LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Essere Stati Generali e scoprirsi caporali»

È il paradosso di quest’isola, cui si aggiunge l’incapacità spesso di rendersi conto delle cose, di come stanno realmente, di come procedono e in quale direzione andranno ovvero la loro possibile maturazione in effetti e conseguenze. Se può essere meraviglioso non pensare al futuro, proprio per evitarci l’ansia ogni volta che si ammette a noi stessi la mancanza di strumenti idonei per affrontarlo, tutto ciò, non limitandoci soltanto a questo, rappresenta uno degli inestimabili disvalori di Ischia. Galleggiamo in una bolla di ovvietà, uno “stato” d’illusione ottica diffusa, di cui ci nutriamo, che è possibile notare nella sua consueta immediatezza per esempio quando (ci) parliamo (addosso) di Ischia, al popolo di Ischia o almeno a quei molti che sono disposti a leggere solo di tramonti e aperitivi, di raggi verde e gamma, di spiagge e alberghi affollati, di “va bene, stanno arrivando i turisti: siamo salvi”.

Sfumature che consentono la riproduzione di un disegno, sì, bello ma, anche tremendamente fuori linea, sfasato dalla realtà, surreale. Ecco che allora, in questa (sub) dimensione, artificiale, mediata, rappresentata in modo mediocre, la politica – a volte altrettanto mediocre – a ogni livello, evita di aggredire ciò che potrebbe lederla pure nei suoi interessi, e si limita a esprimere in una lingua in parte comprensibile a tutti i suoi “faremo”, “diremo”, “ascolteremo” e via discorrendo. Insomma, finché morte (economica) non sopraggiunga, va tutto bene. Poi c’è chi, in certe occasioni particolari, si riscopre solidale con coloro che si trovano in situazioni di necessità, e non c’è niente di male sia chiaro. Prendiamo ad esempio i lavoratori stagionali e i problemi che stringono la categoria nella morsa di una stagione precaria che dura da anni. Alla manifestazione al fianco degli attori della protesta, ossia i lavoratori, al Polifunzionale hanno partecipato vari sindaci di Ischia. Oppure, un altro esempio. Nella lettera indirizzata agli (im)prenditori, lì invita caldamente –e non stiamo parlando dell’ultimo arrivato ma del Vescovo di Ischia – ad assumersi la responsabilità del proprio ruolo.

Questo è uno dei passaggi della missiva che colpisce: «Certo, è innanzitutto la politica che deve fare la sua parte; spetta infatti in primo luogo ad essa intervenire, pianificando programmi di vero sviluppo integrale e azioni di natura economica che pongano al primo posto la dignità di ogni persona umana e il bene comune. Per questo è senza dubbio importante che tutti ci diamo da fare per stimolare e, se fosse necessario, anche pungolare quanti hanno responsabilità politiche e di governo – a incominciare dagli amministratori locali – perché si adoperino fattivamente in favore del bene comune. Non possiamo però limitarci a spronare la classe politica e a svolgere su di essa un ruolo di continua vigilanza». Ed ancora «Tanto ti è stato dato e tanto hai ricevuto. Ora si tratta di restituire quanto hai preso: dagli altri, dalla terra, da Dio. Almeno in parte hai la possibilità di restituire e di sdebitarti di quanto a tua volta hai ottenuto. Riaprire l’attività, è un atto di riparazione: non sempre è stato promosso un lavoro equo, rispettoso della dignità delle persone e solidale; a volte, nella gestione dell’attività, forse, le leggi del mercato e del profitto hanno avuto la meglio a discapito delle esigenze dei lavoratori. Ora ci è data la possibilità di riparare; di realizzare cioè, concretamente, anche per la tua azienda una vera opera di ri-conversione». Sembra proprio che di tale “stato di cose”, dei problemi che soffocano da cicli annuali le stagioni della durata di sei mesi, c’è chi stia prendendo coscienza solo adesso. Portati alla luce dall’emergenza sanitaria, si ha l’impressione che soltanto in questo periodo si stia prendendo coscienza della provvisorietà dei rapporti di lavoro e dello sfruttamento del lavoro ai danni di chi, da anni, invece si dedica all’azienda come al sostenimento del tessuto economico dell’isola.

Tra manifestazioni, lettere, dichiarazioni – che poi bisogna vedere quanto sortiranno effetti – non sembra ci sia stato nessuno ad alzare la voce sulle condizioni di sfruttamento del lavoro se non in termini di “dolcezza” verso gli imprenditori. Qualche tempo fa proposi a Federalberghi, in altre parole alla sua nuova direzione, di adottare un protocollo di tutela, con centro la questione del lavoro, usato, abusato, depauperato, della dignità delle persone e del loro riconoscimento quali pilastri necessari per le aziende cui dover riconoscere il giusto, da parte degli imprenditori, per l’attività prestata. Straordinario, permessi, l’impegno e tutto quanto di norma è omesso come non necessario, è in questo periodo che deve trovare tutela anche attraverso le persone di buona volontà che, sempre meno, sono disponibili ad alzare la testa per verificare se nella comunità isolana esistono le condizioni minime di tenuta e a che punto è il risultato di efficacia del funzionamento delle relazioni che, se positive sarebbe meglio, potrebbero avere ricadute sulle vite di molti. Ma oltre si vede poco. Non c’è un sussulto, nessuno che sia capace di dire “basta, da oggi in poi si fa così”. Nessuno che sia in grado di assottigliare quel bacino d’ignoranza che porta ad accettare il lavoro, sottopagato, ed adeguarsi a condizioni che nel tempo sono divenute la normalità. Non vi siete rotti un po’ le scatole?

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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