LE OPINIONI

IL COMMENTO Le proteste e chi c’è dietro cosa

DI ANTIMO PUCA

Torino, 24 ottobre 2026. Un ragazzo incappucciato sale su un monumento in piazza Castello e dà fuoco a un poster di Giorgia Meloni. La piazza applaude. Qualcuno grida. Qualcuno insulta. La fotografia brucia. Giorgia Meloni, fortunatamente, no. Il fuoco, oltre a consumare la carta, sembra aver incendiato anche una certa immaginazione politica e giornalistica. Bruciare il ritratto di un governante è un gesto provocatorio, anche sgradevole per chi lo osserva. Ma non equivale, di per sé, a minacciare di bruciare il governante. E la gente applaudiva. E non erano quattro gatti. Forse sapevano che bruciare l’immagine di un politico non è reato come ha ricordato, con maggiore autorevolezza di qualsiasi commentatore televisivo, persino la Corte Europea Dei Diritti Dell’Uomo, che nel 2018 ha riconosciuto la natura di espressione politica del rogo di una fotografia dei sovrani spagnoli. Naturalmente il diritto di manifestare non autorizza a incendiare monumenti o mettere in pericolo le persone. Ma fra la critica a un gesto e la sua trasformazione in una minaccia politica esiste una differenza che sarebbe opportuno conservare. Del resto, in piazza a Torino si protestava contro il riarmo, il carovita e le politiche del governo. Ma i salari, le bollette e le spese militari hanno un grave difetto televisivo: non prendono fuoco abbastanza rapidamente. Un ritratto in fiamme, invece, fa subito notizia.
Migliaia di giovani protestano contro il governo. Denunciano corruzione, difficoltà economiche, problemi nella scuola e nell’università. Chiedono responsabilità politiche. Le proteste hanno conosciuto anche episodi di violenza, danneggiamenti e duri scontri con la polizia. Le proteste degli studenti, dei lavoratori e dei cittadini alle prese con il costo della vita hanno prodotto grandi mobilitazioni, insieme a episodi gravissimi di violenza. Bisogna distinguere fra chi protesta, chi commette violenze, chi le incoraggia e chi viene accusato di organizzarle. Quattro categorie che non diventano automaticamente una sola perché risultano più comode da pronunciare in televisione. E siamo così arrivati al punto. Un Paese attraversato da un malessere sociale reale sembra avere una straordinaria difficoltà a raccontare quel malessere senza cercargli immediatamente un padrino ideologico. I ragazzi chiedono salari dignitosi? Bisogna trovare chi li manovra. Protestano per la scuola? Ci sarà un’organizzazione estremista. Si ribellano alla corruzione? Qualcuno li avrà finanziati. E guai parlare di quelle armi che dobbiamo comprare allo zio Sam per finanziare Big Pharma! Le parole dei pescatori di Ischia e Procida giungono con la forza di un’autentica invocazione di senso, proveniente da quel microcosmo insulare che, proprio nella sua insularità, custodisce spesso una sensibilità acuta e uno sguardo limpido sulle cose del mondo. Il disagio che attraversa le piazze, segna il vissuto dei pescatori e allarga la frattura economica tra le fasce sociali, non è che il sintomo visibile di una ferita invisibile, ma profonda: la crisi del legame sociale e della speranza nel futuro. La violenza come sintomo di un vuoto di senso… La violenza giovanile e il vandalismo raramente nascono dal nulla. Essi rappresentano spesso il linguaggio estremo di chi non trova ascolto, riconoscimento o una narrazione di futuro in cui specchiarsi. Quando le famiglie sono logorate dall’ansia economica e dalla precarietà quotidiana, e quando le istituzioni educative faticano a farsi presidi di appartenenza, i giovani sperimentano un senso di sradicamento. Invocare la sola severità repressiva senza interrogarsi sulle cause primordiali equivale a curare i sintomi ignorando la patologia. La violenza nelle piazze è lo specchio di una società che ha smarrito la capacità di offrire ai suoi membri un orizzonte di dignità e di valore condiviso.

Giustizia sociale, disuguaglianze e dignità del lavoro… Il divario economico che si approfondisce, reso tangibile dall’aumento del costo della vita e dei beni essenziali, come il carburante che isola ulteriormente chi vive nelle aree periferiche o insulari, non è soltanto un problema economico. È una questione di giustizia sociale fondamentale. Quando il lavoro perde il suo giusto riconoscimento e i prodotti locali faticano a trovare tutela in un mercato globale spesso sregolato, a erodersi non è solo il potere d’acquisto, ma il pilastro stesso della coesione Democratica. Una cittadinanza attiva e consapevole richiede equità. Senza di essa, la Democrazia si trasforma in una mera formalità e la frustrazione sociale rischia di degenerare in risentimento. Se scendono in piazza contro il riarmo devono essere al servizio di qualche potenza straniera. E se una parte dei manifestanti compie atti violenti quindi è giusto indagare, individuare i responsabili e applicare la legge. Il rischio è sempre lo stesso: sostituire la domanda “perché protestano?” con la domanda “chi li manda?”. È la routine di “spostare il discorso”. E se la seconda domanda è legittima quando esistono indizi concreti di una regia, ma poi diventa una scorciatoia quando serve a non rispondere alla prima. E su questo il governo Meloni con i suoi giornalisti di Mediaset e co. è un campione! Intanto i prezzi continuano a salire, i giovani faticano a immaginare un futuro, la sfiducia nelle istituzioni si allarga e il linguaggio politico si riempie di nemici invisibili. Una volta i governi dovevano affrontare le proteste e spiegare le proprie decisioni. Oggi, nel racconto pubblico, basta talvolta individuare un infiltrato, un estremista, uno straniero, un anarchico, un comunista o un musulmano purché sia qualcuno di sufficientemente diverso da non costringerci a guardare le ragioni di chi abbiamo davanti. Così una fotografia bruciata può diventare il simbolo di una minaccia alla Democrazia. Mentre la Democrazia continua a misurarsi con problemi ben più grandi di un pezzo di carta. E finiscono tutti nello stesso, gigantesco romanzo. Un romanzo nel quale le cause cambiano continuamente, le responsabilità devono ancora essere dimostrate ma i colpevoli sembrano sempre pronti per la copertina. Resta una domanda. Chi ci sarà davvero dietro tutto questo? Chissà.

L’uomo deve tornare a valori elevati: verso un nuovo Umanesimo. La vera sfida, dunque, non è meramente tecnica o legislativa, ma antropologica. Abbiamo urgentemente bisogno che l’essere umano torni ad aspirare a valori elevati: la solidarietà, la cura dell’altro, il senso del limite e la riscoperta della bellezza del Bene Comune.
La degenerazione culturale non si contrasta imponendo rigidi dogmi, bensì ricostruendo comunità educanti, valorizzando le identità e le eccellenze territoriali, tesori inestimabili della nostra tradizione, e restituendo ai giovani modelli di vita ispirati alla responsabilità e alla cooperazione anziché alla competizione esasperata.

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