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IL TRIONFO DEL MITO DA POMPEI A ISCHIA

La recente scoperta, in una domus pompeiana, di un affresco raffigurante l’accoppiamento di Leda con un cigno, ripropone – con forza – l’importanza del mito greco-latino che, congiuntamente all’archeologia, lasciano ampiamente il segno nella storia e nella cultura della Campania   ( Pompei, (  Ercolano, Partenope, Paestum, Area Flegrea, isole)  Questa terra è intrisa di mitologia e la storia degli avvenimenti è inestricabilmente collegata al dipanarsi della leggenda. Perciò noi campani siamo così fantasiosi e creativi. Perciò siamo così contraddittori, belli e maledetti, amati e odiati, tradizionalisti e trasgressivi. Anche quando miriamo alla perfezione, ci abbandoniamo alle debolezze umane proprio come fanno gli Dei greci che persistono in un eterno conflitto tra di loro, con tradimenti e vendette. Non a caso Leda viene indicata anche col nome di Nemesi (“nemesis” in greco vuol dire “ giustizia riparatrice”). Che cosa illustra il dipinto scoperto a Pompei? Del mito di Zeus e Leda esistono molte versioni ( I Miti Greci – Robert Graves – Ed. Il Giornale 1963) ma la versione più comune riferisce che Zeus, in veste di cigno, si unì a Leda sulle rive del fiume Eurota; poi Leda depose un uovo dal quale nacquero Elena, Castore e Polideuce ( Polluce) e fu deificata col nome di Dea Nemesi. Il marito di Leda, Tindaro, re di Sparta, si giacque con lei nel corso della medesima notte. Per cui, dall’uovo, nacquero Elena ( di Troia), figlia di Zeus e Castore e Polideuce, figli di Tindaro, Castore prende nome da “ castoro”vin quanto Zeus, per inseguire e insidiare Leda-Nemesi, si trasformava di volta in volta in lepre, pesce, ape e – per inseguirla nell’acqua – in castoro. Polideuce significa invece “ dolcissimo vino” e si richiama ai festeggiamenti e bevute in occasione del corteggiamento e inseguimento di Leda. Ora, i significati da dare al dipinto appena emerso dagli scavi e restauri, possono essere molteplici. Ad esempio Silvia Ronchey, su Repubblica, lo ha letto come “ simbolo di indipendenza della donna che manifesta i propri desideri repressi anche a prescindere dalla presenza del maschio”. Certo, non è riconducibile ad una lettura di accoppiamenti bestiali a guisa dell’accoppiamento del Toro con Parsifae che diede vita al Minotauro.

Con tutta modestia, però, non mi soffermerei su una lettura di autoerotismo o di autosufficienza sessuale e di autonomia femminile, come fa la Ronchey, quanto piuttosto su un’interpretazione di intreccio tra divino ed umano, sogno e realtà, simbolo e fattualità. Mentre oggi l’imprevedibilità degli eventi mondiali è vista come un “ cigno nero” ( per dirla con lo scrittore Nassim Nicholas Taleb), per gli antichi greci c’è sempre un possibile “ cigno bianco” a insidiare la sfera intima e personale. Da Pompei non possiamo non passare alla nostra isola, prima colonia euboica in Italia, che dei miti greci ha subito tutta l’influenza e il fascino. E dei tanti miti, in qualche modo riconducibili all’isola d’Ischia, si parte sicuramente da Tifeo e dai Cercopi. I miti fondativi dell’isola d’Ischia sono, per l’appunto, la leggenda di Tifeo e quella dei Cercopi. Esiodo, nella Tifonomachia, narra che Tartaro e Gea diedero alla luce Tifeo per creare un oppositore a Zeus, al fine di riprendere e restituire il trono a Crono ( altro figlio di Gea) spodestato proprio da Zeus. Ma dallo scontro, Tifeo uscì sconfitto e condannato a reggere eternamente sulle spalle l’isola d’Ischia, chiamata Inarime da Virgilio nell’Eneide. Il respiro di Tifeo, le sue ansie e i lamenti si traducono in altrettanti sommovimenti, sussulti e terremoti dell’isola. L’altro mito fondante è quello dei Cercopi, magistralmente illustrato, in una magica serata nello scenario del Regina Isabella, di una bella edizione del Premio Ischia di Giornalismo, dal cantautore Roberto Vecchioni, professore di latino e greco. Tale mito narra di due fratelli malfattori, dediti al saccheggio e alle ruberie dei viandanti: Frinonda ed Euribato, che Zeus trasformò in scimmie ( cercopitechi) e li condannò all’esilio nelle isole dell’arcipelago flegreo, da cui il nome di Pithecussai. Di questo scrive in versi anche Ovidio nelle Metamorfosi, aggiungendo che “..dei Numi il padre contrasse/ loro le membra e le nari schiacciò/ verso la fronte e di senili rughe/ abbrutì la faccia e di rosso pelo/ coperti li esiliò in quelle terre/ tolse ancor loro l’uso della parola/ e della lingua agli spergiuri infami/ avvezza per nascita, e solo  un lamentare/ con suoni stridenti a loro concesse”.

Se i giornalisti nazionali che, in questi giorni, hanno dipinto gli ischitani in tutte le tinte della nefandezza a causa del presunto condono tombale, fossero stati a conoscenza del mito e di questi versi di Ovidio, ci avrebbero probabilmente appioppato l’origine animalesca e truffaldina dei cercopitechi. Né possiamo trascurare il mito greco di Poseidone ( che nella mitologia romana diventa Nettuno), perché l’isola d’Ischia è circondata dal mare e, non a caso, davanti alle sue coste si estende l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno. Poseidone, figlio di Crono e fratello di Zeus, era per i greci una delle 12 divinità e precisamente il Dio del Mare, dei terremoti e dei maremoti. Gli animali a lui sacri sono i cavalli ( creati dalle onde del mare, da cui il vocabolo “ cavalloni” per indicare il mare che s’innalza), il toro e il delfino. Poseidone era definito “ Enosictono” che significa “ scuotitore della terra”. Dunque, Poseidone è legato al mare e Ischia ne è circondata e ha l’AMP a lui dedicata,; è scuotitore della terra e Ischia ne è storicamente vittima ciclica e ancora oggi stiamo cercando di riparare i guasti del terremoto dell’estate 2017. Non a caso uno dei più rinomati complessi balneo termali dell’isola d’Ischia si chiama “ Poseidon”. Dall’interessante libro “ Inarime” di Raffaeele Castagna ( 2015) ricaviamo il seguente passaggio di Carlo Fiorilli: “ Filostrato, parlando di Ischia, delle sue sorgenti d’acque calde, dei terremoti e delle eruzioni che la sconvolsero, attesta che sulla vetta dell’Epomeo si ergeva un tempio sacro a Nettuno, col simulacro del nume tra la prora e l’aratro; i quali emblemi, meglio che la figura del fortilizio, converrebbe, forse, come stemma d’Ischia”. Dunque, prima che eremo di S. Nicola, l’Epomeo era eremo di Nettuno, a simboleggiare uno sposalizio mare- monte, pescatori-agricoltori, natura-mito. Allora come non legare Ischia al mito e a tutta la costa campana intrisa di mitologia? Ma quello che in questa sede più ci interessa è il mito delle “ Ninfe Nitrodes”, in quanto il complesso termale di Barano ad esso legato è stato intelligentemente valorizzato per il turismo del welness, Le Fonti delle Ninfe di Nitrodi oggi sono una bella realtà termale e turistica. Affondano la loro origine nel 1° secolo a.C. E qui, nel 1757, furono scoperti 13 marmi votivi, di cui una in esposizione in loco, mentre 11 sono esposti al Museo Archeologico di Napoli e una addirittura al Museo Hermitage di San Pietroburgo.

Le ninfe più famose sono le Nereidi e le Oceaniche. Le altre sono prevalentemente divinità delle fonti. Il nome “ ninfa” deriva dal greco “ nimfe” che vuol dire “ fanciulla futura sposa”. Ma perché, in definitiva abbiamo voluto riprendere il tema del mito nitroideo abbinandolo al ritrovamento di Pompei che richiama l’altro mito del cigno-Zeus che si accoppia con Leda-Nemesi? Semplice: perché il grande e recente rilancio di Pompei, meta turistico culturale di livello mondiale, suggerisce la necessità di raccordare e cucire in Campania una trama museale artistica, archeologico-mitologica, turistico termale, un sistema culturale in grado di fungere da grande attrattore, soprattutto di turismo straniero di qualità, di cui la Campania e Ischia in particolare avvertono fortemente il bisogno. Ipotizzare di continuare a puntare su tante piccole “ isole” culturali, senza creare un fil rouge che li unisca, mettendoli a sistema, vuole dire rinunciare a grandi potenzialità. L’assessorato al Turismo della Regione dovrebbe raccordare queste realtà, ma spetta anche ai singoli Comuni, a partire dal Sindaco della Città Metropolitana De Magistris, lavorare nella direzione di un “ grande progetto” intorno all’archeologia terrestre e subacquea, al mito greco latino, che caratterizzano la straordinaria storia culturale della nostra costa e della nostra Regione. Si dà il caso che proprio in questi giorni ( 15-18 novembre) a Paestum ( Sa) si è svolta la XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, . Tra le cose più interessanti della Borsa c’ è stata la sezione Archeovirtual, workshop internazionale dedicato alla tecnologie multimediali, interattive e virtuali, in collaborazione con CNR ITABC ( Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali). E’ questo che ci serve: storia e modernità, mito e scienza, un meraviglioso mix per rilanciare Ischia e farla riemergere dal recente fango in cui ci buttato una distorta informazione nazionale.

 

 

 

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