CULTURA & SOCIETA'

La lectio magistralis di Vecchioni al Cinema Excelsior

Una voce che possiede un'anima speciale: è capace di muovere le cose, di esistere indipendentemente dal corpo, di raccogliere e di seminare

DI ARIANNA ORLANDO

Noi, da pochi giorni, siamo altri. E lo siamo diventati nel corso di poche ore trascorse nel cineteatro di Ischia. Accadde il 23 maggio, in un giorno di disperato sole. Vecchioni, quel Roberto Vecchioni di “Chiamami ancora amore”, quello del greco, quello dei libri, quello delle parole, è apparso sul palco dalla scena profonda donata da un’oscurità effusa dalle luci spente. Solo lui splendeva di contro a un’unica luce tenue e radiosa che tracciava un disegno tondo di sole dietro di lui. L’atmosfera, soffiata come dentro un’ampolla di vetro, d’un tratto non era più la nostra, la quotidiana: era un’altra e quel teatro, in cui eravamo stati fin da bambini, d’un tratto non lo conoscevamo e non lo riconoscevamo. È stato come assistere a un tramonto keyota, è stato come tenere la testa sott’acqua nel mare Rosso e scoprire molti pesci mai veduti, è stato come trovarsi di fronte allo spettacolo delle bioluminescenze nei mari delle isole Matsu. È stata un’esperienza tanto celeste e terrena allo stesso tempo il nostro assistere alla lectio magistralis di Vecchioni che si dovrebbero trovare parole capaci di trasmettere contemporaneamente un senso di passato, presente e futuro, esteriorità e presenza, qui e altrove. La voce di Vecchioni possiede un’anima speciale: è capace di muovere le cose, di esistere indipendentemente dal corpo, di raccogliere e di seminare. È magmatica, è potente, è materiale al punto che le cose pronunciate da lui assumevano una forma e una consistenza. Diceva “la coppa di Nestore” ed eccola davanti a noi, diceva “la spiaggia di San Montano” ed eccola sopra di noi, diceva “la lingua greca” ed eccola finalmente dentro di noi, dentro persino coloro che non la possiedono. È questo l’incantesimo dell’insegnamento? È questa la magia della conoscenza? Conoscere è spostarsi avanti e indietro sospinti da una corrente, approdare da qualche parte con il sentimento infinito di andarsene di nuovo subito dopo nel tentativo di approdare ancora, di nuovo, e infinitamente.

Davanti a Vecchioni ci siamo sentiti tutti un po’ inconsapevoli, leggermente sospinti da un flusso che non sapevamo dove ci stesse portando e teneramente avvolti da un fuoco armonico che sprigionata un calore incapace di ferire. Questo è stato Vecchioni sul palco del Cineteatro Excelsior. Questo scriviamo di lui: sulla coppa di Nestore è scritto “chi berrá da questa coppa subito sarà preso dal desiderio dal desiderio di Afrodite dalla bella corona” e questo ci è accaduto. Bevendo dalla coppa della testa di Roberto Vecchioni siamo stati colti da un’urgenza inoppugnabile di sapere, da un’aspirazione e un’ispirazione verso io suo stato di estasi celestiale, ché a noi lui pareva una creatura “altra”, di “altri luoghi”, di “altri tempi”.

Perduto tra i romanzi, ritrovato nelle canzoni, scritto e orale, vaporeo e strutturale, bianco e nero, uno e indivisibile però molteplice, angelico e carnale, surreale, futurista, incomprensibile però conprensibilissimo. Fatto di pane e terra, di acqua e vino, invincibile eppure già vinto, viaggiatore eppure già naufrago, verace e veritiero: costui è stato ed è diventato Vecchioni ai nostri occhi. Sulle note di Chiamami ancora amore, abbiamo assistito allo spettacolo della luminescenze: le luci dei telefoni si sono accese per liberare lo spettacolo delle stelle danzanti appese alle mani degli studenti del Buchner. Meraviglioso: puramente e delicatamente. Il nucleo di Lezioni di volo e di atterraggio è forse questa invisibile nostra propensione alla scoperta ché “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, e la nostra necessità di scoprire e conoscere si crea e si coniuga attraverso queste “giornate di follie” trascorse a svolgere lezioni extra-ordinarie. Dalla coppa di Nestore fino a oggi ci è giunto un uomo che non dimenticheremo mai più.

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