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“Saving lives is not a crime” la tragedia dei migranti in mostra alla Galleria Eloart di Forio

Artisti isolani e internazionali sulle tracce di drammatiche geografie reali e immaginarie. L’odissea delle migrazioni raccontata in fotografie, sculture, tele e installazioni che ci interrogano sul ruolo e la responsabilità degli uomini (e dell’arte) di fronte a eventi che segnano lo scenario globale

Quando saranno passati i giorni della grande isteria collettiva, il dramma dei migranti tornerà al centro di una riflessione che, in pasto alla propaganda politica, sta partorendo oggi una delle pagine più buie della nostra storia. Perché dietro quel “la pacchia è finita” o “rimandiamoli a casa loro” si cela una condanna a morte senza appello per migliaia di esseri umani che fuggono da guerre o carestie attraverso viaggi della speranza dai deserti fino a (spesso illusorie) terre di libertà. Troppe volte quel “non possiamo accoglierli tutti” si traduce in “non possiamo salvarli tutti”. Nella migliore delle ipotesi, resisteranno fermi per giorni, intrappolati nei barconi dove pure arriva l’eco di chi ti percepisce come “criminale che ruba lavoro”. Se andrà male, i sogni s’infrangeranno nei lager libici dell’orrore. O annegando nelle acque del Mediterraneo.

Sulle tracce di geografie reali e immaginarie, evocando l’odissea dei migranti e ricostruendo le loro storie individuali e collettive, nasce la mostra collettiva “Saving lives is not a crime” (Salvare vite non è un crimine), progetto d’arte grafica e pittorica inaugurato domenica scorsa alla Galleria Eloart di Forio. La mostra, curata da Manuel Di Chiara, è visitabile fino al 30 novembre e vede in esposizione opere di artisti isolani e internazionali. Uno spunto di riflessione sul tema attualissimo dell’ immigrazione, ma anche un modo per interrogarci sul ruolo e la responsabilità dell’arte di fronte a eventi che segnano lo scenario globale. O su quale sia il ruolo dell’artista in qualità di testimone della storia. Amara, in questi ultimi anni. Di fronte all’essere umano ridotto a “oggetto” (di torture, vessazioni, indifferenza anche nel momento della morte o della privazione della sua libertà), e a una negazione dell’umanità così radicale verso persone con la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, non è (più) permesso rimanere impassibili.

Attraverso fotografie, sculture, tele e installazioni con materiali storici e oggetti di cultura materiale, la collettiva afferra (e offre al visitatore) sensibilità e punti di vista diversi sulla crisi dei rifugiati e sul fenomeno epocale delle migrazioni, provando in qualche modo a restituire voce e dignità alle moltitudini senza volto di una tragedia contemporanea.

«La mostra è stata allestita in tempi molto brevi», spiega il curatore Manuel Di Chiara, ischitano che da un paio d’anni vive e lavora ad Amburgo. «La Galleria, che in primo momento sembrava dovesse chiudere, ha riaperto i suoi spazi espositivi, oggi anche più ampi e, d’accordo con la titolare Elo Sachs, abbiamo deciso di esporre una collettiva di artisti e amici che in qualche modo si sono confrontati con il dramma della migrazione. E’ un tema molto attuale, estremamente sentito in Germania anche per una serie di accadimenti che riguardano la cronaca di questi ultimi mesi. Elo ha visto le foto di Brigitta Maria Lankowitz, artista austriaca che da tempo vive e lavora a Monaco. Le sono piaciute molto e da queste immagini è nato il progetto di una mostra più ampia e articolata. Abbiamo coinvolto altri artisti isolani, come Raffaele Iacono e Marco Cecchi, e cercato nelle collezioni Sachs opere di artisti che non sono più con noi, penso a Raffaele ‘Monnalisa’ Di Meglio o a Pio Scippa ad esempio, che in passato avevano già presagito la portata di un fenomeno che oggi sta cambiando la storia.»

È il cimitero della barche di Lampedusa, segno tangibile e struggente dei tanti sbarchi silenziosi che non hanno mai smesso di susseguirsi sull’isola siciliana, ad accogliere il visitatore nella prima delle tre sale dedicate all’esposizione. Le immagini della Lankowitz (presente al vernissage di inaugurazione) sono piene di dolore e nostalgia. Priva però di romanticismo illusorio, intesa piuttosto come ultima fermata, sentimento che guida lo sguardo su luoghi periferici e situazioni sociali che rispecchiano sogni infranti. L’artista rinuncia ad uno stile documentaristico, trascende dalla conoscenza e apre visioni soggettive.
Come quelle che individuano nelle imponenti scogliere dell’isola (catturate dall’obiettivo in tutta la loro maestosa, beffarda bellezza) quasi dei bastioni invalicabili che chiudono l’Europa ai sogni in fuga sulle acque del Mediterraneo. Somigliano a fortezze. Scogli ripidi, centri di accoglienza frullati in un’atmosfera ostile e un costante pericolo di espulsione. Filo spinato che trafigge il cielo. Una tomba con accanto pallide rose di plastica. «Tutto in analogico, senza alcuna elaborazione digitale, in molti casi illuminate da un giallo velenoso ottenuto coi vetrini», spiega Di Chiara.

Lankowitz non mostra la realtà esplicita; scopre piuttosto le tracce di aspirazioni fallite. Ci mostra un cimitero di navi, nel quale le barche derelitte dei rifugiati, sovrapposte l’una all’altra, si trasformano in scultura della memoria, diventano monumento. Attraverso la presentazione dei suoi lavori, incorniciati meno, ma sempre senza vetro, l’autrice mette in scena ulteriormente la fragilità dei sogni. In questo modo l’immagine si avvicina al visitatore, guadagna forza e colpisce tramite la sua vulnerabilità. Anche in questo caso la fotografia e la riscrittura creativa del reale si fanno metafora della condizione umana.

Sono della Lankowitz anche le due fotografie in bianco e nero all’ingresso della mostra. Castelli di dimore transitorie assomigliano a sculture fatte di sassi e relitti portati a riva. Sono gli alloggi abitati dai migranti arrivati con mezzi di fortuna. Limbi precari che sospendono giovani vite – a migliaia – nell’attesa di uno status di rifugiato, di un documento, di un permesso di soggiorno, di una protezione. Finestre, recinti, strambe architetture raccontano la storia di un transito e pensato come transitorio e pericolosamente destinato a diventare definitivo. E’ l’effetto degli abissi in cui è precipitata la politica dell’Europa. La tristezza di una verità stridente che si manifesta in un silenzio udibile ed eloquente.

Nelle quattro opere di Raffaele Iacono selezionate per la collettiva, l’incontro-scontro di luci, toni e colori sembra evocare corpi senza vita immersi nell’acqua, mentre la scultura in legno d’ulivo di Raffale Di Meglio, risalente a circa 20 anni fa, mostra l’inabissarsi tra le onde di una barca con una giovane donna nuda. Il simbolo della vita e della resistenza travolto da una tragedia silenziosa e inspiegabile.

Marco Cecchi è presente con l’elaborazione grafico-pittorica di una foto con tanti disperati aggrappati a un barcone, ma soprattutto con un’opera che raffigura, in balia delle onde, un’impressionante catena umana (di vita? di morte?). «Un lavoro inedito, quasi in 3D – commenta il curatore della mostra – realizzato con resina e ferro filato.»

Nell’ultima sala, opere dello street-artist Oliver Blutenuth, con cui la Galleria Eloart aveva già lavorato anni prima sempre su tematiche socio-politiche, le sculture di Pio Scippa (un unico soggetto riprodotto in bronzo e, su scala più grande, in gesso) e l’installazione di Elo Sachs: frammenti di imbarcazioni adoperate dai migranti per attraversare il mare si alternano a decine di giubbotti salvagente. «Tutti difettosi», rivela Di Chiara. «Prodotti in Turchia e assolutamente inutili. Chi lo indossa e finisce in mare, non galleggia. Va a fondo»

Alle spalle dell’installazione un quadro di Di Chiara realizzato in tempi record su un soggetto fotografico che, per quanto familiare nella produzione dell’artista isolano, ci riporta all’amara realtà di questi giorni. E’ la nave Eleonora della Ong Mission Lifeline che nelle scorse ore ha forzato il divieto di attraccare dopo che una tempesta di acqua si era abbattuta sull’imbarcazione con a bordo oltre 100 migranti (tra i quali anche 30 minori non accompagnati). «All’immagine originale – confessa l’autore – ho solo aggiunto uno stormo di uccelli. Mi interessava mettere a confronto la migrazione libera dei volatili verso il nord dell’Europa, e il ritorno verso l’Africa alla fine della stagione estiva, e la negazione della libertà sulla pelle e la vita dei migranti, intrappolati su queste navi in una situazione di incertezza e di profonda disperazione».

“Saving lives is not a crime” rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni (escluso il martedì) a partire dalle ore 18 fino al prossimo 30 novembre. Tre mesi in cui uno dei luoghi di Forio deputati all’arte diventa spazio di discussione e d’apertura, combinando l’esercizio creativo, l’impegno sociale e quella vocazione politica che la cultura, da una certa prospettiva, non può che rivendicare.

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