CRONACA

Ischia celebra l’Unità Nazionale e le Forze Armate

Ieri la toccante e significativa celebrazione in Piazzetta San Girolamo alla presenza anche dei rappresentanti delle altre amministrazioni comunali. Il lungo discorso del sindaco Enzo Ferrandino, presente anche una delegazione di studenti

Una cerimonia toccante e significativa, iniziata in leggero anticipo rispetto all’orario previsto (alle 10.30 e non alle 11) perché il meteo faceva le bizze e minacciava quella pioggia che poi sarebbe puntualmente arrivata. Ischia ha celebrato la Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate in Piazzetta San Girolamo con una cerimonia che ha visto la presenza di tutte le autorità civili e militari e anche di una delegazione delle classi ischitane. Presenti, oltre al sindaco Enzo Ferrandino, anche Nunzia Piro in rappresentanza del Comune di Casamicciola, Mario Savio per Forio e il sindaco di Lacco Ameno Giacomo Pascale. La preghiera del sacerdote don Agostino Iovene e la deposizione della corona d’alloro al monumento ai caduti, dopo l’inno nazionale e il suono del silenzio erano stati preceduti dal discorso del sindaco d’Ischia Enzo Ferrandino.

L’APPELLO DEL SINDACO AI GIOVANI: SIETE IL FUTURO DELLA NOSTRA COMUNITA’

Il primo cittadino aveva esordito: “Cari ragazzi, (sento di rivolgermi a voi per primi, speranza e futuro della nostra comunità, oltre che doverosamente alle autorità presenti ) cittadini di Ischia, ospiti d’autunno della nostra isola verde, autorità religiose, civili e militari, associazioni di combattenti e d’arma, amici dell’Associazione Sottufficiali, Marinai d’Italia, Associazioni di Carabinieri, Guarda di finanza, Polizia di Stato, che partecipate a questa celebrazione, dopo il centenario della conclusione del primo conflitto mondiale che è stato celebrato nel 2018 in tutta Italia, siamo ancora una volta a commemorare, nella ricorrenza del IV Novembre, e dopo l’interruzione causata alla pandemia, i tanti ischitani che partirono per la Grande Guerra, quelli che non fecero più ritorno alle loro case, ai loro vigneti, alle barche da pesca dove li aspettavano i loro padri e i loro nonni, a ricordare quei tanti che morirono e quelli che orgogliosamente fecero ritorno a casa, dopo una guerra combattuta e vinta, portando i segni delle trincee, delle battaglie e delle sfide affrontate, e nella mente il ricordo degli amici che non tornarono più. Questo è un anno particolarmente importante per la commemorazione, poiché ricorre il centenario della istituzione della celebrazione del Milite ignoto, quel soldato senza nome la cui tomba fu tumulata il 4 novembre del 1921 presso l’Altare della Patria a Roma dopo che la madre inconsolabile di un sottotenente disperso, nella Basilica di Aquileia, davanti ad undici feretri senza nome si fermò affranta in prossimità di quella bara, che porta il nome di tutti i figli d’Italia morti nelle guerre, e dei mariti e dei fratelli che non fecero più ritorno a casa sacrificandosi per il nostro Paese”.

IL 23 MAGGIO 2015 E L’INIZIO DEL CONFLITTO

Il primo cittadino ha poi proseguito con una rievocazione storica: “Come abbiamo ricordato nelle precedenti celebrazioni, il 23 maggio del 1915 poco meno di un anno dopo l’inizio del grande conflitto mondiale il Consiglio dei Ministri del Regno approvò l’entrata in guerra dell’Italia, al fianco di Francia, Inghilterra e Russia contro i vecchi alleati della Triplice Alleanza, affidando il comando delle operazioni al Generale Luigi Cadorna.Alle ore 3.55 del 24 maggio 1915, i cannoni aprirono il fuoco contro il Forte Verle, uno degli avamposti della linea difensiva austriaca in Trentino. Fu la prima azione bellica del Regno d’Italia contro l’Impero Austro-Ungarico: iniziò così, per gli italiani, la Grande Guerra. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra,<< Se ogni assalto- una parola così temuta dai soldati- si trasformava in una carneficina, la vita nelle trincee, così realisticamente descritta nei diari e nelle lettere dei soldati, non era certo un sollievo. Fango, pioggia, parassiti, malattie. E quelle attese lente e snervanti, per il rancio, per la posta, per il cambio. O inesorabilmente per un nuovo assalto”.

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IL COMMOSSO RICORDO DI TUTTI I CADUTI ISOLANI

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Poi il primo cittadino ritorna al presente: “Anche in occasione della commemorazione di quest’anno vorrei riproporre a tutti voi un’edizione della Guida dell’isola d’Ischia scritta da Vincenzo Mirabella, in cui si può leggere che un intero capitolo è intitolato all’ Olocausto dei caduti nella guerra mondiale 1915-1918 per la redenzione d’Italia. Per la Patria caddero da eroi nel campo della Gloria:l’autore riporta tutti i nomi dei caduti divisi per ciascun comune. Alcuni sono nomi e cognomi ancora molto comuni a Ischia, il Sottotenente di Vascello Antonio Scannapieco, il Sottotennete di fanteria Francesco Mancusi, il Capocannoniere Raffaele Tuccillo, il Capotimoniere Michele Longobardo, i cannonieri Cristoforo Attanasio -fratello di mia nonna- e Salvatore Mancusi, i fuochisti Angelo Foscardi e Francesco Vuolo, e poi tanti marinai dai cognomi assai diffusi nel nostro Comune, Di Manso, Buono, Bianco, Di Meglio, Rispoli, Sirabella, Trani, tanti soldati semplici dai cognomi noti, Agnese, Bernardo, Boccanfuso, Coppa, Cuomo, Impagliazzo, Lauro, Patalano, Pesce, Terzuoli. Il conflitto causò un enorme numero di vittime, sofferenze inimmaginabili e pesanti sacrifici per la popolazione, ma mostrò anche la forza morale e il coraggio silenzioso di tanti umili protagonisti. La nuova nazione italiana, da poco unita, vinse la prima grande prova della sua storia. La nostra piccola isola ancora povera, un’isola per lo più di contadini e pescatori, finì per dare il suo grave contributo in vite umane; secondo gli elenchi ufficiali, tanti ischitani caddero “sul campo dell’ onore”, o per le ferite riportate, o per le malattie contratte al fronte, o per le privazioni della prigionia; un numero forse più alto rispetto ai nomi scolpiti nel monumento davanti a noi , dedicato ai caduti, un’aquila in bronzo a fusione, allegoria della vittoria datata 1920 e una lapide di marmo intagliato e scolpito che unisce le dediche ai caduti del I e del II conflitto mondiale.

GIUSTO RICORDARE LA SOFFERENZA DELLE VEDOVE E DEGLI ORFANI”

Poi Enzo Ferrandino ha proseguito: “Oltre ai morti, è giusto ricordare la sofferenza delle vedove e degli orfani e i disagi delle famiglie che per lungo tempo ebbero i propri uomini al fronte. I campi di battaglia erano lontani, ma gli abitanti dell’isola patirono a diversi livelli, le conseguenze del conflitto. Testimoni diretti di quegli eventi non ci sono più. Non ci sono più bisnonni e nonni che possono raccontare le trincee del Carso, i combattimenti tra i ghiacci della Marmolada o la triste esperienza della prigionia. Non ci sono più le bisnonne e le nonne che possono raccontare la difficoltà di procacciarsi il cibo quotidiano per i propri figli, il timore di perdere i propri cari al fronte, l’angoscia dovuta all’assenza di notizie, le conseguenze di una guerra che portò la “Spagnola”, una pandemia che causò più morti della guerra stessa. E sembra strano parlare oggi dell’ultima grande pandemia mondiale del secolo scorso, mentre ancora ci troviamo ad affrontare l’emergenza dovuta al Covid 19 che pure tanti lutti e sofferenze ha provocato nella nostra comunità nazionale prima che la grande campagna vaccinale ancora in corso, ci consentisse di guardare al futuro con più fiducia, senza dimenticare le esigenze che tuttora permangono di distanziamento, uso delle mascherine e disinfezione delle mani in modo ricorrente. La commemorazione di oggi (ieri per chi legge, ndr) – che non è solo un simbolico riconoscimento dettato dalla ricorrenza- intende riportare alla memoria i drammatici fatti che avvennero durante la Grande Guerra, tra il 1915 e il 1918, compresi i primi anni del dopoguerra, sia al fronte sia nella società civile. Molti documenti presenti negli archivi comunali, ma anche lettere, diari, cartoline, fotografie custodite in qualche cassetto impolverato o nei bauli di alcune delle nelle nostre case, testimoniano le sofferenze di tanti giovani ischitani alcuni dei quali caduti durante il conflitto, dando valore alla storia non ufficiale, la storia di chi non ha storia, la storia di chi non è scritto sui libri, ma che è stato -suo malgrado- il vero protagonista di quegli eventi tragici. La celebrazione di oggi può anche rappresentare un momento di riflessione per ricordarci chi siamo e su quali sofferenze si fonda la nostra libertà e il nostro benessere, in giorni in cui le stesse istituzioni democratiche che hanno garantito 70 anni di pace e benessere, sono minacciate dagli echi di nuovi conflitti niente affatto lontani da noi.

LE FORZE ARMATE E LE MISSIONI DI PACE

Il 4 novembre 1918, un’Italia diversa si rialzava in piedi dopo la battaglia di Caporetto combattuta tra il REGIO ESERCITO ITALIANO e le forze AUSTRO-UNGARICHE e TEDESCHE. Le unità italiane, sotto il comando del Generale Armando Diaz che aveva sostituito il Generale Cadorna, si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave. Le truppe italiane, credute vinte e moralmente distrutte anche dagli stessi vertici militari, opposero invece una tenace resistenza permettendo così alla linea difensiva del Piave di continuare a resistere all’offensiva nemica. Si rialzava quindi la nostra Italia e vinceva, al di là di ogni speranza, la Grande Guerra, conquistando sì, la vittoria degli eserciti che fu però, anche vittoria del popolo, che lavorò e soffrì coi suoi soldati. Il nostro 4 Novembre deve pertanto restare, per sempre, la festa dell’orgoglio di una nazione che non fu messa in ginocchio, ma seppe riscattarsi e imporsi all’ammirazione del mondo. Le forze armate italiane sono oggi impegnate in missioni di pace, perché l’Italia ripudia la guerra, come è scritto nella nostra Costituzione, e i nostri uomini in uniforme assicurano spesso il loro sostegno in paesi lacerati dalla guerra civile e dalla fame. E’ questo il loro compito oggi nel mondo. Ed oggi come ieri è giusto celebrarlo. Si deve soprattutto al Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi scomparso nel 2016 il recupero nella nostra tradizione civile di due ricorrenze la cui importanza era stata tralasciata dai governi del secondo dopoguerra: la “Festa dell’unità nazionale e Giornata delle Forze Armate”, e la Festa della Repubblica che ricorre il 2 Giugno di ogni anno, due ricorrenze che intendono sottolineare il valore della Patria, unica e indivisibile e celebrare le nostre Forze armate impegnate in missioni umanitarie.

L’APPELLO AGLI STUDENTI: ISCHIA E L’ITALIA HANNO BISOGNO DI VOI

Custodire la memoria di quanto accaduto in quegli anni diviene quindi un impegno prioritario. Solo la consapevolezza delle indicibili afflizioni che ogni guerra provoca potrà far maturare nelle giovani generazioni, legittime aspirazioni di pace e dialogo tra i popoli. Ed è con questo intento che a distanza di oltre cento anni dalla fine del conflitto si svolgono commemorazioni, anche nella ricorrenza del centenario del Milite ignoto come questa a cui stiamo partecipando: perché non scenda mai l’oblio sui terribili sacrifici richiesti dal primo conflitto mondiale. Conflitto a cui seguì una prima grande opera di ricostruzione.Un grande messaggio di speranza per il futuro che, spero, tutti vogliate cogliere! Una comunità vera, forte, unita, si identifica infatti nel sentimento dei sacrifici che sono stati fatti e di quelli che si è ancora disposti a fare. Essa presuppone un passato ma si lega nel presente con un sentimento tangibile: il desiderio e la speranza di continuare a vivere insieme nel luogo in cui affondano le nostre radici, di cui si condividono la storia, la cultura, le tradizioni un luogo che ci è invidiato da molti, per le straordinarie risorse ambientali paesaggistiche e marine della nostra isola. Se dunque dopo l’esperienza della Grande Guerra, in quegli uomini e donne che avevano condiviso successi e insuccessi, dolori e gioie, germogliava uno dei fattori da cui sviluppare un coscienza comune, questo vorrei potesse accadere ancora nella nostra comunità, quando finalmente ci saremo lasciati alle spalle l’esperienza tragica della pandemia che stiamo ancora vivendo. Vorrei che tutti potessimo sentire forte il dovere di conservare dentro di noi il sentimento di solidarietà con chi oggi è meno fortunato di noi e ha bisogno del nostro sostegno. Vorrei che voi ragazzi possiate sentirvi a pieno titolo protagonisti del futuro della nostra comunità da sempre aperta alla accoglienza ed alla ospitalità ed assumere l’impegno di restituire, a chi dovesse trovarsi nelle nostre condizioni, quanto abbiamo ricevuto. Oggi nell’Italia delle tante crisi e della emergenza sanitaria, dove a volte la speranza sembra destinata ad essere sostituita dallo sconforto, i trascorsi del primo e del secondo dopoguerra sembrano assai lontani. Invece è storia. La nostra storia. Anche della nostra piccola isola. A voi ragazzi, sento di rivolgere l’appello a conservare, rispettare e salvaguardare questi simboli del passato. In essi è racchiusa parte della nostra storia, il sacrificio e il dolore dei tanti uomini e donne di cui vi ho detto. Facciamone tesoro e impegniamoci a difenderne il senso civico. Solo assumendoci questa responsabilità potremo dirci dei bravi cittadini, dei veri cittadini italiani. Con il vostro entusiasmo ed amore per la vita, contagiate la nostra comunità, profondete ogni impegno in questo senso, non abbattetevi mai. Ischia ne ha bisogno, l’Italia ne ha bisogno; già oggi e quando sarete grandi. Viva l’Italia. Viva le Forze armate. Viva la Repubblica”.

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