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Mito, storia e archeologia: al “C. Mennella” un laboratorio creativo e artigianale per riscoprire “Pithecusae”

Gianluca Castagna | Forio – Le testimonianze di un passato straordinario, le tracce memorabili della colonizzazione greca, le forze possenti e inquiete di un territorio vulcanico. Mito, storia, natura, paesaggio. A passi piccoli, ma decisi, la scuola ischitana riscopre le sue radici più remote. Un’indagine che non si ferma sui dati o sulla sterile sequenza di nozioni, ma guarda all’esperienza culturale di Pithecusae come modello per acquisire la consapevolezza della necessità di tutelare un patrimonio culturale di inestimabile valore nel quale potersi riconoscere e al quale ancorare le proprie radici storiche.
Si è concluso da poco (ma con un’appendice finale a settembre) il progetto “Riscoprire Pithecusae”, laboratorio creativo e artigianale per la valorizzazione delle vocazioni territoriali che ha coinvolto gli studenti e le studentesse degli Indirizzi Tecnico per il Turismo e Nautico “Cristofaro Mennella”. Con la supervisione del Prof. Francesco Mattera, dell’archeologa Mariangela Catuogno e del Maestro ceramista Gaetano de Nigris di “Keramos”, gli allievi hanno conosciuto meglio una delle tradizioni più antiche di Pithecusae, che fin dai tempi preistorici, grazie ai depositi di argilla figulina, ha sviluppato l’arte della fabbricazione del vasellame che ebbe il suo periodo di massima prosperità e importanza proprio con l’arrivo degli Eubei intorno all’VIII sec. a C.
Una tradizione che in fondo non è stata mai interrotta e si è tramandata fino ai giorni nostri.

«Il progetto – racconta il Prof. Mattera – è stato articolato in 60 ore di studio, attraverso tre percorsi affini che spesso si sono incrociati: lo studio dell’archeologia isolana, le visite al Museo Pithecusae di Lacco Ameno e attività di laboratorio artigianale e manualità finalizzate alla riproduzione, quanto più possibile fedele, delle varie tipologie ceramiche emerse dalle campagne di scavo e che caratterizzano i diversi periodi storici della presenza euboica sulla nostra isola. Una pratica intesa come sperimentazione, o come metodologia d’indagine. Ogni singola fase ripropone gestualità e tecniche appartenute a culture ormai scomparse, per creare un prodotto finito che non verrà definito un falso, ma piuttosto un “vero” ricontestualizzato». «L’obiettivo – continua il docente – è stato quello di educare le giovani generazioni alla bellezza, intesa come bellezza di un passato storico restituito al nostro presente dopo le scoperte dell’archeologo Giorgio Buchner e di Don Pietro Monti avvenute dagli anni ‘40 agli anni ‘70-60 e che negli ultimi tempi, dopo un periodo di appannamento, sembrano tornare a far discutere gli studiosi e ad appassionare turisti e residenti».

La ceramica pithecusana, coi suoi mirabili esemplari (dalla celeberrima Coppa di Nestore all’impressionante Cratere del naufragio) oggi custoditi al Museo Archeologico dell’Isola d’Ischia, è stata dunque la grande protagonista di questo modulo che coniuga inclusione, storia delle proprie radici e laboratorio artigianale. D’altro canto il maggior numero di reperti che un archeologo rinviene è proprio il materiale ceramico, fossile guida che resiste inalterato al passare dei secoli. I contesti in cui viene rinvenuto sono molteplici: dalle ville in cui vivevano gli antichi, alle loro tombe, dove questi oggetti accompagnavano il passaggio del defunto nell’aldilà. A volte si tratta di oggetti integri, magari anche dotati di elementi decorativi di grande pregio; altre volte invece sono frammenti che agli occhi dei non esperti potrebbero sembrare appunto solo dei cocci insignificanti ma in realtà hanno anch’essi una storia da raccontare. Basta lasciarli parlare.
La ceramica nel mondo antico non aveva sempre lo stesso aspetto, poiché, essendo realizzata con argilla, assumeva le caratteristiche proprie del materiale usato, che differivano a seconda della provenienza. L’argilla veniva poi lavorata a mano, con il tornio, con lastre e poi posta a cuocere in forni la cui temperatura e quantità di ossigeno presente o assente determinava il colore più chiaro, rossastro o nero.
Le forme realizzate erano molteplici, ognuna con un fine ben preciso: non solo per oggetti di uso quotidiano destinati soprattutto all’ambiente della cucina, ma anche per la realizzazione di elementi decorativi quali vasi o tegole. Quindi lo squarcio entusiasmante su un mondo definitivamente scomparso, lontanissimo, ma che, grazie all’archeologia, si mostra ancora ai nostri occhi, offrendoci informazioni sulla vita quotidiana (e non) degli antichi abitanti dell’isola, quasi fosse una specie di fotografia sulle loro abitudini e sul loro tempo.

«Gli studenti – continua il tutor del progetto – dopo aver acquisito le tecniche di base di lavorazione della terracotta/ceramica, hanno provato a riprodurre parte degli oggetti selezionati, rivisitandoli anche in maniera personale secondo il proprio gusto e la propria creatività. In occasione di un momento conviviale, lo scorso 14 giugni, coppe e crateri sono stati anche utilizzati. Tutti i manufatti – chiosa Mattera – saranno inclusi in una mostra che terremo a Sant’Angelo il prossimo 20 settembre. Una giornata nella quale festeggeremo la conclusione dei moduli annuali del programma “Scuola Viva” con cui l’Istituto “C. Mennella” ha aderito a questo importante progetto della Regione Campania. Vela, educazione ambientale, teatro, archeologia. Una grande festa per presentare al pubblico i risultati di un’offerta formativa sempre più ampia, importante e feconda per gli studenti, la comunità, il territorio».

Mariangela Catuogno, archeologa: «La storia di un uomo dietro ogni reperto» 

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Lacco Ameno – Non solo la storia archeologica, ma anche lo studio del patrimonio materiale risalenti alle fasi più antiche dell’impianto pithecusano. E’ la Dott.ssa Mariangela Catuogno ad aver curato l’aspetto più scientifico del progetto.
Su cosa vi siete concentrati e qual è stato il percorso di conoscenza che hanno intrapreso gli studenti del “C. Mennella” che hanno partecipato al progetto?
Anzitutto abbiamo descritto rapidamente la disciplina archeologica e le fasi documentate sul territorio isolano. Nello specifico, ci siamo concentrati sulla fase dell’VIII e VII secolo a.C., soprattutto su quelle forme ceramiche che ci consentissero di raccontare la storia degli uomini. Non bisogna mai dimenticarlo: dietro a ogni oggetto c’è la storia di un uomo. Raccontare l’archeologia ha senso se riusciamo a raccontare la vita e il quotidiano degli uomini vissuti tanti secoli fa. Un substrato da cui partire per prendere coscienza del nostro territorio, della nostre radici e delle nostre potenzialità per comprendere meglio il presente e progettare il futuro.
Un percorso teorico in cui però l’aspetto pratico non è stato trascurato, anche in riferimento alle tecniche del tempo.
Ho selezionato una serie di reperti perché nel progetto era previsto che gli studenti potessero riprodurre forme e repertorio decorativo, al fine di una piccola mostra in cui loro stessi potranno raccontare questi oggetti. E’ stato necessario ragionare sulle tecniche di lavorazione nel mondo antico, analizzando tutte le fasi della lavorazione o lo sviluppo di queste tecniche. Un discorso che non riguardasse solo il vaso in sé, ma comprendesse la funzionalità di questi oggetti, riflettendo dunque sulla ritualità, sul perché si usassero alcune forme e altro no, su quanto fossero identificative dei personaggi che partecipavano del banchetto e al simposio. D’altro canto ogni volta che accompagno i visitatori all’interno del Museo archeologico di Pithecusae, o in altre aree di interesse archeologico, ragioniamo sulla storia dell’uomo, sulla sua vita quotidiana e sugli oggetti che ce lo raccontano.
Il vasellame sembra un reperto privilegiato da voi archeologi. E’ così oppure no?
Esistono straordinari reperti di rappresentanza, che magari presuppongono una committenza straordinaria. Le statue, ad esempio, riflettono la proiezione del potere. I crateri, le tazze, tutte le ceramiche del nostro patrimonio ci raccontano come vivevano questi uomini, quale era il loro livello culturale, le scelte che facevano, le influenze che esercitavano o da cui dipendevano. In realtà, ogni oggetto rappresenta una storia a se’, l’importante è saper contestualizzare. Per questo ho lavorato con i ragazzi affinchè sviluppassero un atteggiamento critico nei confronti del mondo antico.
Poi però è stato necessario passare alla fase pratica, riprodurre oggetti anche raffinati per il tempo.
Lo studio sulle tecniche di lavorazione è avvenuto con la compresenza dei maestri ceramisti di Keramos, con i quali abbiamo analizzato anche le difficoltà nel mondo antico a reperire la materia prima. Gli studenti, invece, hanno dovuto fronteggiare un altro tipo di difficoltà: riprodurre un repertorio decorativo molto complesso. La ceramica dell’VIII secolo è iperdecorata, perché a quel tempo prevaleva l’horror vacui, la paura di lasciare uno spazio vuoto sulla ceramica. Si dipingeva tutto il vaso. Pensiamo al “Cratere del naufragio”: non c’è un angolo vuoto. Il racconto doveva essere continuo, la superficie tutta decorata. Nel tempo questa premura viene meno, la sintassi decorativa si razionalizza.
Quanto è importante la conoscenza del nostro patrimonio archeologico?
Basilare. Anzitutto perché il racconto della storia antica ci consente di avere una visione più chiara e precisa del nostro presente. Ma anche per costruire migliori garanzie di conservazione. Tutti gli istituti scolastici dovrebbero prevedere un mimino di formazione sull’archeologia e sul patrimonio archeologico dell’isola d’Ischia. Quando si incomincia da piccoli ad avere una conoscenza di base, cresce anche l’esigenza di tutelarlo e valorizzarlo meglio.

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