LE OPINIONI

IL COMMENTO Le urla dopo il silenzio, per non dimenticare Ischia

Non è il fango che imbratta le scarpe e nemmeno la polvere che ti entra negli occhi. Non è l’acqua che ti bagna i capelli e non è il sudore di intere giornate passate a percorrere l’isola in lungo e largo, da un punto all’altro, per cercare notizie, raccontare storie, comunicare emozioni. Trovare parole sempre diverse, per parlare in maniera dignitosa, rispettosa e pacata di morte, dolore, di lacrime e di rabbia. 

La settimana trascorsa ad Ischia, per chi fa il giornalista ed al tempo stesso è così maledettamente coinvolto, moralmente ed emotivamente, ha arrecato ferite profonde e difficilmente rimarginabili col tempo. Quella che si è presentata agli occhi di chi l’ha vissuta, in questi giorni, è un’isola distrutta, avvilita, colpita a morte. Irriconoscibile. Malinconica, con quell’atmosfera pesante, rassegnata, cupa, più cupa del cielo plumbeo che avvolge la punta dell’Epomeo. Percorrere la strada che si inerpica nella parte alta di Casamicciola, verso piazza Maio, roccaforte degli sfollati già dal 2017, quando la zona fu colpita dal terremoto, è stato come attraversare un territorio di guerra. Pochi civili, che passeggiano come anime vaganti, quasi senza meta. Poi solo uomini e donne in divisa. Non sono militari ma vigili del fuoco, volontari della Protezione civile, forze dell’ordine. Un viavai di camion, ruspe, mezzi meccanici per la rimozione dei detriti. Trattori, ambulanze e carri funebri che ti passano davanti di continuo e quasi non ci fai più caso.

E poi quei ragazzi poco più che ventenni, sporchi di fango che scendono dalla montagna con i vestiti sudici e le pale sulle spalle. Con quella dignità ischitana e quella  forza d’animo che induce all’ottimismo, nonostante tutto. La baracca allestita in piazza Maio, diventa un luogo di accoglienza e di ospitalità, anche per il cronista di passaggio, che diventa per un po’ uno di loro, con tanto di pausa pranzo, tra una tazza di thè caldo e una scodella di pasta e piselli, appena portata dalla Caritas e destinata a chi ha bisogno di rifocillarsi, dopo ore, giorni di ostinato, durissimo lavoro. Scene di vita nelle quali c’è tutta la voglia che ha l’isola di rinascere, dopo una mazzata tremenda. Un colpo dal quale sarà difficile rialzarsi, come già accaduto in occasione del terremoto e dopo i due anni della pandemia. Non potrà riuscirci da sola Ischia. Lo ha fatto capire anche il vescovo Gennaro Pascarella, che in più di un’occasione, durante le omelie dei funerali delle vittime della frana, ha richiamato politici, amministratori e istituzioni al loro dovere. Perché il tempo del lutto, della solidarietà e del silenzio prima o poi finirà ed allora verrà il momento delle azioni, delle assunzioni di responsabilità. Verranno i giorni in cui dalle parole si dovrà passare ai fatti. Monitoraggi, analisi, ispezioni, controlli, dovranno precedere un lavoro fatto di ricostruzione in sicurezza, potenziamento delle strutture, sgomberi delle aree a rischio e politiche territoriali compatibili con l’ambiente e la struttura idrogeologica dell’isola. E da questa rivoluzione non potranno tirarsi fuori i cittadini ischitani, chiamati anche loro a rispettare la natura, la montagna, le regole e prima di ogni altra cosa, se stessi. E un rischio sarà invece da scongiurare, con tutte le forze. Quello dell’oblio. Lo spegnimento dei riflettori sull’isola. Quello che ora temono di ischitani. L’ultimo funerale a Lacco Ameno, di Maria Teresa Arcamone, ha chiuso il capitolo più tragico dell’intera vicenda e ha dato il via alla nuova fase. Quella che riceverà meno titoli sui giornali e minori servizi televisivi. La fase della rinascita. Ecco perché il richiamo alle istituzioni in questi giorni deve essere fortissimo. Ed anche la stampa dovrà svolgere la sua parte. Il silenzio suonato fuori dalla chiesa di Santa Restituta, si trasformi allora in grida di aiuto e in richieste di giustizia per Ischia e per gli Ischitani, che con le scarpe ancora sporche di fango attendono, dignitosamente, il loro triste Natale. 

* DIRETTORE “SCRIVONAPOLI”

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