CULTURA & SOCIETA'

25 Aprile, la liberazione ischitana… due anni prima

Testimone oculare di quella notte del ’43 l’Avv. Nino D’Ambra: dopo la firma dell’armistizio per il Sud d’Italia, due anni prima del Nord, 9 bombe caddero su Forio portando con sé 13 vite

“Ricordo l’avvenimento come se fosse ieri. Le strade di Forio si erano improvvisamente riempite di gente. Una strana concitazione aveva conquistato tutti. Tutti si abbracciavano e si baciavano. I più anziani avevano gli occhi umidi, specie coloro che avevano figli congiunti al fronte che da tempo non davano più notizie. […] La notizia della fine della guerra ci aveva galvanizzati. Giunti al Santuario, come una massa di comparse agli ordini di un invisibile regista, tutti cademmo in ginocchio contemporaneamente.

Canti, preghiere di ringraziamento, lacrime di commozione. Alla fine, sbucati da non so dove alcuni giovanetti fecero esplodere dei fuochi d’artificio in segno di festa e di esultanza. Fino a tarda notte si sentivano rumori di leggere esplosioni in lontananza e canti di gruppi spontanei che si formavano e si riformavano il quel momento, uniti da un’immensa gioia che aveva contagiato tutti: la fine della guerra. […] Era trascorsa la mezzanotte e quasi tutti in paese eravamo andati a dormire con grande gioia nel cuore e con lo stomaco quasi vuoto, che l’abitudine non aveva educato alla sopportazione. Improvvisamente, degli scoppi molto più assordanti di quelli della festa ci avevano fatto svegliare di soprassalto. Impauriti e sopraffatti dal panico scappammo nel giardinetto attiguo, mentre ulteriori deflagrazioni, precedute da un ben conosciuto sibilo assordante, ormai avevano fugato ogni dubbio sulla natura di quegli scoppi: erano bombe che cadevano su Forio”.

L’essere isola, protetta o bloccata dal mare, ci fa sentire estranei, troppo spesso, dalla storia che studiamo dai libri o da quelle ricorrenze, come quella di oggi che ci sembrano lontane da ciò che siamo. Eppure, ancora una volta, la storia siamo anche noi e pur essendo un  piccolo centro in mezzo al mare, staccato dalla terraferma, non siamo estranei dai fatti avvenuti nel resto del mondo. Le storie della guerra e della conseguente liberazione, che avvenne per Ischia come per tutto il meridione, due anni prima rispetto al nord d’Italia, si intrecciano nella memoria di chi può ancora raccontare quelle vicende. E infatti, memoria storica di quello che avvenne a Forio la notte della liberazione del sud, era l’8 settembre del 1943, è l’avvocato Nino D’Ambra che, con il suo Centro di Ricerche Storiche, contribuisce a non dimenticare quanto accaduto. «Io sono un miracolato  – ci racconta l’avv. D’Ambra, intervistato qualche anno fa, su quest’interessante avvenimento – le 9 bombe caddero tutt’intorno casa mia e il bilancio fu di 13 morti, 20 case distrutte e tanti feriti. La guerra finì il ‘43, il 25 aprile venne liberata tutta l’Italia; la liberazione del nord durò 2 anni.

Ricordo benissimo quando caddero le bombe, tutti i cadaveri furono riversati nel cortile della chiesa di San Vito, non erano riconoscibili erano sagome ricoperte di polvere. Io  avevo 10 anni e li guardavo attraverso i cancelli. Eravamo come prigionieri, caddero tutto intorno a noi». Erano circa le 19:15 che alla radio venne dato l’annuncio dell’armistizio e una festa spontanea colpì i cittadini di Forio che si riunirono in un corteo tra balli, canti e scoppi di petardi, «verso mezzanotte ci ritirammo e mentre eravamo a letto sentimmo dei rumori. In un primo momento pensammo a un proseguire della festa e invece erano delle bombe». Implacabili caddero tutt’intorno la chiesa di San Vito, distruggendo case e persone, senza alcuna distinzione. «Venivamo dalla festa contenti che era finita la guerra e poi la sorpresa, una sorpresa terribile». Negli anni una spiegazione accertata da una documentazione spiegò il terribile accaduto. A Sant’Angelo c’era infatti un distaccamento tedesco, era quello l’obiettivo ma i militari confusero la cupola bianca della chiesa di San Vito con l’obiettivo santangiolese.

«Il giorno dopo, i rappresentanti dei partiti antifascisti, si riunirono, tra questi un uomo di Casamicciola e uno di Forio, che con il permesso del comitato di liberazione partigiano nazionale trattarono con i tedeschi per  l’ uscita pacifica verso casa. Se non fosse stato per loro Ischia sarebbe stata rasa al suolo, meriterebbero un monumento per ogni piazza». Oggi, un’epigrafe marmorea a ricordo di quelle vittime che lì vennero adagiate con i corpi dilaniati a causa delle bombe, è presente all’interno del cortile della Basilica di San Vito Martire affinché non si dimentichi quanto è stato. Bartolomei, D’Abundo, Di Maio, Impagliazzo, Mattera, Verde, questi alcuni dei cognomi di chi perse la vita la notte in cui la guerra sembrava essere finita. Uno di quegli ordigni lanciati su Forio è oggi conservato al pianterreno del Centro di Ricerche storiche D’Ambra. Era inesplosa e, rinvenuta nel 1997, fu disinnescata dagli Artificieri dell’Arma dei Carabinieri e rappresenta oggi testimonianza tangibile di quei terribili momenti. «La paura che poteva capitare ancora era terribile. Ci andammo a rifugiare, chi in campagna, chi sull’Epomeo in rifugi e cantine.  Una seconda volta ci rifuggiamo in un ricovero a Lacco Ameno. Sotto la montagna c’era un magazzino per reti grande quanto la chiesa di Santa Restituta e là dormivamo a terra tra pidocchi e sporcizia. Eravamo un’ infinità di persone, più di 100. Era estate e andammo a rifugiarsi con la paura folle che arrivassero altre bombe». Ciò che caratterizzò quel periodo a Ischia come nel resto d’Italia fu la fame, ma anche la grande solidarietà tra le persone, «quello del cibo – racconta ancora l’avv. D’Ambra – era un problema enorme. Se mi chiedi cosa ho sofferto di più nella vita, ti rispondo che  è stata proprio la fame. Mia madre, che era vedova, si vendette tutti i gioielli poco alla volta per darci da mangiare. Una cosa terribile, spaventosa, inimmaginabile. Abbiamo iniziato a mangiare quando vennero gli Americani. Venivano gli ufficiali ogni 15 giorni. Mentre al nord,  la guerra proseguiva,  loro venivano per le ferie fermandosi soprattutto a Casamicciola dove occuparono parecchi alberghi. 

Noi andavamo con i nostri genitori a fare il baratto. Loro ci davano la carne e noi le uova fresche. Una scatoletta di  carne beef  valeva  2 uova». Lì,  dove ancora oggi c’è la fontana adiacente il bar Maria, durante il dopoguerra,  si svolgeva il contrabbando; i contadini adagiavano su degli stracci riposti sulla strada delle castagne peste e altri prodotti poveri, e poi c’era il pane che non si vendeva a kg ma a fettine. «La parte più eclatante della nostra liberazione furono le 4 giornate di Napoli. E furono almeno 3 gli ischitani che vi parteciparono Rocco D’Ambra, Nicola Monti e Mario Onorato», fu allora che la città partenopea si liberò dalle forze armate tedesche e fu solo grazie al valore e al coraggio di civili ormai esasperati dalla guerra. C’è anche un’altra storia di quel periodo che passa, e si ferma tragicamente, qui sull’isola. È quella di Gino Lucetti un anarchico, antifascita italiano, che compì un attentato nei confronti di Benito Mussolini. Era l’11 settembre del 1926 quando Lucetti si appostò sul piazzale di Porta Pia a Roma e lanciò una bomba contro l’auto, una Lancia Lambda Coupé de ville, che trasportava Mussolini nel consueto tragitto da casa a Palazzo Chigi. La bomba rimbalzò sul bordo superiore del finestrino posteriore destro dell’automobile e, qualche secondo dopo, esplose a terra ferendo otto passanti e lasciando illeso l’obbiettivo. Immobilizzato da un passante fu raggiunto dalla polizia che lo condannò a 30 anni di carcere. Liberato dagli alleati da poco giunti a Napoli, era il ’43, Lucetti alloggiò proprio sull’ isola d’Ischia e qui vi morì nei pressi della Pagoda al porto. Con lui c’era l’ischitano Francesco Buono, studente diciassettenne alla Nunziatella di Napoli. Furono uccisi dallo stesso colpo di cannone. «Cosa significa libertà? – ci risponde alla fine l’avv. D’Ambra – Libertà di scelta, libertà di andare al cinema. Prima non si poteva fare un colloquio come il nostro. All’epoca, se non di nascosto, non si poteva parlare di cose libere ma solo di quello che ti imponeva il potere». “L’arrivo dell’alba iniziò a diradare l’incubo che si era impadronito di tutti noi. Cominciammo a sentire un vociare concitato e rumori di soldati e volontari che subito erano intervenuti per estrarre i morti e i feriti da sotto le macerie. Tanti esempi di disinteressata abnegazione si potrebbero enumerare, ma anche segnalare qualche sciacallo che, approfittando dell’occasione, nascose un qualche oggetto di valore nelle tasche. Intanto il cortile della Chiesa di San Vito era stato adibito a deposito provvisorio delle salme che man mano venivano estratte dalle macerie. Erano tutte irriconoscibili, coperte interamente di polvere bianca, sembravano più calchi di mummie pompeiane che corpi umani. Dopo aver preso visione della tragica situazione ci fu un fuggi,  fuggi generale. La paura di nuovi bombardamenti aveva costretto tutti alla fuga”

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