LE OPINIONI

IL COMMENTO Il gioco del potere, il cambiamento dei pazzi

di Raffaele Mirelli

Non si smette mai! Siamo continuamente alla ricerca smodata di approvazione, di affermarci, di provvedere, anche in modo ingiusto. al sostentamento delle nostre famiglie. Ossessionati come siamo dalla voglia di emergere, di distinguerci dalla massa, senza contare che, da un lato, vogliamo lasciare il segno in questa piccola esistenza, dall’altro, siamo pur consapevoli di essere “minuti” rispetto all’enorme voragine esistenziale che ci attanaglia. Del resto, ci sentiamo – proprio per questo – in diritto di sopraffare chi non appartiene alla nostra cerchia, quella della famiglia, degli amici, e il potere alimenta la mania smisurata di protagonismo. Come ci presentiamo a queste elezioni? Mi viene da dire: “Come sempre! Allo stesso modo: condizionati, vincolati e, perché no, repressi”.
Il sostanziale cambiamento che resta, è il solo ideale per i deboli, quelli che hanno poco da “barattare”. Non esistono le politiche della virtù, dell’insegnamento, della partecipazione, della comunità. Non siamo nemmeno una comunità, non abbiamo ancora imparato a esserlo e perché dovremmo adesso, alla vigilia di una possibilità.
La libertà, di cui tanto facciamo sfoggio nei discorsi pubblici, non esiste, non è possibile. La lungimiranza, ossia la prospettiva di progettare una nuova isola, terreno fertile per chi verrà, non è realizzabile. Bisogna allora piegare la testa in giù e osservare, come impiegati senza stipendio, la sfilata cittadina. Il potere – come dono da dare a una comunità che ne ha bisogno – viene inteso come oggetto personale e provoca irritazioni sempre più evidenti al nostro territorio, che avrebbe un solo e unico scopo: diventare potere della natura e della bellezza.
Ischia non ha alternative: insiste, invece, su disegni personalistici e non riesce a vedere la sola e unica possibilità concreta. L’abbandono delle consuetudini e delle abitudini è troppo difficile, per questo si ripone la speranza nei giovani. Ma come si fa a cambiare, se in questi stessi giovani si insinuano gli insegnamenti della mediocrità, quella vera, intesa come comodità di non cambiare atteggiamento, di non sognare una strada propria che si accordi anche alle esigenze di una natura che è qui la sola padrona, la sola fonte di ricchezza? Se gli esseri umani si adoperano per distruggerla, per “imbruttirla”, allora i figli che verranno, divengono solo una scusa, per arricchirsi, per arrogarsi diritti di potere, più degli altri. Esiste forse una speranza? Certo! Ma quando vogliamo farla diventare un presente? Perché soccombere al cliché di un Sud Italia attanagliato da clientele della virtù? Gli stessi quotidiani divengono espressione di una lotta intestina, di una sceneggiatura che determina “l’aria ferma”, quel ristagnare di energie, che diventano maligne, ossia di un fuoco malsano. Un fuoco che brucia tutti, per tutti.
Chi guida, vuole il diritto di guidare come vuole; chi dirige un’impresa, vuole il diritto di dirigerla come vuole; chi insegna, vuole insegnare come vuole. Insomma, la rivoluzione dipende da noi, dalla capacità reale di non rifugiarsi nei nostri piccoli microcosmi egoistici. E badate, qui non si parla di una rivoluzione insurrezionale, ma di quella interiore, di quella piccola violenza che si opera verso sé stessi, per rendere possibile la condivisione, la comunione. Che cosa pretendiamo di ottenere da questa vita? Che cosa ci fa stare bene? Ve lo siete chiesti? E quando dico “ci” fa stare bene, intendo la maggior parte di noi. Chi “ci” ha insegnato a essere infelici in un modo così ordinato? Discutendo con un mio amico nei giorni passati, abbiamo capito che la bellezza è violenta. E se Ischia è bella, allora è anche violenta. Qui la violenza diviene la prassi individuale; la violenza diviene la ferma convinzione, quella che “ci” vince e “ci” mette all’angolo. La violenza, vìola la nostra libertà, e siamo noi a permetterlo. Perché i nostri genitori non ci hanno insegnato la felicità? Perché i nostri nonni, invece, potevano? Perché sapevano di attraversare la via che porta al tramonto, che porta alla consapevolezza di una fine.
Eppure, se è vero, come affermava quel filosofo francese, che noi esseri umani siamo tutti indaffarati a dimenticare la nostra fine, perché quando ci avviciniamo a essa, abbiamo paura? Perché abbiamo paura di cambiare le cose? Proprio perché non siamo eterni, non sarebbe più logico e virtuoso cambiare gli schemi? Allora si potrebbe dire che ci sentiamo immortali, eterni, è questo il nostro cruccio. Come tali ci sentiamo in diritto di far dipendere anche il futuro – che non ci attende – dalle nostre scelte. Tra i bambini, quando gli si chiede di descrivere il proprio carattere, quelli più estroversi e inclini a rappresentare gli altri, si dicono “pazzi”. Sono quelli che hanno il coraggio di “dire” l’opposto, di andare contro corrente e ne sono felici. Io spero che siano in grado di esserlo anche in età adulta, perché i veri pazzi sanno “pazzià”. Sanno come comportarsi nel gioco e come cambiare le cose, quando nessuno è più in grado di cambiare.

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