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Bimbo nato morto, chiesto il processo per il medico

L’episodio si verificò all’Ospedale Rizzoli un anno fa. Il pubblico ministero ha fatto proprie le conclusioni dei consulenti, chiedendo il rinvio a giudizio per la ginecologa ipotizzando una colpa per imperizia e per negligenza. Tra un mese la discussione delle parti civili e della difesa

Con cinque mesi di ritardo, è iniziata l’udienza preliminare nell’ambito di un procedimento per presunta colpa medica. I fatti risalgono a quasi un anno fa. L’accusa nei confronti di una dottoressa in servizio presso l’ospedale di Lacco Ameno è quella del reato previsto dagli articoli 589 e 590 del codice penale perché, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, “in qualità di ginecologa in servizio al Presidio Ospedaliero “A. Rizzoli” di Lacco Ameno, Reparto di Maternità e Divisione Ginecologica”, dopo che una donna era stata ricoverata il 12 ottobre 2020 per procedere al parto “in quanto gravida alla 41esima settimana (gravidanza protratta), gravidanza da considerarsi a rischio per i due pregressi aborti spontanei e un aumento di peso di 20 kg, per colpa, dovuta a negligenza, imprudenza ed imperizia nonché a inosservanza delle regole elaborate dalla scienza medica, delle buone pratiche clinico assistenziali e delle linee guida generalmente riconosciute dalla comunità scientifica dei ginecologi”.

Secondo il pubblico ministero, tale colpa sarebbe consistita nel “non aver adeguatamente interpretato il tracciato cardiotocografico del 13 ottobre 2020 dalle ore 00.34 alle ore 2.17 classificandolo come di categoria “I” e non “II” per la presenza di decelerazioni variabili atipiche alle ore 1.20; nell’omettere anche in conseguenza della errata lettura di cui sopra ed a seguito della rottura delle acque alle ore 4.00, l’esecuzione di un monitoraggio continuo del battito cardiaco fetale fino alle ore 5.12”, e inoltre “nell’interpretare erroneamente il tracciato del 13 ottobre 2020 dalle ore 5.12 alle ore 6.12 come rassicurante e di cat. “I” e che tale appariva, dopo le ore 5.41, solo perché registrava il battito materno mentre alle ore 5.20 vi erano state decelerazioni prolungate e tra le ore 5.40 e le ore 5.41 un’accelerazione fino al picco agonico di 160 bpm”, di conseguenza “omettendo di procedere immediatamente a un taglio cesareo di modo da evitare gli effetti della grave anossia del feto e la asfissia endouterina, cagionava la morte del feto”. L’udienza preliminare era stata rinviata più volte, a causa di diverse impedimenti dell’imputata e della sua difesa. Giovedì 23 settembre, dopo l’ennesima richiesta di rinvio, il Gup dottor Campoli ha chiesto al pubblico ministero di discutere. Come già accennato, il pm dottor Mario Canale ha chiesto il rinvio a giudizio per la dottoressa Lubrano, in pratica facendo proprie le conclusioni dei consulenti, secondo cui la condotta dei sanitari sarebbe improntata ad una grave colpa per imperizia, nello specifico per aver interpretato male i tracciati cardiotocografici, considerando come rassicuranti tracciati che non lo erano, e negligenza, per non aver attuato tutte quelle procedure che avrebbero potuto consentire di cogliere precoci segni del distress fetale e quindi decidere di intervenire con un taglio cesareo tempestivo. Il Gup ha poi rinviato al 22 ottobre l’udienza per la discussione dei difensori di parte civile e dell’imputata: dopo, potrebbe arrivare la decisione.

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