LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Tutto si tiene come i Bravi e Don Rodrigo ma così è destinato a disintegrarsi»

L’attore Pietro Castellitto, recentemente ha detto che «Roma nord, per chi ci è cresciuto, rappresenta il Vietnam». Sebastiano Caputo, fondatore con Lorenzo Vitelli e direttore del giornale on line “L’intellettuale dissidente” che negli ultimi giorni ha chiuso i battenti dopo dieci anni (per chi lo seguisse, quasi certamente ci troviamo dinanzi a una metamorfosi “culturale” del giornale che da bruco navigato vuole diventare finalmente farfalla e volare in un contesto, il mondo dopo tutto, che è cambiato), in un’intervista di commiato rilasciata a Francesco Melchionda quattro giorni fa sui canali social, alla domanda se non fosse il caso di dire che il suo amico Castellitto avesse detto una grossa sciocchezza, ha risposto deciso.

Sebastiano Caputo, fondatore con Lorenzo Vitelli e direttore del giornale on line “L’intellettuale dissidente” che negli ultimi giorni ha chiuso i battenti dopo dieci anni (per chi lo seguisse, quasi certamente ci troviamo dinanzi a una metamorfosi “culturale” del giornale che da bruco navigato vuole diventare finalmente farfalla e volare in un contesto, il mondo dopo tutto, che è cambiato e continua a trasformarsi), in un’intervista di commiato rilasciata a Francesco Melchionda quattro giorni fa sui canali social, alla domanda se non fosse il caso di dire che il suo amico Castellitto avesse detto una grossa sciocchezza, ha risposto determinato

«Quella frase – ha detto Caputo – è stata estrapolata da una frase molto più complessa come del resto lo è Pietro Castellitto come tutte le persone intelligenti, si tratta anche di una provocazione da un lato, dall’altro di un’esagerazione, di un’iperbole. Per cui non può nemmeno essere giudicata per com’è stata detta. Se la giudico come una provocazione e come un’iperbole mi trova abbastanza d’accordo, nel senso che non sapendo io che cosa sia il Vietnam – poiché non ero ancora nato – ma avendo viaggiato spesso in Medio Oriente (Siria, Iraq, recentemente l’Afghanistan) forse ciò che ha voluto dire Pietro – per come lo interpreto io – è che quando c’è una guerra esiste un’autorità, c’è un nemico ed esiste una violenza che è fisica, ed è primordiale. A Roma nord, invece, non c’è una violenza fisica, non c’è una vera e propria autorità, non c’è un nemico, però c’è una violenza che è simbolica. Questa violenza simbolica ti porta ad avere altri problemi, la frustrazione per esempio, l’invidia che ti divora nel tempo e soprattutto senti di lottare contro qualcosa che non ha un volto. Per cui, sì, è una bella iperbole». Melchionda l’ha incalzato: «da che cosa è rappresentata questa violenza simbolica?» e Caputo, senza batter ciglio ha offerto uno spaccato, probabilmente senza saperlo, del nostro micro universo isolano: «beh, dalla mediocrità del potere, l’ipocrisia delle relazioni e il fatto che tutto viene realizzato per interesse e opportunismo, non c’è mai la gratuità totale, non c’è mai il dono come valore supremo. Per cui questo fa si che va avanti chi è più furbo e più scaltro, non sempre chi è più bravo. Però bisogna anche dire che la scaltrezza e la furbizia possono essere difetti ma anche dei pregi, però non sempre vengono portati avanti dai migliori».

Ischia come il Vietnam? A ben guardare la riposta non può che essere affermativa. Questo micro mondo isolato si riproduce e auto produce. Potremmo dire che è parte integrante di un processo continuo di gemmazione. Non si fanno perciò sconti alla politica sempre pronta a correr dietro al proprio tornaconto (voti e consenso innanzitutto secondo due principi – panem et circenses e divide et impera – che si traducono nella loro applicazione). Incapace di prevedere, programmare e anticipare. Non ci voleva un premio Nobel per capire che l’hub vaccinale di Ischia, da solo, in quelle condizioni e modalità, avrebbe procurato lamentele e aumentato le criticità. Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia. Neppure però si può lasciar fuori il giornalismo locale, spesso affascinato da una dose massiccia di pigrizia mentale la quale, a sua volta, genera notevoli resistenze al pensare alternativo e non favorisce – come ebbi modo di dire qualche tempo fa – la crescita culturale della società. Anzi la “stampa”, la chiude in un circolo vizioso che non evolve. E se non evolve la scrittura insieme a un modo diverso di guardare le cose, specie in chi ha la responsabilità di riportare e raccontare spaccati della realtà e magari di criticarli, per diretta conseguenza non migliora neppure la società che diviene per questo roccaforte da difendere, non si apre. Essendo un’isola qualcuno potrebbe dire che si tratta di una caratteristica dei luoghi delimitati che per loro natura fanno fatica o addirittura creano ostilità al “diverso” (inteso pure nel significato di differente modo di ragionare), perché costringe al confronto, a fare i conti con se stessi, a chiedersi se si sta facendo bene e, se no, come poter migliorare. Ecco, la società isolana non si raffronta né con l’esterno e il più delle volte neppure con se stessa, andando alla continua ricerca di approvazione sublimandola nei programmi alla tv (salvo poi criticarli).

Melchionda l’ha incalzato: «da che cosa è rappresentata questa violenza simbolica?» e Caputo, senza batter ciglio ha risposto offrendo uno spaccato, probabilmente senza saperlo, del nostro micro universo isolano: «beh, dalla mediocrità del potere, l’ipocrisia delle relazioni e il fatto che tutto viene realizzato per interesse e opportunismo, non c’è mai la gratuità totale, non c’è mai il dono come valore supremo. Per cui questo fa si che va avanti chi è più furbo e più scaltro, non sempre chi è più bravo. Però bisogna anche dire che la scaltrezza e la furbizia possono essere difetti ma anche dei pregi, però non sempre vengono portati avanti dai migliori». Ischia come il Vietnam? Forse a ben guardare la riposta non può che essere affermativa

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Ischia con i suoi clan fondati su relazioni che escludono il “diverso”, anche se potrebbe essere un valore aggiunto, con le sue lotte tribali in cui ogni tribù locale d’intellettuali, politici, imprenditori, giornalisti, avvocati e via discorrendo da un lato tenta di affermarsi sull’altra a ogni livello serrando i propri confini per evitare di contaminarsi e tutelando così interessi di vario tipo, dall’altro presentando la sua migliore attitudine cioè lasciare tutto così com’è, sostiene quella violenza simbolica di cui accenna Caputo. Insomma è il Vietnam. O forse è una Roma nord col Sole d’estate con la quale verosimilmente condivide le stesse dinamiche puzzolenti, come può essere maleodorante l’immaturità di chi prosegue ad applicare forze esclusive che estromettono chi non fosse d’accordo con i giochi carsici del potere. Il quale, per sua natura, è abituato a tenere lo status quo per non perdere posizioni. Il potere, in termini di chiusura. Può essere rappresentato dalla mancanza di dibattiti e confronti pubblici. Oppure si potrebbe partire dalla divisione amministrativa che elimina qualunque unità d’intenti dei sei Comuni su problemi condivisi e si sostanzia, tra i centinaia di esempi, nel rigetto del Patto per lo Sviluppo dell’isola d’Ischia, fino ad arrivare a circoscrivere un festival di qualunque tipo [eccezion fatta per quello di Filosofia], a non finalizzarlo al coinvolgimento, nutrendo per converso la segregazione nel proprio confino che porta a guardare “l’altro” come un competitor da sopprimere e il territorio all’involuzione che perciò produce poco, anzi consumandolo. Il discorso può estendersi facilmente ai rapporti sociali. Ischia è una clessidra. La sabbia e il tempo sembrano fermi ma scorrono sotto lo sguardo disattento dell’opinione pubblica arrotolata nella sua indifferenza ma favorevole ad accogliere solo ciò che le fa comodo, rifiutando le analisi, quando ci sono o si ha la fortuna di leggerne, perché richiederebbero troppo tempo di lettura, elaborazione e riflessione.

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Il potere, in termini di chiusura, può essere rappresentato dalla mancanza di dibattiti e confronti pubblici. Oppure partendo dalla divisione amministrativa che elimina qualunque unità d’intenti dei sei Comuni su problemi condivisi e che si sostanzia, per esempio, nel rigetto del Patto per lo Sviluppo dell’isola d’Ischia, fino ad arrivare a circoscrivere un festival di qualunque tipo, a non finalizzarlo al coinvolgimento nutrendo per converso la segregazione nel proprio confino che porta a guardare “l’altro” come un competitor da sopprimere e il territorio all’involuzione che perciò produce poco, anzi lo consuma. Il discorso può ampliarsi benissimo ai rapporti sociali

A qualcuno tutto ciò potrebbe sembrare solo una semplice immaginazione, qualcosa che non esiste. L’invito a rifletterci resta e se è arrivato fin qua, magari qualcosa potrebbe accadere. Franco Borgogna, nel suo precedente intervento “Ischia e il DaDoM” e nell’ultimo “Il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno”, senza contare gli altri precedenti, ha messo in evidenza una serie di contrapposizioni che nella società isolana ne producono altre a cascata. Come per gli altri, non ha ricevuto né una “risposta pubblica” né un commento, nemmeno sul social dopo la pubblicazione del suo editoriale, per dire. Il compianto Mizar per anni ha cercato di stimolare il dibattito sui temi più diversi, riguardo alla sostenibilità ambientale ad esempio o per la tutela della bellezza. Anche lui, per anni, è stato segregato nel limbo della violenza “simbolica” e i suoi “tentativi” erano spesso snobbati e accusati di essere “visionari”. È il Vietnam, l’Italia, Roma nord o Ischia? Poco importa. Ciò che conta è l’ironia di una sorte che impone una domanda cardine: siamo una comunità e di che tipo? Qualcuno l’ha capito o è pronto a iniziare un processo di autocritica non solo formale ma sostanziale? Tra i guai, forse, c’è che ognuno vuole sentirsi dire “bravo” dagli altri pure se non sa fare le cose o soltanto perché ha detto di volerle realizzare. Allo stesso modo resta indisponibile a riconoscere o ad ammettere la “bravura” altrui che non sia lui stesso perché potrebbe giocarsi il palcoscenico. In questo gioco di “Bravi” si cela la forza dei vari Don Rodrigo a qualsiasi livello, nascondendone la debolezza. Spoiler. Da “I Promessi Sposi” però sappiamo come andrà a finire. Alla fine lui muore.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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