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LE OPINIONI

IL COMMENTO Gente di poca fede

Ci attende un anno particolarmente difficile e l’isola ha un solo modo di affrontarlo con qualche probabilità di successo: rafforzando la propria coesione sociale. E come può farlo? Della necessità di unificare i Comuni o, nel breve, di sforzarsi di agire, quanto più è possibile, in comunione d’intenti tra i sei Comuni ne abbiamo parlato e continueremo a parlarne. Abbiamo anche, più e più volte, sottolineato la necessità di accorciare le distanze economiche, assicurando una più equa protezione dei lavoratori dipendenti, in particolare quelli stagionali. C’è un terzo aspetto, molto importante, che però rimane – fin qui – in penombra: il progressivo affievolimento del sentimento religioso (cosa che – ovviamente – non riguarda solo Ischia, ma che per Ischia è particolarmente grave, in quanto isola dalla solida tradizione cattolica. A tal proposito, sono convinto che il libro di storia locale, a cui sta lavorando Benedetto Valentino, con la pubblicazione di documenti inediti, lo testimonierà ancora di più). Discorso differente va fatto per la consorella Procida, a proposito della quale segnaliamo un interessante libro di Giovanni Romeo, storico della Federico II di Napoli: “L’isola ribelle. Procida nelle tempeste della Controriforma”. L’isola di Graziella, a differenza di Ischia, è sempre stata “non conforme”, un po’ ribelle e lo è tuttora. Con una capacità di muoversi in anticipo e in autonomia di pensiero ed azione che Ischia non ha storicamente avuto e non ha. Romeo ha sottolineato come, a oltre un secolo dal Concilio di Trento, Procida – da un punto di vista della sessualità – contravvenendo alle regole correnti, aveva innumerevoli coppie di “conviventi”, con unioni non formalizzate e sacramentate. Naturalmente ciò destò la reazione della Chiesa ufficiale e nel 1625 la Curia di Napoli intimò a trenta coppie di conviventi di separarsi, pena scomunica. Ma ancora nel 1693, solo 36 coppie su 70 regolarizzarono la loro posizione. Secondo Romeo, questa anomalia discendeva storicamente dal privilegio dell’extraterritorialità di cui Procida aveva goduto nel Quattrocento e nel Cinquecento. L’isola non dipendeva da nessun Vescovo (nullius Diocesis) e gli abati di San Michele Arcangelo rispondevano direttamente al Papa. Solo dopo la morte di Innico d’Avalos, Procida fu inquadrata nella Diocesi di Napoli. Nel Settecento, il sesso fu considerato, da molti, come il mezzo per raggiungere la perfezione spirituale. Stando così le cose, l’affievolimento della religione che, naturalmente, si registra anche a Procida, su di essa ha un impatto diverso. Procida è più pronta a “compattarsi” su valori alternativi e sostitutivi. Ischia, invece, abituata ad avere un proprio Vescovo, rischia – con l’ipotesi che venga accorpata ad altra Diocesi, di vedere sbriciolato quel po’ di collante che ancora tiene insieme la comunità cattolica.

Ma veniamo ad elencare alcuni dati generali che illustrano plasticamente la decadenza religiosa in Italia. C’è, in proposito, un saggio del sociologo Franco Garelli: “Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio”, libro molto apprezzato dalla stessa Chiesa Cattolica che ha voluto premiare, con 100 mila euro, i ricercatori che vi hanno contribuito. La conclusione dell’indagine dice che, nell’ultimo quarto di secolo, solo 75 cittadini su 100 credono nell’esistenza di un “essere superiore”; che, di questi, solo 65 sono convinti che la religione aiuti a trovare un senso all’esistenza; solo 22 frequentano regolarmente la messa alla domenica; 23 persone su 100 sono convinte che la fede riguarda i soggetti più sprovveduti. Negli ultimi 25 anni, i non credenti sono cresciuti del 30%. Il grande Cardinale Martini distingueva i cristiani in 4 gruppi: della linfa, del tronco, della corteccia, del muschio. La linfa (credenti convinti e attivi) raggiunge il 22%; il tronco (attivi a corrente alternata) rappresenta il 30%; la corteccia (ossequiosi solo per tradizione e abitudine familiare) il 44%; il muschio (credenti solo per alcuni aspetti della religione) il 4%. Altro dato interessante è che la quota più alta di agnostici e atei si registra nella fascia di età che va dai 18 ai 34 anni, quasi il 30%, per cui – in proiezione – la fede scemerà ulteriormente. I matrimoni con rito religioso si situano al 50%, mentre negli anni ’90 raggiungevano l’80%. In queste condizioni e con l’aggravamento della indubbia lotta intestina fra parrocchie, la Chiesa ischitana può fungere ancora da collante? Si badi bene: una cosa è l’affievolimento della fede cattolica e la perdita di credibilità del clero istituzionale, altro è una visione cristiana della vita, altro ancora la sfera della sacralità. Cresce l’ateismo e l’agnosticismo ma non diminuisce la presa dei valori cristiani e non può diminuire l’esigenza del “sacro”, avvertita da una platea umana molto più vasta di quella cattolica. E qui sconfineremmo in temi complessi di filosofia che andrebbero approfonditi in altra sede.

Comunque, parole illuminanti, in tema di “sacralità”, sono state pronunciate, in decine e decine di lectio magistralis, da Umberto Galimberti. Basti dire, qui, che per Galimberti il sacro è nato con l’uomo, è un contenitore “indifferenziato”, dove dentro c’è il male e il bene, il bello e il brutto, il benedetto e il maledetto. La ragione “fuoriesce” dal sacro, in quanto impone delle regole comportamentali utili a regolare i rapporti tra gli uomini e degli uomini con gli oggetti. Ma la ragione – dice Galimberti – non crea nulla. Il poeta che crea versi, lo fa fuoriuscendo dalla ragione, infrangendo le regole ed entrando nella sfera della sacralità. Il folle non abita la ragione, abita il sacro. La parola “sacro”, di origine indoeuropea, significa “separato” per intendere che riguarda ciò che va al di là delle umane possibilità. E quello che è grave oggi è che si fa confusione tra sfera della “ragione” e sfera del “sacro”. Prendete, ad esempio, un recente editoriale del prof. Ernesto Galli della Loggia su Il Corriere della sera, dal titolo “I grandi temi che la Chiesa ha pensato di non vedere”. In esso, della Loggia, applica i canoni della Ragione alle questioni di Fede. Dal suo punto di vista, i sintomi più evidenti della decadenza religiosa sono: “la sparizione di ogni residuo di quella che un tempo era la Cristianità intesa come fatto pubblico, cioè come connessione tra istituzioni religiose e istituzioni politiche che per secoli ha caratterizzato tutti regimi europei”. E poi ci sarebbe, come seconda causa:: “Il fatto che ormai non rimane quasi più traccia di quel compromesso cristiano-borghese instauratosi dopo la Rivoluzione francese che fino a qualche decennio fa era tipico di tutte le classi dirigenti euro-occidentali”. E questo basta a Della Loggia per concludere: “Risulta abbastanza incomprensibile come possa essere definito innovativo, progressista o addirittura rivoluzionario, papa Francesco” reo, ai suoi occhi, di non vedere questi “allentamenti” della religione e di non fare nulla per contrastare questa deriva.

E’ lo stesso errore che compie chi – a Ischia – vuole giudicare la Chiesa, la Diocesi, sulla scorta delle lotte fra parrocchie, delle dispute tra Diocesi e Comuni su certi diritti o proprietà. Per quanto riguarda i preti, Galimberti sostiene che essi stanno con un piede dentro il sacro e con uno fuori, perché alcuni loro comportamenti riguardano il profano (“profano” significa “fuori del tempio”, che è il luogo dove abita il sacro). L’intervento di Galli della Loggia è stato stroncato da un successivo intervento dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, ben noto agli ischitani. Ecco che cosa ha contestato al professore. politologo: “Nessun credente pensante, nutrito dai testi conciliari, rimpiange le stagioni dell’Inquisizione o il collateralismo politico del passato, riconoscendo anzi nella scomparsa di questi tratti un’autentica liberazione per la Chiesa impegnata nell’annuncio della buona novella”. E poi: “Circa la presunta convergenza fra borghesia e Chiesa, la cui scomparsa sarebbe un altro segno di declino del cristianesimo, mi chiedo quale fondamento essa abbia, se solo si pensa all’anticlericalismo di tanta parte della borghesia ottocentesca“. La controreplica di della Loggia disvela la vera riserva mentale di questo intellettuale che si chiede: “Ma il futuro della Chiesa è solo tra le plebi?”. Per lui, i poveri e le popolazioni dei paesi più arretrati e derelitti del mondo, non devono e non possono essere il riferimento del Papa; devono prima elevarsi alle condizioni della civiltà occidentale e poi essere degni di attenzione. A questo punto, mi chiedo, da non credente in Dio, ma da profondo credente della necessità della sacralità nell’esistenza, il sentimento religioso sta scemando per colpa delle plebi del mondo e di chi, come papa Francesco le ama, o non piuttosto per questi intellettuali nostalgici del collateralismo politico e del compromesso della Chiesa con la borghesia di stampo ottocentesco? Ha più ragione Galli della Loggia o Bruno Forte? Il Cristianesimo e i Vangeli s’incarnano in Papa Francesco e nei più deboli o nella borghesia nostalgica? Da quale parte è la “gente di poca fede”?

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