LE OPINIONI

Il commento Il mare di Palamaro

Ci sono persone che partono per andare lontano. E ce ne sono altre che partono proprio per capire dove vogliono tornare. Pasquale Palamaro appartiene a questa seconda categoria.

La sua storia professionale potrebbe essere raccontata attraverso i numeri che, nel mondo della cucina, fanno notizia: le grandi cucine, gli anni di gavetta, la stella Michelin, l’Indaco. Ma sarebbe un racconto incompleto. Perché dietro lo chef c’è un uomo che, nonostante abbia cercato altrove il sapere, non ha mai smesso di guardare verso casa.

È una cosa meno scontata di quanto possa sembrare.Viviamo in un tempo nel quale spesso il successo viene misurato dalla capacità di andare via, di conquistare altri luoghi, di diventare qualcun altro lontano dalle proprie origini. Palamaro, invece, sembra aver seguito il percorso opposto: è partito per imparare e, proprio imparando, ha capito quanto fosse importante ciò da cui era partito.

La sua cucina nasce da questa consapevolezza.Non è semplicemente una cucina di mare. È una cucina che ha dentro un mare preciso: quello di Ischia. Quello dei piccoli pescatori, delle barche, della fatica, delle attese. Un mare che non è una cartolina e che non ha nulla di patinato. Un mare che dà e che toglie, proprio come la vita.

Forse è anche per questo che il percorso di Palamaro racconta qualcosa che va oltre la cucina. Racconta il valore della gavetta in un’epoca nella quale tutto sembra dover accadere subito. Racconta la fame di imparare, la disponibilità a fare sacrifici senza sapere quale sarebbe stato il premio finale. Racconta soprattutto una generazione che, prima di chiedere un riconoscimento, ha dovuto dimostrare di meritarselo.

Ads

E poi c’è Ischia.Una terra che Palamaro non idealizza e che proprio per questo riesce a raccontare con autenticità. Sa che l’isola ha ancora molto da fare, ma sa anche che possiede qualcosa che non si può comprare, costruire o imitare: una propria identità.È forse questo il punto più interessante della sua storia. Palamaro non ha cercato di rendere la propria cucina simile a quella degli altri. Ha cercato, con gli strumenti imparati altrove, di capire quanto potesse essere personale la sua.

Ads

E una cucina personale è, in fondo, una forma di coraggio.Perché significa esporsi. Mettere nei piatti i propri ricordi, le proprie emozioni, le proprie radici. Accettare che qualcuno possa non capire, non apprezzare, non riconoscersi. Ma anche sperare che, un giorno, quel sapore diventi talmente personale da poter essere riconosciuto senza bisogno di vedere la firma dello chef.

È una bella ambizione. Forse la più difficile.Perché la vera identità non è quella che si proclama. È quella che gli altri riconoscono.E allora la stella Michelin, pur importantissima, diventa quasi una parentesi dentro una storia più grande. Il riconoscimento certifica un livello, ma non racconta necessariamente chi sei. Quello lo raccontano le scelte, le rinunce, le persone che hai incontrato, i luoghi che ti sono rimasti dentro.

Nel caso di Palamaro, lo racconta soprattutto il mare.Quel mare che continua a essere memoria e materia, paesaggio e carattere. Quel mare che non ha bisogno di essere spiegato perché è già dentro di lui.

Forse è questa la cosa più bella del suo percorso: essere riuscito a trasformare una radice in una direzione. Non restare fermo nel passato, ma portarlo con sé mentre si va avanti.In fondo, uno chef non è soltanto qualcuno che cucina è qualcuno che decide cosa vale la pena ricordare.Palamaro ha scelto di ricordare Ischia e, attraverso i suoi piatti, continua a farlo parlare.

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio