LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Villa Mercede: un deficit isolano. E la colpa è nostra»

Se Villa Mercede fosse una pagina di storia isolana, con le omissioni e l’inazione degli attori politici e istituzionali cui si aggiunge l’incapacità di trovare soluzioni durevoli per non limitarle a tre mesi – come accade in Italia, e Ischia perciò non ne è esclusa – sarebbe comunque una brutta pagina. Benché esista la forza caparbia e l’opposizione delle persone che ci lavorano e oggi attraverso presidi senza termine combattono per i propri diritti per affermare la tutela della dignità di essere umani, non è una bella storia. Negli ultimi sette mesi hanno garantito la loro presenza silenziosa ed hanno consentito continuasse il servizio per la collettività.

Non è però semplice riuscire a guardare oltre un presente precario fatto di una marmellata di cose, mescolata ad andazzi istituzionali, all’assenza incisiva della politica e del potere di chi la amministra in ogni sua forma. Ai bisogni non rispettati né dalla Regione, né dall’ASL e dai suoi direttori che guardano i 37 chilometri di Ischia d’amore e d’accordo con la lente personalissima e deformata, né da cooperative con finalità palesi o no. Maria Grazia Di Scala ha chiesto una riunione. Ha sollecitato la presenza dei sei sindaci. Probabilmente si terrà nel municipio di Lacco Ameno. Pure se in quell’occasione i dipendenti percepissero tre o la totalità delle mensilità che aspettano da mesi dopo aver garantito il mantenimento delle condizioni minime ed evitato la chiusura, Villa Mercede sarebbe comunque un brutto racconto. La fotografia della nostra storia, in sintesi. Di quello che siamo diventati, della perdita di sostanza che ci qualifica come “cittadini” mentre sogniamo, illudendoci, di essere migliori rispetto al passato. Ci dice di quanto siamo superficiali e quanto ancora poco valga informarsi, leggere, indignarsi, se a queste manca la pratica quotidiana. Ci dice del territorio e dei problemi che lo affliggono. Complice la nostra pochezza, escludendo chi è alla ricerca di uno sbocco possibile in qualunque modo, diventano fratture difficilmente recuperabili. L’invito ai sindaci e al mondo imprenditoriale per costituire una cooperativa “made in Ischia” finalizzata alla gestione del ricovero, avanzata da Aldo Presutti – che ha costituito un movimento per tentare un colpo di coda e la rinascita di Ischia – pare sia stato snobbato.

Proprio da chi dovrebbe far leva attraverso l’azione amministrativa e risanare, pure con gli imprenditori, le facce dell’isola per riabilitarle a condizioni sufficienti di vivibilità. Non c’è stato un dibattito pubblico sulle proposte. Ci sono persone che si chiedono quanto ancora durerà questo decadimento, vuoto di etica e coscienza civile che si allarga a macchia d’olio. Sì, ci sono ma ancora poche. Le stesse che si preoccupano di ciò che accadrà a Ischia, ancora senza un piano di organizzazione, a settembre, a causa della chiusura dell’inceneritore che ha sede ad Acerra. Gli altri, la maggior parte, invece, sono soggiogati dalla grande dimensione della pigrizia, dalle cattive abitudini, in cui trova posto l’indifferenza. Se poi è il disinteresse ciò che brilla nella classe politica e dirigente di oggi – posto che ve ne sia mai stata una o l’altra – lo sconforto trova una posizione comoda di ristoro all’ombra della convinzione che si sta facendo l’impossibile per cucirne gli strappi. Il film dell’attesa infinita, intanto, scorre. Continua a procedere davanti occhi inerti e passivi di sindaci e amministratori e forse in questo, solo per questo, si ritrovano nell’unione tra comuni. Dovremmo essere arrabbiati, coinvolti da una rabbia fredda e lucida capace di accendere il detonatore del cambiamento. E invece non accade nulla, proprio nulla. E non lo facciamo accadere. Abbiamo perso il rispetto per la terra. Il verde lo abbiamo eroso un poco alla volta senza occuparcene con responsabilità. La sanità, per la quale c’è chi è solerte a trovare la scusa che sia di competenza regionale ricercando solo lo status d’isola disagiata, e l’attenzione per gli animali – che ci crediate o no anche questo è un indice della nostra inciviltà – ci propongono da moltissimo tempo il loro segno negativo. Una “signora” nei giorni scorsi ha cercato di bruciare un cane e nel frattempo continua l’assenza di ristori e aiuti “comunali” a persone o associazioni che si occupano degli amici a quattro zampe. Abbiamo lasciato che avanzasse il metallo delle auto e i guardiani dei comuni non sono stati capaci di opporsi all’invasione con l’azione, e la pretesa, di fare il bene della collettività con posizioni nette, precise e condivise tra loro. È mancato il coraggio di fare scelte, e continua a scarseggiare. Nessuno dei sei amministratori è capace di guardarsi allo specchio, ammettere i propri limiti – che corrispondono al comune che governano- e chiedere aiuto alla società. O almeno a quella parte che in attesa non vuole proprio starci perché significherebbe morire. Quella che è disponibile a costruire barricate con presidi civili e silenziosi. In grado di urlare che le cose non funzionano e sono in caduta libera, senza controllo. Solo così potremmo evitare di precipitare in perenne attesa come adesso. Bloccati e sospesi nell’illusione di guardare scorci e panorami ne “L’amica geniale” o in altri film di grido internazionale mentre ci battiamo il petto, in uno scatto e riscatto di orgoglio, solo perché i giornali stranieri, come in questi giorni New York Times e Wall Street Journal, parlano di Ischia che è meglio di Capri. Forse nessuno si è chiesto il reale motivo o il perché gli articoli siano arrivati o chi potrebbe averli “commissionati”. Siamo disponibili a credere qualunque cosa, l’importante è che sia in grado di confermare l’idea che abbiamo di Ischia. Un’idea. Che siamo i migliori del mondo e se non lo dice nessuno lo ripetiamo da soli a noi stessi pur di evitare la responsabilità delle azioni e delle inerzie. Invece è dalle persone di Villa Mercede, dal loro esempio, che dovremmo cominciare a prendere il toro per le corna. Combattono per la difesa di ciò che gli spetta, certo. Per la decenza e per non perdere lo status di “persona”. Non lottano solo per loro stessi. Si scontrano con l’indifferenza di una comunità sorda e cieca quale siamo. Lottano, per il ripristino della giustizia. Per trasmettere alle coscienze il messaggio che un forte impulso riformatore è possibile e diventare finalmente un paese verde, simbolo di speranza e rinascita, è una potenzialità alla nostra portata. E per raggiungerla va abbandonata l’idea assurda che esista una garanzia, una fortuna che spontaneamente ci risolve i problemi pure se siamo al mare, in vacanza, a fare il bagno.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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