. Dopo 5 ore di oratoria esausto chiese licenza al presidente del congresso di proseguire la lettura seduto. La fatica immane fu salutata da un’ ovazione”. (Guido Gerosa-Nenni-1972-Longanesi). La “Terza Via” partì con la famosa “nota aggiuntiva” al consuntivo del bilancio dello Stato del 1961 presentata dal Ministro del Bilancio, Ugo La Malfa, repubblicano, nel 1962 e che lo stesso La Malfa ricorda che fu redatta con “la collaborazione di Paolo Sylos Labini, Francesco Forte, Giorgio Fuà, Pasquale Saraceno” (“Intervista sul non-governo” – Laterza 1977). ”In quel documento si affermava – scrive La Malfa – che lo sviluppo doveva essere affrontato in modo organico per superare i problemi del Mezzogiorno, delle aree depresse, della piena occupazione, dei servizi sociali e collettivi”. Era nata la programmazione economica cioè la Politica Economica e Finanziaria – l’ unica che conta – guidata e diretta dallo Stato che regolava il “mercato” ed interveniva direttamente nello sviluppo economico con le partecipazioni statali. Questa Politica fu ostacolata dalla Confindustria che vi vedeva i germi di un “Nuovo Socialismo” e non fu adeguatamente sostenuta dai sindacati che vi vedevano una rigorosa “politica dei redditi” e trovò impreparati le classi dirigenti locali degli 8500 Comuni italiani. Naturalmente non fu appoggiata dal PCI. Se avesse avuto successo il “comunismo” non aveva ragione di esistere.

Giorgio Fuà e Paolo Sylos-Labini dettero alle stampe nel 1963 un libro “Idee per la programmazione economica” di 187 pagine sintesi di studi e ricerche dove al capitolo VII parlano dell’ “ Urbanistica”. E’ il paragrafo 139 e l’ incipit è solenne: L’obiettivo fondamentale della politica urbanistica è di tradurre sul territorio i programmi economici. La programmazione economica e la pianificazione urbanistica non rappresentano due fasi separabili sotto il profilo operativo ma sono due aspetti di un unico processo”. Da qui partiva la rivalutazione della legge urbanistica del 1942. L’ obbligo per tutti i Comuni di dotarsi di un piano regolatore generale imposto dal Ministro dei Lavori Pubblici, Giacomo Mancini, nel 1967 con la famosa “Legge Ponte”. L’ aggettivo “GENERALE” intendeva affermare che il Piano doveva comprendere i due aspetti non uno solo. Era la stessa medaglia. Generale è l’ aggettivo che Keynes dà alla sua “Teoria”. Generale è la programmazione in tutti i territori della Repubblica.

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LA TEORIA GENERALE

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In questo periodo di “lockdown” ho acquistato ed iniziata la accurata lettura dell’opera completa di John Maynard Keynes (1883-1946) contenuta nei “meridiani” di Mondadori a cura di Giorgio La Malfa, 81 anni, economista e politico, repubblicano, figlio di Ugo e convinto keynesiano. Mi ci vorrà un anno per studiarlo ma sono sicuro che in quest’anno ne vedremo delle belle. Ho avvertito il bisogno di mettere ordine nel mio pensiero economico e politico perché quanto ho studiato da Palomba, da Fusfeld (“storia del pensiero economico”, da Hague e Stonier (“Breviario di Economia”), da Russell (“Ritratti a memoria”) da Giorgio Ruffolo (“Progetto Socialista”, “Cuori e denari-12 grandi economisti raccontati a un profano”), Carlo Rosselli (“Socialismo Liberale”) , tutti rivisti nel lungo “lockdown”, mi imponeva di “fare i conti con il socialismo ed il liberalismo” così come Rosselli li aveva fatti col marxismo perché credo che l’epidemia di Covid 19 diventata pandemia mondiale determinerà una crisi economica e sociale ancora più grave di quelle del primo e secondo dopoguerra. Da questa crisi si esce a mio parere con la riscoperta della “Teoria Generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” di Keynes e di tutta la sua opera non solo con la “Teoria Generale” ma con il suo “A Tract on MonetaryReform” del 1923 “considerato il migliore di Keynes” perché è qui che si trova una delle sue frasi più famose: “Questo lungo andare è una guida ingannatrice negli affari correnti. A lungo andare saremo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che quando l’uragano sarà lontano, l’oceano tornerà tranquillo” (La riforma monetaria pag. 103).

L’”uragano” causato dal Covid 19 richiede una fortissima presenza dello Stato nell’Economia perché il “liberismo” che è stato praticato per oltre 30 anni con lo slogan “meno Stato e più mercato” fino all’estrema conseguenza di “solo mercato e niente Stato” è incapace di affrontare la ripresa dello sviluppo e la ripresa dell’ occupazione. Quindi oggi la programmazione generale diretta dallo Stato con il nuovo soggetto giuridico di diritto internazionale che è l’ Unione Europea (sulla quale mi riprometto di intervenire in un’ altra occasione con una riflessione sul pensiero e l’ opera di Altiero Spinelli sempre riscoperte in questo lungo “lockdown”) è indispensabile e deve ritornare in maniera formale e solenne nella riorganizzazione dello Stato usando l’espressione di Mario Draghi entrata nella Treccani: “Whateverittakes” cioè “costi quel che costi”. Bisogna ricostruire il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica affidandolo ad una alta Personalità convinta delle politiche di intervento pubblico di Keynes riveduto e corretto ed ampliato ed accentrando a Roma tutti gli interventi decisionali.

SEGUE – FINE PRIMA PARTE

* DIRETTORE DE “IL CONTINENTE”

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