LE OPINIONI

IL COMMENTO La scemenza uccide la democrazia

DI MICHELE ROMANO

Durante un soggiorno milanese, entrando nei luoghi dove si contempla la meravigliosa arte di Leonardo da Vinci, siamo rimasti colpiti da una espressione affissa in bacheca: “La scemenza uccide la democrazia”. Certamente vi domanderete, per quale arcano motivo? Ciò è dovuto al fatto che il contesto di tale sostantivo: limitatezza mentale o stupidità mentale, ha invaso la nostra società, parimente alle cavallette che assalgono gli ameni territori della Sardegna. Infatti, si assiste ad un enorme sciame criminoso di scempiaggine sull’intero territorio, in caduta libera verso la deriva che non considera più un valore il sapere, la ricerca del conoscere se stesso in condivisione con gli altri, anzi viene considerato un atto disdicevole. Così, siamo diventati soggetti passivi o consensienti a tale atteggiamento, supportati da un certo clamore televisivo, da una parte della carta stampata, che mantiene viva la “propria ragione sociale”, esclusivamente, come costruttrice di macchina di fango, distruttrice di tante esistenze, al silenzio tombale di tanti intellettuali e giuristi di fronte alle nefandezze della nuova classe dirigente politica, amministrativa, socio-culturale. Tutto ciò è un “unicum” della “polis micaelica”, in cui sperimentiamo la nostra quotidianità, fino alle grandi città del Nord, del Centro, del Sud, delle isole.

Certamente ogni epoca ha messo in scena una sua alta quota di tromboni, di bugiardi, di furfanti, di imbecilli, con tutti gli accadimenti orribili che stanno lì, scolpiti, in modo indelebile, nella memoria storica. Ma, oggi, tale fenomeno si presenta come un “immenso sciocchezzazio” di ferocia sociale, che straripa e sommerge le nostre meravigliose polis, il cui effetto potrebbe condurre al crollo dei ponti che regolano i flussi delle relazioni umane, civili, democratiche, tanto da farci immettere in un guado inestricabile, dove si abdica al pensare, accompagnati da un sentimento misericordioso, e si punta tutto sulla furia ed una pavonesca immagine che faranno prevalere gli elementi di crudeltà, di odio, di rancore, di gelosia, di perfidia su quelli dell’amore, della pietas, dell’armonia creativa e solidale, per cui il tessuto democratico rischia di essere espulso dalla realtà terrena.

A questo punto sorge l’interrogativo: esiste, ancora, una uscita di sicurezza che racchiude in se le motivazioni razionali, sentimentali, ideali, utopiche di lungo termine per risorgere? Da credenti della speranza riteniamo di si anche se bisogna avere il coraggio di attraversare tsunami, uragani per approdare alla bonaccia esistenziale. La stupenda capitana Carola Rackete ci offre il filo d’Arianna da seguire.

* FILOSOFO

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