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Spinse e uccise la compagna, in carcere Raffaele Napolitano

Il 43enne è stato raggiunto da un ordine di carcerazione emesso dal Tribunale di Napoli a seguito di una sentenza divenuta definitiva. L’uomo, che era già ai domiciliari, era accusato di maltrattamenti aggravati nei confronti della fidanzata, che morì al termine di una lite

Ieri i Carabinieri del Nucleo operativo di Ischia hanno eseguito un ordine di carcerazione emesso dal Tribunale di Napoli a carico di Raffaele Napolitano, 43enne ischitano già sottoposto agli arresti domiciliari. Napolitano è stato riconosciuto colpevole con sentenza definitiva del reato di maltrattamenti in famiglia aggravati nei confronti della compagna di origini polacche, classe 1975. Il 43enne, durante una lite nel gennaio del 2019, spinse a terra la donna, che poi morì. Napolitano dovrà scontare dodici anni di reclusione: al momento è nel carcere di Poggioreale.

La vittimna, Renata Czesniak

La tragedia si materializzò la sera del 12 gennaio di quattro anni fa, al culmine di diverse occasioni di litigio, inasprite dal pesante consumo di alcolici. Dopo una caduta sul pavimento, e nonostante il successivo intervento degli addetti del 118, non si riuscì ad impedire il decesso della donna. il Napolitano era accusato del reato previsto dall’articolo 572 commi 1 e 3 del codice penale, «perché – come recitava il capo d’imputazione – nel corso della convivenza con Czesniak Renata, dopo un periodo di interruzione della convivenza, a causa di comportamenti analoghi, che comportavano l’applicazione di apposita misura cautelare degli arresti domiciliari poi, convivenza ripresa dal novembre 2018, serbava un comportamento aggressivo, offensivo, minaccioso, oltre che violento. In particolare ripetutamente: ingiuriandola [..] e manifestando la sua gelosia nei confronti di altri uomini con i quali la vittima aveva rapporti o comunque dai quali si rifugiava quando non era dal Napolitano, come tale Marco; colpendola ripetutamente con le mani, spingendola e facendola cadere in terra, lanciandole contro oggetti vari; litigando con la stessa in modo violento, fino ad urlare a squarciagola, anche sotto abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti; maltrattava la compagna Czesniak Renata, costringendola a vivere in un clima totalmente servile e a sopportare vessazioni fisiche e morali tali da renderle la vita impossibile; con l’aggravante che dal fatto è derivata la morte della vittima».

La tragedia si materializzò la sera del 12 gennaio di quattro anni fa, al culmine di diverse occasioni di litigio, inasprite dal pesante consumo di alcolici

L’impianto accusatorio è rimasto in piedi attraverso i tre gradi di giudizio, nonostante l’imputato abbia sempre negato decisamente le proprie responsabilità nella dinamica dell’episodio che ha coinvolto la donna, ribadendo che ella cadde da sola sul pavimento. Il lavoro degli avvocati difensori era stato comunque molto articolato. La difesa sostenne infatti che tale evento non fosse inedito, in quanto la donna spesso era svenuta in seguito al grande consumo di alcolici. Quella sera ella era già caduta sul pavimento nei pressi dell’ingresso, quando aveva manifestato l’intenzione di recarsi a casa di un altro conoscente, fino a ritornare nell’abitazione del Napolitano. In sostanza, visti i precedenti, si sarebbe trattato di una sottovalutazione della reale entità del malore della donna. La difesa aveva anche sottolineato il dato secondo cui il decesso della donna sarebbe avvenuto per un arresto respiratorio, una volta superato il limite dei 3,5 grammi per litro oltre il quale si concretizza il rischio di collasso, limite che era stato oltrepassato.

I legali di fiducia dell’imputato tra l’altro avevano sempre contestato l’applicazione dell’aggravante, in quanto non esisteva la convivenza “more uxorio”, requisito fondamentale per ipotizzare il reato di maltrattamenti in famiglia. Un elemento che secondo la difesa mancava nel rapporto tra Renata e Raffaele, con la prima che diverse volte sarebbe stata ospite presso altri conoscenti, abbandonando spesso l’appartamento di Serrara. L’unico interesse che legava i due sarebbe stato dunque essenzialmente di tipo materiale, costituite dal bisogno di soddisfare esigenze elementari come il consumare i pasti in comune, in sostanza entrambi a spese della madre dell’imputato, visto che i due non lavoravano. Quindi nessun “progetto di vita in comune” vi era tra i due, né tantomeno l’idea di avere un figlio. Il collegio difensivo aveva contestato anche il parere del consulente della Procura, circa la contraddizione dei valori della tabella indicante gli effetti dell’alcol sulla salute umana, ma anche riguardo la lesione ossea riscontrata sulla salma: due furono le squadre di soccorso che agirono nel tentativo di far riprendere i sensi alla donna. La 43enne presentava una frattura, che tuttavia, era stata plausibilmente provocata dai ripetuti massaggi quando gli addetti tentarono di rianimarla. L’accusa invece riconduceva tale trauma a un colpo violento recato dall’imputato alla donna.

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Dopo una caduta sul pavimento, e nonostante il successivo intervento degli addetti del 118, non si potè scongiurare il decesso della donna

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Nelle motivazioni del verdetto vennero riportati diversi passi delle deposizioni dei molti testi chiamati a deporre durante il dibattimento: i magistrati avevano evidenziato che non andava trascurato il “contesto socio-culturale” in cui si sono verificati gli eventi oggetto del processo, vista l’abitudine dei soggetti protagonisti allo smodato consumo di alcool, e talvolta di sostanze stupefacenti. All’affermazione della responsabilità penale dell’imputato, la Corte arrivò tramite le risultanze istruttorie tra le quali assunsero particolare rilievo le deposizioni di Gabriele Napolitano e Felice Iaccarino, rispettivamente fratello e amico dell’imputato stesso, le dichiarazioni dei Carabinieri e le risultanze della consulenza autoptica. L’Appello confermò la sentenza di primo grado, come ha poi fatto la Corte di Cassazione.

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