Il «viaggio» della monnezza da Ischia ai casalesi
Un’inchiesta partita da un’impresa isolana porta la GdF di Ischia sulle tracce di un sistema di trasferimenti societari e prestanome nel settore dei rifiuti. La DDA sequestra tre aziende attive in 14 Comuni campani, otto gli indagati di cui tre ischitani. I retroscena e l’ombra della camorra

Un filo che parte da Ischia, attraversa il mondo delle imprese e degli appalti pubblici, si addentra nel settore della raccolta dei rifiuti e arriva fino agli interessi economici della criminalità organizzata. Sullo sfondo uno dei nomi più ingombranti della storia giudiziaria campana, quello del clan dei Casalesi. È lungo questo percorso che si sviluppa un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nella quale un ruolo centrale è stato svolto dalla Guardia di Finanza di Ischia. Un’indagine che affonda le proprie radici proprio sulla nostra isola, prendendo le mosse da un’impresa e da imprenditori isolani, e che attraverso una complessa ricostruzione di operazioni finanziarie, passaggi societari e trasferimenti di attività ha portato al sequestro di tre aziende operanti nel settore dei rifiuti nelle province di Napoli e Caserta. Un’operazione che coinvolge otto indagati, tra soci e amministratori, tre dei quali ischitani, e che ha consentito di sottoporre a sequestro un patrimonio superiore a sette milioni di euro, oltre alle quote societarie delle imprese interessate. Ma soprattutto ha permesso di ricostruire, secondo l’ipotesi accusatoria, un sistema attraverso il quale attività economiche riconducibili a capitali di matrice criminale avrebbero continuato a operare nel mercato dei servizi pubblici nonostante un precedente intervento della magistratura.
LA GENESI DELL’INCHIESTA CON IL SEQUESTRO DI QUOTE
Per comprendere la portata dell’operazione bisogna tornare al marzo scorso, quando il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, aveva disposto il sequestro delle quote di una società ritenuta dagli inquirenti uno strumento attraverso il quale sarebbero stati reimpiegati proventi provenienti dalle attività della criminalità organizzata. Un primo provvedimento che avrebbe dovuto impedire la prosecuzione di operazioni economiche riconducibili a ricchezze di provenienza illecita. Ma proprio gli accertamenti successivi hanno fatto emergere una situazione ben più articolata. I finanzieri della Compagnia di Ischia, guidati da Giovanni Maria De Giorgio, proseguendo il lavoro investigativo, hanno infatti ricostruito una serie di movimenti economici e societari che, secondo la Procura, sarebbero stati finalizzati a svuotare progressivamente l’azienda già raggiunta dal sequestro, trasferendone le attività verso altre imprese. È questo uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. Il precedente intervento giudiziario non avrebbe determinato la definitiva interruzione dell’attività economica riconducibile alla società interessata. Al contrario, attraverso una successione di operazioni formalmente riconducibili alla gestione aziendale, sarebbe stato realizzato un trasferimento sostanziale della struttura imprenditoriale verso tre diverse società. Gli investigatori hanno individuato un meccanismo fondato su «fittizi conferimenti di rami d’azienda» e sul «ricorso a prestanome», strumenti che avrebbero consentito di proseguire l’attività nel settore della raccolta dei rifiuti nonostante il precedente provvedimento cautelare. In sostanza, l’ipotesi è che il patrimonio economico e operativo dell’impresa originaria sia stato progressivamente spostato altrove, attraverso soggetti e società formalmente distinti, ma inseriti in un disegno unitario. Un sistema che avrebbe permesso di conservare la capacità di operare sul mercato e di mantenere rapporti contrattuali di notevole valore economico.
IL RUOLO DELLE FIAMME GIALLE ISOLANE
Il cuore investigativo della vicenda è rappresentato proprio dal lavoro condotto dalle Fiamme Gialle di Ischia. I militari hanno seguito l’evoluzione delle operazioni societarie e finanziarie, ricostruendo i collegamenti tra le aziende e individuando i passaggi attraverso i quali sarebbero stati trasferiti beni, attività e contratti. Non si è trattato soltanto di verificare la posizione dei soggetti già coinvolti nella precedente indagine, ma di comprendere se il sequestro disposto a marzo fosse stato seguito da operazioni capaci di vanificarne concretamente gli effetti. Gli approfondimenti hanno consentito «da un lato, di ricostruire i flussi finanziari delle ricchezze di matrice criminale immesse nel circuito economico legale e, dall’altro, di delineare la progressiva e deliberata spoliazione dell’attivo della società oggetto del sequestro eseguito a marzo». Un passaggio che chiarisce anche la natura dell’inchiesta. Gli investigatori hanno concentrato l’attenzione non soltanto sulla provenienza delle risorse economiche, ma anche sulla loro successiva destinazione, seguendo il percorso dei capitali e verificando come questi sarebbero stati utilizzati all’interno di attività imprenditoriali apparentemente regolari. Ed è proprio in questa ricostruzione che emerge il collegamento con la criminalità organizzata. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, infatti, le tre imprese destinatarie del nuovo provvedimento avrebbero reimpiegato beni e utilità provenienti da un’ulteriore impresa ritenuta contaminata da capitali riconducibili al clan dei Casalesi. L’ipotesi è quella di un circuito economico nel quale risorse di presunta provenienza criminale sarebbero confluite in attività imprenditoriali legali, trovando nel settore dei servizi ambientali un terreno di investimento e di prosecuzione degli affari.
APPALTI PER 75 MILIONI DI EURO
Le dimensioni economiche dell’operazione emergono quando si passa a esaminare le attività delle tre società coinvolte. Si tratta di imprese con sede nelle province di Napoli e Caserta, impegnate nella raccolta dei rifiuti urbani in quattordici Comuni della Campania. Un settore particolarmente delicato, perché legato all’erogazione di un servizio pubblico essenziale e caratterizzato dalla gestione di contratti di durata pluriennale, personale, mezzi e consistenti flussi finanziari. Le tre aziende avrebbero acquisito, attraverso le operazioni societarie finite sotto indagine, appalti per un valore complessivo di circa 75 milioni di euro. Una cifra che restituisce immediatamente la portata della vicenda e spiega perché gli investigatori abbiano ritenuto necessario intervenire nuovamente dopo il primo sequestro di marzo. Non si parla, infatti, di un patrimonio limitato a beni immobili o disponibilità bancarie, ma di un insieme di attività economiche in grado di produrre fatturato attraverso l’esecuzione di servizi affidati dagli enti locali. Il trasferimento dei rami d’azienda avrebbe consentito, secondo l’accusa, di spostare verso le nuove società anche la capacità operativa necessaria a mantenere e gestire quelle commesse. La società originariamente sequestrata avrebbe così «sostanzialmente traslato la propria struttura aziendale nelle tre imprese destinatarie del nuovo provvedimento». Non un semplice passaggio di singoli beni, dunque, ma il trasferimento di un’organizzazione imprenditoriale nel suo complesso, con le attività e i rapporti economici che ne costituivano il valore. Un’operazione che, qualora l’ipotesi accusatoria trovasse conferma, avrebbe consentito di preservare la continuità economica di un sistema già interessato da un provvedimento della magistratura antimafia. Insomma, un vero e proprio viaggio – almeno secondo l’accusa
IL SEQUESTRO E GLI OTTO INDAGATI
Il nuovo intervento è scattato il 12 ottobre, quando la Compagnia della Guardia di Finanza di Ischia ha dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo emesso d’urgenza dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. La decisione è stata adottata «al fine di preservare l’integrità del compendio patrimoniale e impedire la prosecuzione dell’attività criminosa». Un intervento che ha riguardato direttamente le tre società e che ha comportato la sottrazione agli amministratori della disponibilità dei beni aziendali. I militari hanno proceduto al sequestro di un patrimonio complessivo superiore a sette milioni di euro, oltre al capitale sociale delle imprese, il cui valore nominale ammonta complessivamente a 240mila euro. Contestualmente all’esecuzione del sequestro, le aziende sono state affidate a un amministratore giudiziario designato dalla Procura, determinando il passaggio della gestione sotto il controllo dell’autorità giudiziaria. L’operazione ha poi superato un ulteriore passaggio davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli. Il 23 ottobre, infatti, il GIP ha convalidato il sequestro d’urgenza, emettendo un proprio decreto di sequestro preventivo relativamente agli stessi beni.





