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LE OPINIONI

IL COMMENTO Luci e ombre di un viaggio archeologico in Libano

di Lello Montuori

Avevo desiderato molto vedere il Libano per Pasqua. Volevo trovarmi di fronte i Cedri di Dio. Quelli citati più di settanta volte nella Bibbia. Alle pendici del monte Makmel che si eleva dalla valle di Qadisha, dove oltre i 2000 metri, crescono ancora oggi robusti e forti come quelli usati dagli egiziani per la costruzione delle navi e dal re Salomone per la costruzione del suo tempio, per non parlare degli Assiri, dei Babilonesi, dei Romani e degli Ottomani che li adoperarono nel corso dei secoli della tormentata storia del Libano.

Ma una nevicata che ci ha sorpresi  mentre visitavamo la grotta del Monastero rupestre dedicato a Sant’Antonio del Deserto, il fondatore del monachesimo cristiano e primo degli abati, nella località di Qozhaya, a novecento metri di quota, ci ha letteralmente impedito di proseguire oltre per ammirare il grande cedro del Libano, quello di cui scrive Ezechiele <<bello di rami e folto di fronde, alto di tronco; fra le nubi la sua cima>> (cfr. Ez 31,1-2). Ho sviluppato con gli anni, non solo per i viaggi ma nella vita di ogni giorno,  una visione abbastanza provvidenziale degli impedimenti e ho pensato che non proseguire verso i 2000 metri per vedere i cedri, potesse significare aver salva la vita, considerato lo stato delle strade che si inerpicano su costoni rocciosi assai instabili, come provano i massi e i detriti finiti giù  senza alcuna protezione ai lati delle carreggiate, strette e a doppio senso di marcia, che attraversano l’impervio e inospitale Monte Libano.

Ma devo ammettere che non sono bastate a farmi riprendere dalla delusione di non essere riuscito a vedere la foresta dei cedri di Dio, neanche  le suggestioni della visita a Tiro, dove le colonne bianche ancora sembrano protrarsi col loro bagliore incontro all’azzurro assai intenso del mare di quello che fu un porto dei Fenici e poi una fiorente colonia dei Romani, quando vi costruirono un ippodromo fra i più grandi dell’antichità, e nemmeno il fascino della visita a Sidone la città del  primogenito di Canaan che faceva parte del confine dei Cananei secondo la Genesi. Certo, trovarsi a passeggiare fra le rovine di Byblos – l’odierna Jbeil-  probabilmente la più antica città cananea della regione i cui primi insediamenti risalgono addirittura a 7000 anni prima di Cristo, e pensare che stai camminando nella storia dell’uomo, in quei luoghi e su quelle strade, dove forse ha avuto inizio una parte importante dell’umano divenire, può farti riconciliare con l’idea che avevi del viaggio. Alcuni ritengono addirittura che Biblo abbia visto i primi insediamenti stabilirsi tra i 9000 e i 7000 anni prima della nascita di Cristo. Lo storico fenicio Sanchuniathon, i cui scritti risalgono a prima della Guerra di Troia, racconta che la città sia stata edificata nientemeno che dal titano Crono in persona, per essere la prima città dei Fenici. Per questo oggi Biblo è considerata la città abitata più antica al mondo. E quel nome, Byblos di origine greca ci riporta ancora alle origini della nostra civiltà occidentale e alla Magna Grecia che sparse nel mondo allora conosciuto i tesori della sua cultura. Mentre il nome in arabo Jubayl deriverebbe dal canaanita Gubal usato durante l’Età del Bronzo, che a sua volta sarebbe una combinazione delle parole gb (“fonte” o “origine”) e El, il nome della suprema divinità dell’antico panteon della città.

Tuttavia, è visitando le imponenti rovine di Baalbek, la Heliopolis romana, che capisci quanto questo sito straordinario valga anche da solo il viaggio in Libano. Come scrisse Robert Byron «Baalbek è il trionfo della pietra, una magnificenza lapidaria il cui linguaggio, ancora visivo, riduce New York a una dimora di formiche. […] Lo sguardo spazia oltre le mura, fino ai ciuffi verdi dei pioppi dai tronchi bianchi; oltre ancora, al Libano, scintillante in lontananza di toni violacei, azzurri, oro e rosa. E poi scende seguendo le montagne fino al vuoto: il deserto, solitario mare di pietra. Bevi l’aria vibrante. Accarezza la pietra con mano delicata. Da’ il tuo addio all’ Occidente, se lo possiedi, quindi volgiti a Oriente, turista». Il sito copre un’area vastissima e ciò che resta delle sue costruzioni, la perfezione delle architetture sopravvissute a millenni di conquiste e di invasori delle fedi religiose più diverse, incute un senso di rispetto e di stupore. Così forse ti dimentichi  dei cedri e della foresta di Dio, che non hai visto per la neve, e puoi persino sorprenderti a sorridere ripensando a ciò che resta dei  tempietti di Adone sparsi  qua e là nella valle a lui dedicata, e alla sua grotta dove pare fu baciato per la prima volta da Afrodite, o al mito di Eshmun  quel giovane uomo di Beirut, che stava cacciando nei boschi quando Astarte lo vide  e colpita dalla sua bellezza lo molestò inseguendolo fino a quando Eshmun si evirò con una scure e morì.

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La dea addolorata fece rivivere Eshmun e lo trasportò nei cieli, dove lo rese un dio guaritore.  Il Libano è infatti anche questo: un intreccio millenario di miti e di popoli, molti dei quali venuti qui da invasori: ne sa qualcosa il passo di Nahar el Kab, una gola sul fiume del Cane dove un gruppo di iscrizioni testimonia la millenaria storia di invasioni del Libano. Così i bassorilievi scolpiti nella roccia calcarea  in geroglifico raccontano di tre faraoni dell’antico Egitto giunti  fin qui,  e fra di essi il grande Ramesse II,  alcune iscrizioni cuneiformi  testimoniano dei re neo assiri e neo babilonesi, iscrizioni greche, romane e arabe,  quelle del sultano mamelucco Barquq e dei principi drusi  e poi quella famosissima in memoria dell’intervento di Napoleone III nel 1860 e finalmente una dedica  all’indipendenza del Libano paradossalmente ‘donata’ nel 1943 dai francesi che tante colpe hanno avuto nelle guerre che qui si sono combattute nel secolo scorso .

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Un riassunto, in poche decine di metri, della storia millenaria del Libano. In un unico luogo di cui peraltro i libanesi non hanno molta cura visto che le lapidi oramai quasi illeggibili sono coperte da rovi e difficili da scorgere lasciate all’incuria e all’abbandono. Il Libano di oggi è anche questo. Incuria per molte vestigia del suo glorioso passato. Una smania di rendere nuovo o forse solo moderno e per questo privo di storia, un territorio piccolo e aspro che ha vissuto troppe guerre e vuole solo guardare al futuro. Dimenticando Hezbollah, i profughi siriani, l’egemonia dei maroniti nella vita politica, e le prepotenze di Israele. Te ne accorgi dalle architetture dei nuovi edifici. Anche di quelli del centro di Beirut che hanno preso il posto delle meravigliose residenze di pietra gialla lasciate in abbandono o rase al suolo con le loro verande un tempo armoniose, sostituite con grattacieli fatti di specchi.

E ti trovi a discutere con la guida locale delle prodezze costruttive  di Rafik Hariri il primo ministro del Libano negli anni ‘90 fra i cento uomini più ricchi del mondo, assassinato nel 2005 in circostanze mai chiarite e della cui morte furono accusati i servizi segreti siriani,  convitati di pietra tutte le volte che si parla di Libano. E non sai se ciò che del centro di Beirut fu raso al suolo per sua volontà, furono solo i ruderi della guerra con Israele da dimenticare, o le vestigia preziose di un passato di bellezza e armonia delle architetture che non potrà mai più ritornare. Sì. Il senso di una meraviglia perduta come le cose più autentiche che hanno il sapore d’antico. Anche questo è oggi il Libano nel quale forse dovrò ritornare. Magari più sereno e con meno pretese per passeggiare nella foresta fra i cedri di Dio.

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Bellissimo reportage

Ottimo articolo di grande giornalismo

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