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«Io, il covid e la mia storia di infermiera “emigrata”»

La testimonianza di Giusy Cuomo, che ha lasciato l’isola per prestare la sua attività professionale tra Genova e il Lazio. La pandemia vissuta lontano da casa con tutte le ansie e i timori che quest’esperienza hanno lasciato come cicatrici. Alcune delle quali, forse, destinate a rimanere indelebili

DI MARIA ELETTRA IRACE

Giusy Cuomo, classe 93’ e originaria di Lacco Ameno, dopo il diploma in ragioneria ha proseguito gli studi in Scienze Infermieristiche presso l’Università Federico II di Napoli, conseguendo successivamente un master di I livello in “Stomaterapia, riabilitazione delle incontinenze, medicazioni avanzate”presso l’Università degli Studi di Catania. Dal 2018 svolge la professione di infermiera in strutture private fuori dall’isola e da poco lavora nel pubblico, dopo aver vinto un concorso presso la regione Lazio. Le abbiamo fatto qualche domanda sulla sua esperienza di sanitaria in questi ultimi due anni».

Una vita da infermiera e lontana dalla propria terra. Ci racconti cosa vuol dire essere stata in trincea in questi anni di pandemia?

«Sicuramente è stata dura. Quando è iniziata la pandemia io mi trovavo a Genova e lavoravo presso un nucleo Alzheimer, quindi a contatto con anziani. Non potevano più ricevere visite in quel periodo, quindi l’unica possibilità di contagio era tramite noi sanitari che lavoravamo lì. Avevo il terrore di portare il Covid a lavoro e questo mi ha fatto limitare ancora di più la socialità. All’epoca non si parlava ancora di vaccini; di Covid si moriva, io temevo anche per me stessa. Essendo lontana da casa non sapevo se i miei avrebbero potuto venire nel caso in cui fossi stata ricoverata. Nel periodo in cui quasi tutti erano rinchiusi in casa, noi sanitari continuavamo a lavorare: mi muovevo per una città deserta, la mattina sui mezzi ero praticamente sola. Un altro problema è stato che all’inizio non si trovavano più mascherine, erano esaurite dappertutto».

Poi da Genova ti sei spostata, avendo vinto un concorso pubblico in Lazio, dove sei stata assegnata alla squadra Covid.

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«Io mi sono spostata a Gennaio del 2021. Mi occupavo dei tamponi domiciliari e poi da quando sono stati disponibili, anche dei vaccini domiciliari. Noi andavamo a fare i tamponi nei cluster dove c’erano i focolai di Covid, sia agli operatori che ai pazienti. Eravamo bardati con i tutoni, lì inizi ad avere paura di qualsiasi cosa, inizi a fissarti su tante cose, io l’ho vissuta così».

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«Quando è iniziata la pandemia io mi trovavo a Genova e lavoravo presso un nucleo Alzheimer, quindi a contatto con anziani. Non potevano più ricevere visite in quel periodo, quindi l’unica possibilità di contagio era tramite noi sanitari che lavoravamo lì. Avevo il terrore di portare il Covid a lavoro e questo mi ha fatto limitare ancora di più la socialità»

Questo ci porta a riflettere su un aspetto importante: i risvolti psicologici della pandemia, anche su voi sanitari. Qual è stata la tua esperienza?

«Non posso parlare per gli altri ma nel mio caso ho sentito un cambiamento, perché da quando è iniziata la pandemia mi sono privata di tanti momenti di socialità, come il caffè alla macchinetta la mattina con i colleghi. Anche adesso con terza dose, potrei abbassare la guardia ma non riesco a vivere come prima quei piccoli momenti quotidiani e continuo a stare attenta. Poi ci tenevo a dire una cosa importante».

«Questa situazione mi ha segnato anche dal punto di vista professionale: adesso so che una pandemia si può verificare e per me non è più un concetto astratto studiato sui manuali. Per noi è stata una vera e propria guerra contro il virus. Io ho molta fiducia perché quello che abbiamo vissuto è la prova che la scienza può darti una soluzione»

Cosa?

«Noi come categoria professionale siamo passati da eroi a carnefici con l’arrivo del vaccino. Quando effettuavamo i tamponi eravamo gli eroi che liberavano i cittadini dalla quarantena, coloro i quali scoprivano le positività. Poi all’improvviso quando sono passata al punto vaccinale siamo diventati i “cattivi”, quelli che obbligavano i cittadini a vaccinarsi. Adesso sentiamo il peso di essere incolpati di decisioni statali (che io comunque ritengo più che giuste) ma non si pensa che noi svolgiamo semplicemente il nostro lavoro. Prima effettuavamo i tamponi, adesso i vaccini, non siamo noi a prendere le decisioni ma svolgiamo semplicemente la nostra professione, al di là del fatto che poi io ne sposo la causa. Da questo punto di vista siamo stanchi di essere strumentalizzati».

Ad Ischia è mancato personale medico e paramedico in occasione della campagna vaccinale: ti avrebbe fatto piacere prestare la tua attività sull’isola?

«Partiamo da un presupposto: se a Ischia è mancato personale sanitario è perché nella regione Campania c’è stato un problema di assunzioni. A me avrebbe fatto anche piacere partecipare a qualche concorso in Campania ma ce ne sono stati pochissimi negli ultimi anni e con la pandemia si sono addirittura bloccati. Ad Ischia io non vedo in questo momento un margine di crescita professionale, mi sono spostata anche per necessità e per crescere professionalmente».

Secondo te le problematiche legate ai vaccini sono legate anche alla capacità dei sanitari di confortare i cittadini nei loro timori, di rispondere più efficacemente ai loro dubbi?

«Io penso che il ruolo del sanitario è l’assistenza e nell’assistenza rientra anche la giusta informazione. Noi abbiamo il compito di illustrare quali sono i benefici e i rischi di un vaccino in generale, non solo nel caso del vaccino Covid. In questo senso se fai una buona informazione la persona la rassicuri».

«A me avrebbe fatto anche piacere partecipare a qualche concorso in Campania ma ce ne sono stati pochissimi negli ultimi anni e con la pandemia si sono addirittura bloccati. Ad Ischia io non vedo in questo momento un margine di crescita professionale, mi sono spostata anche per necessità e per crescere professionalmente»

Forse c’è stato in questo periodo anche troppa confusione tra quelli che sono pareri personali e i dati oggettivi, non trovi?

«Certo, e anche confusione tra pareri personali e pareri dei sanitari. I benefici ci sono, li stiamo vedendo e stiamo vedendo i numeri nelle terapie intensive che sono diminuiti: questo ci deve fare solo piacere. Io dopo la terza dose mi sento molto più protetta sotto questo punto di vista perché so che ho sviluppato degli anticorpi. Anche se dovessi prendere il Covid so che ho alte probabilità di guarire in casa e di non finire ospedalizzata: questa è una cosa che mi rassicura tanto. Non ho la paura della malattia come l’avevo prima».

«Auspico che la maggior parte delle persone si vaccinino e che di Covid si continui a parlare ma non più di morti e terapie intensive. Mi auguro soprattutto che l’umanità apprenda qualcosa da tutto questo e che diventi solo un ricordo per tutti noi. Senza dimenticarlo e facendo tesoro di tutto quello che abbiamo imparato»

Due anni vissuti in questo modo cosa ti lasciano? Che davvero il tuo è più una missione che una professione?

«Da una parte si, sicuramente l’ho vissuta diversamente rispetto a chi non fa questo lavoro. Credo che questa situazione mi abbia segnato anche dal punto di vista professionale: adesso so che una pandemia si può verificare e per me non è più un concetto astratto studiato sui manuali. Per noi è stata una vera e propria guerra contro il virus. Io ho molta fiducia perché quello che abbiamo vissuto è la prova che la scienza può darti una soluzione ai problemi. Col buonsenso, con le regole sanitarie, se ne può uscire. Vogliamo la libertà ma non vogliamo fare dei sacrifici per averla, vogliamo la libertà ma non vogliamo eventuali reazioni da vaccino. La nostra Costituzione sancisce il diritto alla salute e io posso scegliere se avere un trattamento sanitario o no. Però nel momento in cui scelgo di non averlo e questo lede la tua di salute, già non ho più questa libertà. Io ho la libertà di scegliere per me ma non per la comunità. Se io non mi vaccino e a causa di questo trasmetto con più facilità il virus, io sto ledendo la tua libertà perché se per causa mia aumentano i contagi e tu sei costretto a restare a casa per questo, non è più un fatto mio personale ma la mia decisione ha effetti su terzi».

Anche per i più fragili, perché sui mezzi pubblici che prendo la mattina potrebbe esserci qualcuno che si reca a fare una terapia chemioterapica e che non può permettersi di prendere il virus.

«Certo. I dati sicuri che abbiamo sono i ricoveri in terapia intensiva e quelli sono già una prova dell’efficacia. A me interessa che se qualcuno lo prende non sta male. Anche il raffreddore è un virus, ma lo risolviamo in casa con qualche giorno di Tachipirina, perché ormai è un virus che negli anni si è indebolito, anche grazie alle campagne per il vaccino anti influenzale fatte in passato. Anche il Covid diventerà simile a un’influenza quando la maggior parte delle persone saranno vaccinate».

Per concludere cosa ti auguri che succeda da adesso in poi?

«Auspico che la maggior parte delle persone si vaccinino e che di Covid si continui a parlare ma non più di morti e terapie intensive. Mi auguro soprattutto che l’umanità apprenda qualcosa da tutto questo e che diventi solo un ricordo per tutti noi. Senza dimenticarlo e facendo tesoro di tutto quello che abbiamo imparato».

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