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LE OPINIONI

IL COMMENTO Scuola, lavoro e soft skill

In campo scolastico, ma anche lavorativo, si parla molto, in questo periodo, di “soft skills”. Di che si tratta? Sono le competenze non cognitive, trasversali. Spieghiamolo meglio: sono abilità non derivanti dalle conoscenze di studio e apprendimento, ma sviluppatesi in parte per predisposizione caratteriale e naturali e in parte con la pratica del vivere ed operare in team, in gruppo. Oggi si ritiene indispensabile, per la carriera scolastica o lavorativa, avere – più che competenze specifiche – queste capacità trasversali: la capacità di lavoro in gruppo, la perseveranza, la disponibilità all’aggiornamento, la creatività, l’attitudine alla risoluzione di problemi complessi (problem solving). C’è una proposta di legge in Parlamento, già approvata alla Camera, che prevede una sperimentazione triennale per valorizzare competenze extradisciplinari, dalla gestione dello stress all’empatia, al problem solving. La proposta legislativa ha riscosso alla Camera quasi il pieno di voti: 340 favorevoli, nessun contrario, cinque astenuti. Contemporaneamente alla sperimentazione didattica per i ragazzi, la legge prevede di procedere con corsi di formazione per i docenti.

Per la Scuola, oltre alla discussione sulle soft skills, si sta sviluppando un dibattito sulle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria (Engineering), Matematica). Sulla necessità cioè di dare maggiore spazio a queste discipline e si rinnova l’eterno dibattito se siano più importanti, per la formazione dei ragazzi e dei giovani, le materie umanistiche o quelle scientifiche. Ora, capisco che i Presidi siano presi da mille problemi contingenti ed emergenziali, innanzi tutto dal nemico Covid che rende tutto più difficile, ma sarebbe interessante ed opportuno che si sviluppasse, tra Presidi ed insegnanti e tra questi e il potere politico, un confronto dibattito su come dovrà essere la nostra scuola futura. Dobbiamo, tra l’altro, approfittare che il PNRR, alla Missione 4, stanzia per i prossimi 5 anni, 20 miliardi di euro per le scuole italiane. E’ giusto che, da subito, ci si concentri sugli edifici, gli spazi, la sicurezza, i servizi sportivi, le suppellettili e tutto ciò che contribuisce a studiare in un ambiente confortevole, ma sarebbe il caso di concentrarsi anche su ciò che vogliamo si studi a scuola e con quali modalità. Ischia, ad esempio, ha degli ottimi dirigenti scolastici, alcuni dei quali esprimono i loro qualificati pareri anche su questo giornale. Mi piacerebbe che affrontassero anche i temi che sto proponendo con questo articolo. C’è, ad esempio, chi si oppone al dualismo discipline matematiche – discipline umanistiche, ipotizzando un modello di scuola anglosassone e cioè flessibile, nel senso di non ingabbiare, dall’inizio alla fine della Scuola Media Superiore, il percorso scolastico concentrandolo sulla scelta obbligata verso l’uno o l’altro indirizzo di studi. Perché, ad esempio, non prevedere possibilità flessibili di uscita dall’uno all’altro ramo o di un mixaggio delle discipline?

Aggiungiamo ancora che alcuni intellettuali, per esempio il sociologo Luca Ricolfi e sua moglie Paola Mastrocola, professoressa di Lettere, denunciano un decadimento della scuola proprio per l’eccessiva attenzione dedicata, negli ultimi anni, alle attività extrascolastiche e alla mancanza di studio a tavolino, per malintese aperture democratiche e sociologiche. Aggiungiamo ancora che altri intellettuali, per esempio il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, ritengono la classe insegnante assolutamente inadeguata (non per colpa loro ma per responsabilità di un sistema di selezione e formazione sbagliato) incapace di “emozionare” gli alunni, di aiutarli all’autosviluppo della capacità emotiva e relazionale. Galimberti ritiene assurdo che si mandi ad insegnare persone ignare di psicologia dell’età evolutiva. Al che molti insegnanti sono insorti contro Galimberti per quella che considerano una grave sottovalutazione del loro impegno didattico. Insomma c’è fervore intellettuale intorno alla problematica scolastica che, per adesso rimane confinato a una schiera ristretta di dirigenti scolastici, esperti di settore e di informazione specializzata. Fatica ad emergere un coinvolgimento di massa su temi fondamentali della nostra società. Si incomincia a pensare come assicurare quattro solide pareti agli alunni, ma siamo fermi sui canoni di una didattica moderna. Non abbiamo niente da dire sul fatto che il 47% dell’Umanità è analfabeta e che l’Italia è all’ultimo posto per la comprensione di un testo scritto? Dice Umberto Galimberti che tale incapacità deriva dal salto epocale che stiamo facendo da ‘”Homo Sapiens” a “Homo Videns”, dall’intelligenza sequenziale all’intelligenza simultanea. Cerchiamo di rendere più comprensibili tali concetti: l’intelligenza sequenziale è quella che usiamo per leggere, attraverso una successione rigorosa di analisi dei codici grafici in linea. L’intelligenza simultanea è quella, ad esempio, quando guardiamo un quadro e lo valutiamo nell’insieme, senza poter stabilire un prima e un dopo, un fotogramma che viene prima di un altro.

Umberto Galimberti
Umberto Galimberti

Il passaggio epocale dall’intelligenza sequenziale a quella simultanea ci fa regredire ad una forma di intelligenza più elementare. Ecco perché non sappiamo più leggere. Nell’intelligenza simultanea, a tenere il pallino in mano, non è chi guarda ma lo spettacolo o immagine che guarda. Se guardi un programma TV non hai la possibilità di soffermarti, riguardare per capire meglio, come invece può fare chi, leggendo un libro, può ri-leggere e ri-flettere. Un’ultima considerazione, che ci riporta ad un doloroso incidente dell’attualità. Se le esigenze moderne di scolarità e lavoro ci suggeriscono di avvicinare la scuola al mondo del lavoro e favoriamo l’alternanza scuola-lavoro, non è però concepibile che non si tenga conto che un giovanissimo studente o apprendista venga adibito, non sufficientemente controllato e adiuvato, a lavori pericolosi che, alla fine, lo fanno morire sotto una pesante lastra d’acciaio che precipita. E’ vero che il povero ragazzo Lorenzo Parelli, alla fabbrica di carpenteria Burimec in provincia di Udine, era lì per uno stage duale, prosieguo di un corso professionale e non per alternanza scuola-lavoro, ma l’incidente ha scatenato una reazione che covava ormai da tempo, per cui oggi e il 5 febbraio ci saranno manifestazioni di protesta dei giovani, in varie piazze italiane, per protestare contro un’applicazione superficiale e spesso incontrollata dei cosiddetto PCTO (Percorsi per Competenze Trasversali e Orientamento). In definitiva, nessuno nega la necessità di legare meglio Scuola e Lavoro, ma non attraverso un lavoro gratuito e pericoloso, camuffato da formazione. La scuola, anche quella ischitana, e la struttura imprenditoriale, anche quella ischitana, non possono e non devono rimanere estranei ad un approfondimento della tematica. E’ un ragionamento poco pratico e molto teorico? “Primum vivere, deinde philosophari” è una citazione latina attribuita al filosofo Hobbes ma, in realtà, pronunciata molto prima da Orazio. La frase dice una verità, a condizione però che l’obiettivo sia davvero “vivere” nella pienezza del significato e “philosophari” non venga inteso come perdita di tempo rispetto alle impellenze della vita. Vivere e philosophari sono inscindibili e la scuola che non ignora ciò, deve però farsi sentire, a Ischia come nel resto del mondo scolastico.

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