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Clementina Petroni si racconta, «del Castello Aragonese conosco ogni singola pietra»

 

Di Isabela Puca

Ischia –  «Conobbi Antonio nel ’77 , a marzo prossimo sono 40 anni. Avevo terminato la ragioneria, e lasciato il lavoro dal notaio Biondi. Dopo che ero tornata da  Milano dove avevo lavorato in uno studio di arte grafica iniziai a cercare lavoro qui sull’isola. I miei genitori erano già morti e io volevo sentirmi indipendente. Mio fratello Peperone chiese a Massimo Ielasi che mi mandò sul al Castello da Antonio. Lui mi conosceva già, io, invece, no». Mentre parla del primo incontro con il suo Antonio, gli occhi di Clementina Petroni sono colmi di luce, quella di chi dopo 40 anni ancora ricorda l’emozione di un amore senza fine. Clementina ci ha accolto in una mattina di inizio giugno al bar di levante del Castello Aragonese, la sua casa, dove vive con suo figlio Giovanni che dalla morte del papà si occupa della gestione della parte di Levante del Castello Aragonese. Clementina è bel conosciuta dagli isolani, soprattutto per le sue battaglie intraprese per la difesa dei deboli. Quando 20 anni fa Telese e Boccanfuso chiusero Ischia Ponte al traffico si schierò al fianco di tutti i residenti per far sì che almeno loro potessero transitare nel borgo, scrivendo articoli di giornale e andando spesso in televisione. «Mi ritengo cittadina del mondo, se difendo una causa giusta per me, lo faccio per tutti». Fu sua sorella Rita ad accompagnarla per la prima volta su al Castello dove Clementina non trovò solo il lavoro, ma anche l’amore della sua vita. «Antonio era seduto qui, su questa sedia;  è sempre stato il suo posto. Appena ci vide si alzò in piedi, ci venne incontro e mi disse “diamoci del tu”. Ci offrì un cappuccino, io prendevo sempre quello. Ricordo che lo fece fare due o tre volte, ma non era mai soddisfatto. Dissi che per me non c’erano problemi, ma volle farlo lui personalmente ed era schiumosissimo». Antonio e ClementinaDa quel giorno Clementina iniziò a lavorare alla cassa di quel bar, ma da donna dinamica che è ancora oggi non stava ferma un attimo, aiutava in cucina e in sala prendendo subito a cuore quel luogo. «Ho sempre fatto gli interessi di Antonio e per questo sono stata nemica di molti. Ricordo che un giorno mi disse “io non faccio una vita mondana, siamo sempre qui, si lavora, la vita al castello non è semplice” e mi chiese se era giusto che io continuassi a stare con lui. Gli risposi che vedevo molti avvoltoi intorno a lui, ma si sapeva difendere bene». Da allora la vita di Clementina iniziò a scorrere su al Castello Aragonese, del quale conosce ogni singola pietra. «Antonio mi faceva tante fotografie, era bravo, aveva la camera oscura e un giorno mi fece vedere la tecnica. Lì ho sentito il suo contatto sulle mani ed è stato un momento magico. Al buio della camera oscura mi doveva insegnare la tecnica, mi sfiorò la mano e li è scoppiata la scintilla». Fu sempre grazie ad Antonio che Clementina conobbe una delle sue grandi passioni: l’arte, «aveva un studio pittorico con il forno per la ceramica, volle che decorassi un piatto e subito gli piacque il mio disegno. Da lì nacque la mia passione, mi spinse a continuare per la mia bravura e per la mia fantasia a  passare dalla ceramica alla tela. Mi comprò lui tela e pennello e mi spinse a dipingere». Tra loro, ci dice Clementina, c’erano più di 24 anni di differenza, ma si sa: l’amore non ha età e, infatti, mai sentirono questa distanza. «Ogni domenica andavamo da qualche parte; amava girare con me per borghi antichi, cellai. Era felice come un bambino perché da tempo non girava l’isola così. Eravamo felici, aveva 50 anni e iniziò a vivere l’isola come un ragazzino che si lasciava condurre da me». Nelle fantasie di Clementina bambina c’era  quella di vivere in un luogo fatto di sole pietre e a 25 anni, in maniera del tutto casuale e spontanea, riuscì a realizzare questo piccolo sogno. «22 anni fa, nel ’94, è nato Giovanni. Antonio era al settimo cielo, aveva 68 anni io 43, eravamo felicissimi di questa cosa anche se Antonio era molto impegnato sul piano legale e non era molto sereno. Ci lavorava di notte, aveva talento». La vita di Clementina e Giovanni cambiò con la morte di Antonio avvenuta  3 anni fa. «Era il novembre del 2013, pochi mesi prima, ad aprile, c’era stato l’incendio del pub; sono sicura che per lui è stato un colpo durissimo. Somatizzava ogni cosa, teneva tutto dentro. Ci teneva il suo mondo lì dentro,  barche e ancore antiche, e tutto ciò che esisteva quando c’era il pub. È andato tutto in cenere». All’epoca Giovanni aveva solo 19 anni e, terminata la scuola ha iniziato a dedicarsi alla cura del Castello. «Giovanni è un ragazzo molto scrupoloso nel fare le cose, è molto sensibile e intelligente, ma è giovane e come mamma gli vorrei fare da guida anche se spesso ci sono persone che vogliono mettere i bastoni tra le ruote affiche io non dia consigli per far migliorare questo bene al massimo». 20160602_112201Dopo 40 anni di vita su al Castello, Clementina conosce ormai ogni pietra e ogni angolo a memoria e vorrebbe che quel bene venisse valorizzato al massimo, «sto cercando di far capire  a mio figlio come valorizzare al meglio gli spazi, come dare valore a ogni singola pietra. Ogni elemento architettonico va messo in evidenza, eliminando le erbacce, gli arbusti infestanti. Dal lato di levante sono 40 mila metri, è uno spazio molto ampio». In quella parte del Castello che affaccia su Capri, Sorrento oltre al carcere Borbonico e alle guarnigioni militari vi erano, infatti, alcune dimore storiche come quelle dei Cossa, dei Lanfreschi e dei Calosirto, andate però distrutte con i bombardamenti degli inglesi. «Vorrei che Giovanni mettesse in luce questi aspetti, credo sia indispensabile. Questo luogo è materialmente bellissimo, ma c’è un’emozione per tutti quelli che arrivano qui. 20160602_115802Deve sì dare importanza alla materia, ma anche all’anima del luogo». Clementina, da mamma, ha firmato delle regole di vita dirette al figlio dove ha più volte sottolineato l’importanza dell’energia trasmessa da un luogo storico come il castello. «Vorrei mettere il biglietto per tutti gli isolani al costo di 5 euro così da incentivarli a visitare il Castello ogni qualvolta vogliono, oppure valorizzare le carceri borboniche con della musica di sottofondo. Aggiungere panchine lungo il percorso e ripulire gli ambienti esterni dalle erbacce. Giovanni deve ancora maturare in lui quest’approccio con questo bene storico, spero che man mano che cresca anche con il mio ausilio riesca ad andare per la sua strada senza farsi lasciare influenzare da chi fomenta guerre».

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