Il commento La grande bolla di Ischia: vivere di bellezza senza progettare il futuro

Il vero lusso, oggi, non è avere un’isola straordinaria. È sapere che cosa farne.Ci sono luoghi che devono inventarsi un’identità per conquistare il mondo. Ischia, paradossalmente, quell’identità l’ha ricevuta in dono dalla natura, dalla storia e da una tradizione di ospitalità che ha attraversato generazioni. Eppure, proprio qui, si nasconde il suo più grande equivoco: pensare che ciò che ha funzionato per decenni continuerà a funzionare per sempre.
Il turismo, invece, non riconosce rendite di posizione. Non fa sconti alla bellezza, non premia automaticamente la storia e non aspetta che una destinazione si decida a cambiare. I viaggiatori cambiano, i mercati si trasformano, le aspettative crescono. E mentre altrove si progettano nuove esperienze, si costruiscono marchi riconoscibili e si investe sulla qualità, Ischia rischia troppo spesso di affidarsi alla forza di ciò che già possiede.
È questa la questione che emerge, al di là delle singole considerazioni, dall’analisi di Filippo Cervera, direttore del Villa Durrueli. Non è soltanto un giudizio sul comparto alberghiero, è una domanda sul modello di sviluppo che l’isola ha scelto, o forse non ha mai scelto fino in fondo.
Perché una destinazione turistica non è la somma dei suoi alberghi, dei suoi ristoranti, delle sue spiagge e delle sue attrazioni. È il risultato di un equilibrio. Un visitatore non acquista soltanto una camera: sceglie un luogo, un’atmosfera, un’esperienza che comincia prima della prenotazione e termina molto dopo il check-out. E quell’esperienza non può essere eccellente se si interrompe ogni volta che si esce dalla porta di una struttura ricettiva.
Qui Ischia è chiamata a una riflessione che riguarda tutti. La qualità di un soggiorno non dipende esclusivamente dall’albergatore, così come la reputazione di un’isola non può essere affidata soltanto alla buona volontà dei singoli imprenditori. Strade, collegamenti, servizi, ambiente, decoro urbano, professionalità e capacità di accoglienza concorrono a costruire un’unica promessa. Quando uno di questi elementi tradisce le aspettative, a pagarne il prezzo non è soltanto chi ha commesso l’errore: è l’intera destinazione.
Ecco perché non basta chiedersi quanti turisti arriveranno nella prossima stagione. Bisognerebbe domandarsi quali turisti vogliamo attrarre, quale valore intendiamo offrire e, soprattutto, quale Ischia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Il mondo non chiede a Ischia di rinnegare la propria identità, ma di renderla contemporanea. Non di diventare un’altra destinazione, ma di imparare a presentarsi al mercato con maggiore consapevolezza. Perché la tradizione, da sola, non è una strategia; e l’improvvisazione, quando diventa sistema, finisce per costare più di qualsiasi investimento.
Anche la destagionalizzazione, parola pronunciata da anni come una soluzione quasi miracolosa, merita di essere sottratta alla retorica. Non si convincono i visitatori a scegliere un’isola in novembre soltanto con una promozione o un pacchetto conveniente. Occorre dare loro ragioni concrete per partire: servizi disponibili, esperienze riconoscibili, collegamenti adeguati, strutture preparate e una reputazione capace di superare i confini della stagione balneare. Il calendario non si allunga per decreto. Si allunga quando esiste un’offerta che giustifica il viaggio.
La sfida, dunque, non è soltanto vendere meglio ciò che abbiamo. È costruire ciò che ancora manca.
E sarebbe un errore considerare questa riflessione una critica fine a se stessa. Ischia conserva risorse straordinarie, competenze importanti e imprenditori che hanno dimostrato di saper innovare, spesso affrontando difficoltà senza un adeguato sostegno collettivo. Proprio per questo, però, non può accontentarsi di procedere attraverso iniziative isolate, affidando alla capacità dei singoli il compito di compensare le debolezze del sistema.
Serve una direzione riconoscibile. Servono obiettivi condivisi, responsabilità precise e la disponibilità a misurare i risultati, non soltanto a raccontarli. Serve, soprattutto, la capacità di distinguere la difesa degli interessi particolari dalla tutela dell’interesse comune. Perché ciò che conviene a una singola attività nel breve periodo non coincide necessariamente con ciò che rende più forte l’isola nel lungo periodo.
Allora, dobbiamo chiederci: Ischia vuole continuare a vivere della propria reputazione oppure vuole costruire il proprio futuro?La differenza non è sottile. Nel primo caso, ci si affida a ciò che è stato. Nel secondo, si accetta la fatica di cambiare, investire, confrontarsi e assumersi delle responsabilità.
Il patrimonio naturale non possiamo attribuircelo come merito. Il modo in cui lo custodiamo, lo valorizziamo e lo consegniamo al futuro, invece, dipende da noi.
E forse è arrivato il momento di smettere di domandarsi quanto ancora Ischia possa offrire al turismo e cominciare a chiedersi quanto il turismo isolano sia disposto a fare per essere davvero all’altezza di Ischia.





