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CULTURA & SOCIETA'

Ischia, donne e pregiudizi: l’infinita guerra individuale

Ancora oggi nel 2021, l’Italia è carica di pregiudizi sociali, l’isola pare ferma all’epoca medievale, il luogo comune della migrazione tra realtà e percezione

Ormai sappiamo che l’aggressività e il desiderio di possesso fanno parte della natura umana. Ma abbiamo anche capito che la violenza, se non la si può cancellare, la si può almeno contenere e prevenire.

Avendo il coraggio di fare a pezzi i pregiudizi, gli errori, i compromessi, le scuse e le banalità di cui, ancora oggi, sono inglobati i rapporti tra gli uomini e le donne. Distinguendo l’amore che regala ad ognuno di noi la libertà di essere noi stessi dalla gelosia possessiva che obbliga l’altra persona ad occupare esattamente quel posto lì, quello che le abbiamo preparato, quello che non può disertare, nemmeno quando ha deciso di andarsene via.

E aiutando i più piccoli a costruire quelle che Freud chiamò le “dighe psichiche” il pudore, il disgusto e la compassione, che permettono di organizzare il vivere insieme e la coabitazione di tutti e tutte.

È solo imparando a convivere con la frustrazione e la mancanza che si potrà poi insegnare ai maschi che le donne non sono né “oggetti” a disposizione per colmare il proprio vuoto né “cose” di cui ci possa impossessare.

È solo decostruendo e ricostruendo la grammatica delle relazioni affettive, che si potranno combattere e prevenire le numerose violenze di genere. Nella sottocultura maschilista e misogina, lo stupro nei confronti di una donna, è un messaggio rivolto a tutte le donne e all’intera collettività. Con lo stupro, anche quello verbale, si celebra il trionfo sul corpo femminile, su quel corpo potente che mette al mondo e genera. In guerra, il corpo delle donne diventa un campo di battaglia perché si colpiscono le donne per colpire il nemico.

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C’è la violenza poi delle istituzioni, che non riconoscono giustizia alle vittime e non credono alle loro parole sulla base di pregiudizi; c’è la violenza della collettività che colpevolizza e isola drasticamente    le donne che hanno svelato la violenza e talvolta le costringe a lasciare le città dove hanno sempre vissuto, o i posti di lavoro, o a non frequentare più amici e talvolta persino i familiari si allontanano.

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La donna muore in se stessa e il percorso di rinascita è lungo, è doloroso e diventa ancora più difficile da realizzare se il contesto è inquinato da una ostilità collettiva. I media che espongono le vittime alla gogna, influenzano e fomentano la misoginia dell’opinione pubblica, negando alle donne vittime di stupro, il riconoscimento collettivo del trauma e dell’offesa. Questo è l’aspetto peggiore e più deleterio per chi denuncia una violenza. C’è ancora molta strada da fare per rendere più civile il Paese in cui viviamo.

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